24 ago 2015

OPETH: QUEI DANNATI BAMBOCCIONI....




I MIGLIORI DIECI ALBUM NON-METAL FATTI DA BAND/ARTISTI METAL

10° CLASSIFICATO: “DAMNATION”

Ci sono giovani che lasciano la casa dei genitori alla prima occasione che capita: basta anche solo un lavoretto al nero che possa garantire uno straccio d’indipendenza, seppur precaria. Ci sono poi giovani che a casa dei genitori ci stanno bene, perché mamma cucina e stira bene, e non se ne andrebbero mai. Ci sono infine quelli che, poverini, vorrebbero anche andarsene, ma non se la sentono di fare il grande passo finché la loro situazione economica non raggiunge una rassicurante stabilità: aspettano dunque il famigerato contratto a tempo indeterminato, che però giunge spesso dopo diversi anni di fottuta gavetta. In certi casi, pur lavorando, attendono di accumulare quel tesoretto che permetterà loro di comprare in un sol colpo una loro casa di proprietà, perché andare in affitto è uno spreco ed imbarcarsi in un mutuo non conviene: è il caso degli Opeth, che ci mettono sette album per provare ad allontanarsi dal Reame del Metallo.

S’inaugura così ufficialmente la nostra classifica dei dieci album non-metal fatti da band metal: essa parte però con l’album che fra tutti ci convince di meno. Parliamo dell’”esperimento” compiuto con “Damnation”, uscito nell’anno di grazia 2003.

Amo la musica, ma spesso non i suoi protagonisti: non intrattengo rapporti feticistici con l’artista di turno, né cedo alle tentazioni del culto della personalità. Nella mia vita ho scritto una sola fottuta e-mail ad un gruppo. E quel gruppo erano gli Opeth.

Correva l’anno 2001, all’indomani dell’uscita del capolavoro “Blackwater Park”, che fra l’altro abbiamo avuto l’occasione di analizzare su queste pagine. Che si trattasse di un’opera superlativa, era una cosa evidente a tutti. Per quanto mi riguarda, mi affezionai in modo particolare alla ballata di turno, “Harvest”. Non era la “prima volta” per gli Opeth, che su quel fronte già si erano messi in gioco, fra l’altro con risultati piuttosto buoni: “To Bid You Farewell” (“Morningrise”), “Credence” (“My Arms, Your Hearse”), “Benighted” e “Face of Melinda” (“Still Life”) erano stati ottimi momenti utili a spezzare la brutalità pur sempre presente nel death-metal di stampo progressivo promosso e perfezionato di album in album dagli svedesi. In queste circostanze i Nostri sfoggiavano buon gusto e convincenti linee melodiche, corredate dall’ottima prestazione vocale di Mikael Akerfeldt, che sul versante del pulito si mostrava maturo e carismatico, più di tanti altri growler prestati a lidi soft (ricordiamo che il growl di Akerfeldt rimane uno dei più grassi ed efferati in campo death). “Harvest”, con le sue reminiscenze pinkfloydiane, e forte del lavoro di regia compiuto dall’amico Steven Wilson (Porcupine Tree), era a mio parere la migliore della serie.

Pertanto mi chiesi: ma perché gli Opeth non fanno un album interamente composto da ballate acustiche, visto che gli vengono così bene?

E così mi decisi a scrivere al buon Akerfeldt, non tanto con la presunzione di convincerlo a gettarsi nell’impresa, ma per dare un’ulteriore spintina qualora permanessero delle reticenze al riguardo. L’album acustico degli Opeth era comunque nell’aria, e, come idea, era nella testa di Akerfeldt già da tempi non sospetti. Lui non lo sapeva, ma quando gli scrissi l’e-mail, tenevo ancora a mente quel che affermò in una vecchia intervista, risalente addirittura ai tempi di “Morningrise”: chissà, sarebbe bello un giorno far uscire un doppio album, con una parte metal ed una del tutto acustica.

E così scrissi l’e-mail, un po’ perché lo desideravo (un disco acustico degli Opeth), un po’ per poter dire un giorno “gli Opeth hanno seguito il mio consiglio!”, ben sapendo che così non sarebbe stato (nel senso che il mio consiglio non sarebbe stato il fattore determinante di un processo artistico già avviato e che doveva solo compiere il suo corso). Furbescamente leccai il culo ad Akerfeldt in una maniera sfacciata che rasentava il ridicolo: c’andai giù di brutto con la lingua, andando a paragonare “Harvest” alle storiche ballate del rock, tirando in ballo persino nomi come “Stairway to Heaven” e “Child in Time”. Cazzate, cazzate pazzesche, ma che sicuramente avranno fatto un bell’effetto sull’ego di merda di Akerfeldt (ammesso che abbia mai letto quell’e-mail).

Risposte a quell’e-mail non mi furono mai recapitate, ma un bel giorno, poco dopo il fatidico invio dell’e-mail, fu annunciato il progetto “Deliverance”/“Damnation”: ossia l’idea di pubblicare, a stretto giro, due album, uno feroce e cupo e rigorosamente metal, ed un altro che invece esprimesse solamente la sponda melodica dell’Opeth-sound. Furono dunque ricalcate le intenzioni originarie, perché i due tomi furono scritti in contemporanea e presentavano più di una analogia: una parola con la lettera iniziale D come titolo; le belle ed inquietanti cover in bianco e nero (curate dal sempre grande Travis Smith), che si richiamavano a vicenda. L’idea di farli uscire come due album distinti (e a prezzo pieno!) sarà stato sicuramente il frutto insano della mediazione della casa discografica, visto che gli Opeth oramai erano divenuti importanti e quindi una macchina formidabile per fare soldi.

Torniamo dunque a quanto si diceva in principio: i pur rivoluzionari Opeth, nonostante le grandi potenzialità espresse nel corso della loro carriera fin dagli inizi, c’hanno messo sette album per lasciarsi i timori e il growl alle spalle. Passo che, per esempio, i cugini/compagni di scuola Katatonia, avevano già compiuto con il loro terzo full-lenght (quel “Discouraged Ones” che li traghettò di colpo dall’ottimo doom/black di “Brave Murder Day” ad una sorta di dark-rock molto più vicino al grunge che al black). Tornando alla metafora iniziale, se i Katatonia sono stati i giovani intraprendenti che hanno detto ciao ai genitori con il primo mezzo contratto a progetto in mano (suscitando il sommo dolore della madre che singhiozzava disperatamente dalla finestra al momento del commiato dei suoi bimbi), gli Opeth si son voluti sentire proprio, ma proprio tanto, sicuri prima di varcare la soglia di casa. Non bastava essere bravi, saper suonare, avere idee e cultura musicale, e dunque avere un seguito discreto di fan che li supportasse qualsiasi cosa facessero. No: hanno aspettato la consacrazione definitiva con l’ottimo “Blackwater Park”, album che li aveva posti nel gotha dei migliori dei migliori del metal di quegli anni.

In verità, il tanto atteso binomio “Deliverance”/”Damnation” fu il classico topolino partorito dalla montagna, perché gli Opeth, si vedrà anche in futuro, sono bravi solo a fare gli Opeth: ossia ad integrare death e rock progressivo, e non a percorrere i due binari separatamente. “Deliverance” (uscito nel 2002) rimane un ottimo album, ben costruito, tecnico ed ancora molto ispirato, che paga però lo scotto di essere uscito dopo un capolavoro immane come “Blackwater Park”. Inoltre, decurtare l’Opeth-sound della sua indispensabile componente melodica (comunque presente nell’album) non si è dimostrata un scelta felicissima.

Quanto a “Damnation”, uscito poco meno di un anno dopo, semplicemente non è il lavoro che ci aspettavamo: breve (poco più di quaranta minuti), con pezzi dalla durata decisamente sotto la media, ma soprattutto poco ispirato e con una scrittura così così, che soggiace a dei brani assai semplici e dagli sviluppi prevedibili. Quanto agli arrangiamenti, tenuto conto che dietro il mixer sedeva ancora una volta Wilson (che pure partecipa alla scrittura di un pezzo, “Death Whispered a Lullaby” - peraltro nemmeno niente di speciale), si poteva fare sicuramente di più e di meglio: i suoni non hanno spessore né avvistiamo quelle belle sfumature che rendevano ricco e splendente un lavoro come “Blackwater Park”. In una parola: i pur dotati Opeth non superano a pieni voti l’esame, raggiungendo comunque la sufficienza, finendo così per deludere chi all’epoca si aspettava da loro solo e solamente l’eccellenza. È come se i nostri ragazzoni, una volta fuori di casa, si fossero ritrovati nel panico più completo a gestire tutte quelle faccende che in casa, aiutando mamma, sembravano inezie.  

Perché dunque includere l’album nella nostra classifica? Perché divelto lo strano velo di opaca delusione iniziale, “Damnation” rimane un dignitoso dischetto che gira piuttosto bene nello stereo. Ridigitando il tasto play riattacca quella “Windowpane” che pensavano fosse solo un buon inizio, presagio di grandi emozioni, e che invece, a conti fatti, rimane il pezzo migliore del lotto: l’unico a rivaleggiare con la discografia passata della band (non a caso verrà riproposto spesso dal vivo). Il ritmo fluido della batteria trasporta delicati arpeggi di chitarra acustica e suadenti ondate di mellotron, sui cui movimenti si danno il cambio strepitosi solismi gilmouriani e la bella voce di Akerfeldt.

Per il resto si ha per le mani una manciata di oneste ballate (fra cui primeggia l'intimistica "Hope Leaves") che però di prog conservano veramente poco, salvo qualche spunto qua e là (tipo la coda strumentale di "Closure"): in questa circostanza gli Opeth preferiscono tralasciare le trame complesse che li hanno resi noti, per abbandonarsi ad un registro pacato che oscilla fra i Pink Floyd più dimessi e i King Crimson più romantici che hanno firmato ballatoni ad alto tasso di glucosio come “Epitaph” e “In the Court of the Crimson King”. Un’epicità irrequieta che sopravvive in brani dai ritornelli plateali come “In My Time of Need” (che rasenta Grignani) e “To Rid the Desease”, altro pezzo forte dell'album.

Le pulsioni settantiane sono in parte governate dalla mano di Wilson (che qua e là lascia un tocco dei suoi Porcupine Tree più alt-cantautoriali) e da un mood rigorosamente (quasi forzatamente) dark-depressivo, che poi non è altro che il senso di colpa che si manifesta nel metallaro che sceglie coscientemente di "tradire la causa" (un po' come quello che, se si taglia i capelli, si deve per forza rasare a zero, far crescere il pizzo e mettersi gli occhiali a goccia - insomma: diventare Rob Halford). Il ragionamento, più o meno, è: esco dal metal, ma lo faccio non in direzione pop, bensì inerpicandomi in sentieri "alternativamente malvagi". Cosa che, fra altro, va a nozze con il nostro senso di colpa: quello di noi ascoltatori che congiuntamente finiamo per "tradire la causa".

Quando il tutto termina, ti ritieni infine soddisfatto: dai su, non era poi così male, ma la voglia di premere nuovamente play francamente non è irresistibile. Almeno nell’immediato, tanto che l’opera finisce nella categoria ASA (“Ascolti a Scadenza Annuale”). Eppure, se presentate “Windowpane” al vostro amico scettico, quello che piscia sul metal ma apprezza robetta calma e di classe, il vostro figurone lo farete sicuramente…

Black face in the windowpane
Made clear in seconds of light
Disappears and returns again
Counting hours, searching the night...