22 lug 2015

IL GOVERNO OMBRA DEL "NUOVO METAL" (...seconda parte)


I MIGLIORI DIECI ALBUM DEL “NUOVO METAL”
CONCLUSIONI (…seconda parte)

Cos’è il Governo Ombra del “Nuovo Metal? Non fateci consumare ulteriormente la pelle dei polpastrelli per ridigitare tutte le spiegazioni che potrete trovare nei post che hanno costituito le tappe di questa nostra rassegna sul “Nuovo Metal” (che invero nessuno ha capito bene cos’è). Se vi siete persi qualcosa buttate un occhio sulla “prima parte”, se invece vi siete persi tutto, ma proprio tutto, allora digitate qui (ed andatevene affanculo!).


Ecco dunque i nostri dieci ministri ombra:

10° classificato: Khanate, “Clean Hand Go Foul” (2009)

A fronteggiare il noise terroristico dei temibili Today is the Day del pazzo Steve Austin, schieriamo gli ancor più temibili Khanate, altra improponibile creatura di Stephen O’Malley, maestro dell’orrido e dell’avanguardia metallica che abbiamo incontrato in occasione della trattazione dei Sunn O))). “Disorganici” è il termine giusto per descrivere i Khanate, in quanto la loro musica è priva di spina dorsale, è un susseguirsi senza capo né coda di ambientazioni sgradevoli, fra passaggi lenti, colpi fuori tempo, gli immancabili momenti dronici by O’ Malley ed improvvise esplosioni, il tutto condito dall’ugola disastrata di Alan Dubin, fra le voci più dilanianti dell’intero panorama del post-sludge metal. Scegliamo proprio il loro album postumo “Clean Hand Go Foul” (uscito dopo lo scioglimento della band, avvenuto nel 2006), che è anche la loro opera più brutta: un’ora di audace musica per soli quattro pezzi (l’ultimo supera la mezzora) di pura agonia sonora senza compromessi.      

9° classificato: Orthrelm, “OV” (2005)

Umea chiama New York. Se il ministero della metal cervellotico, labirintico ed autoreferenziale spetta di diritto ai Meshuggah, gli unici che possono rivaleggiare su questo fronte sono gli Orthrelm di Mick Barr e Josh Blair. Com’era stato con “Catch Thirtythree” degli svedesi, anche qui abbiamo a che fare con un solo brano il cui senso è probabilmente solo ed esclusivamente quello di far uscire di cervello l’ascoltatore. Batteria vorticosa e riff ripetuti ad infinitum, niente voce né concessione alcuna all’orecchiabilità: forse un esperimento fine a se stesso, ma ad ogni modo un bell’esempio di metal pe(n)sante. Per chi trovasse il piatto pesantuccio, consigliamo come valido surrogato l’altro progetto importante di Barr, i Krallice, che più o meno ripropongono la stessa ricetta a base di dissonanze e ritmi forsennati in salsa ferocemente post-black metal

8° classificato: Void of Silence , “Human Antithesis” (2004)

Contrastiamo il nulla dipinto dai maestri del drone-doom metal Sunn O))) con il doom apocalittico di Riccardo Conforti ed Ivan Zara de Roma. A prescindere dal piacere di veder campeggiare fra i grandi del “Nuovo Metal” finalmente degli artisti italiani, la proposta dei romani è indubbiamente interessante, se non altro per l’introduzione di elementi, inediti per il metal, mutuati dall’universo del folk apocalittico (Death in June e Der Blutharsch in primis). Fra industrial, ambient, neo-folk e doom sinfonico, “Human Antithesis” è un intenso racconto a sfondo bellico, curato nei minimi particolari ed illuminato dalla eccezionale prestazione dietro al microfono di Alan Nemtheanga Averill, versatile vocalist degli irlandesi Primordial, il quale va a sostituire il ben più marcio Malfeitor Fabban, che lasciò il progetto per concentrarsi sui suoi Aborym, originale industrial-black band su cui sarebbe stato interessante spendere due parole.    

7° classificato: Agalloch, “The Mantle” (2002)

Già citati nel capitolo dedicato agli Wolves in the Throne Room, gli americani Agalloch sono fra i più importanti esponenti del filone post-black metal. La loro formula a base di Ulver, Opeth, Katatonia, post-rock e neo-folk riporta il cuore e la poesia al centro di tutto. E “The Mantle” è il loro album più suggestivo ed emozionante, espressione libera delle pulsioni artistiche di questo fantastico ensemble che è in grado di confezionare un album per gran parte strumentale, ricco di spunti geniali, progressioni post-rock, passaggi acustici e voci pulite. Inarrivabili.

6° classificato: Alcest, “Souvenirs d'un Autre Monde (2007)

Ancora più dolci e malinconici dei Jesu di Justin Broaderick, gli Alcest sono stati una delle realtà più innovative e coinvolgenti degli ultimi anni. Dalla Francia con amore, il piccolo Neige è un menestrello fragile e gentile che ebbe la bella idea di fondere la rarefazione sonora di Burzum ed Ulver alle scariche elettriche tipiche dello shoegaze. Dal suo operato, non solo nascerà un nuovo sotto genere (il blackgaze, destinato a spopolare negli anni a venire), ma emergerà un ponte capace di unire metal (anche quello più estremo) alle tendenze più suggestive del dark e dell’indie-rock.   

5° classificato: Baroness, “Yellow and Green” (2012)

E’ un peccato non aver messo in campo questo bel doppio album: esso, a guardar bene, rappresenta infatti l’evoluzione ultima del metal come oggi lo conosciamo. Dai Neurosis agli Isis, dai Mastodon ai Baroness, che nell’arco di soli tre album si affrancano dal violento post-hardcore delle origini per approdare ad una coinvolgente proposta a base di stoner e post-grunge, chiudendo un ideale cerchio che aveva visto la distruzione del vecchio metal proprio per mano dello stesso grunge. Le nuove composizioni dei Baroness, dunque, ricordano nei momenti più felici Alice in Chains, Pearl Jam e Queens of the Stone Age, non tralasciando le lezioni impartite negli anni appena precedenti dai padrini Mastodon e dagli Opeth, entrambi sempre più interessati alle sonorità settantiane. 

4° classificato: Katatonia, “Viva Emptiness” (2002)

Cugini degli Opeth, i Katatonia sono stati protagonisti di una grande rivoluzione ch li ha traghettati dal black-doom delle origini, ad una riuscita forma di goth-rock. Fra i primi grezzoni ad approdare alla voce pulita, sono stati di grande influenza per l’universo del gothic-doom metal, ma noi scegliamo una tappa ulteriore, quella compiuta con “Viva Emptiness”, ove i Nostri decidevano di irrobustire nuovamente il loro sound, rinforzando il loro intenso dark-metal con i modernismi di Tool e i riff taglienti dei Meshuggah. Un’evoluzione inarrestabile che li condurrà ai nostri giorni freschi e forti di un’autorevolezza che permetterà loro di imporsi come standard e come voce di rilievo del metal odierno.

classificato: Cult of Luna, “The Beyond” (2003)

Importanti almeno quanto gli Isis, i Cult of Luna sono stati i primi a raccogliere il bouquet lanciato dai precursori Neurosis. Se il post-hardcore è divenuto quello che è oggi, è anche grazie a questo collettivo svedese che negli anni è cresciuto toccando vette irraggiungibili per i comuni mortali, confezionando album sempre più raffinati e sorprendenti. Il nostro sguardo però torna agli inizi della loro carriera, a quel “The Beyond” (loro secondo full-lenght) che ad oggi campeggia fra i capisaldi del genere: ancora ferocemente post-hardcore, esso non ha la grazia e la verve sperimentale dei lavori che seguiranno, ma possiede una forza apocalittica ed una carica visionaria che non potranno lasciarvi indifferenti.

2° classificato: Tool, “Lateralus!” (2001)

Solo i Tool possono gareggiare con i Tool, per questo contro “Ӕnima” schieriamo un’opera importante come “Lateralus”, che costituisce un ulteriore salto in avanti nel percorso virtuoso della band americana che rivoluzionò il mondo, non solo del metal, ma del rock in generale! Con “Lateralus” la loro musica si fa mantrica, spirituale, mistica: scavando e scomponendo gli schemi cellulari dell’heavy metal, attraverso uno sviluppo certosino ed una attenzione al dettaglio che ha del maniacale, i brani si fanno lunghi ed articolati, dall’andamento tortuoso ed imprevedibile. E i Tool divengono gli autori di una musica pazzesca che esce da ogni possibilità di classificazione. Altro che ascolto: buona meditazione a tutti! 

1° classificato: Neurosis, “A Sun That Never Sets (2001)

Se solo i Tool possono affrontare i Tool, allora gli unici avversari dei Neurosis non possono che essere i Neurosis stessi: contro il capolavoro della prima fase “Through Silver in Blood” ci giochiamo la carta del capolavoro della maturità: “A Sun That Never Sets”. I Neurosis ci stupiscono ancora una volta con un album melodico e dalla forte carica emozionale: un post-post-hardcore (scusate il gioco di parole) dal volto più umano e dall’approccio intimo e cantautoriale, che introduce quelle chitarre arpeggiate e quelle voci pulite che costituiranno l'ossatura delle carriere soliste di Steve Von Till e Scott Kelly, sempre più interessati al folk-country delle loro terre. Con questa pietra miliare, i Neurosis mettono a segno non solo l’ennesimo colpo vincente della loro storia, ma fanno compiere al metal intero un nuovo importante salto in avanti, riconvertendo il disumano in umano. Avanti tutta, dunque, senza più remore e paure, verso lidi sconosciuti e bellissimi!  


Adesso basta però, voglio tornare a casa, voglio ascoltare gli Accept….