28 ago 2015

POISON: NIENT'ALTRO CHE UN BEL PASSATEMPO!


I 10 MIGLIORI ALBUM GLAM METAL

CAPITOLO 6: “LOOK WHAT THE CAT DRAGGED IN” (02/08/1986)

Ve lo dico subito: a me i Poison non esaltano più di tanto. Il perché è presto detto: troppo semplici, troppo ruffiani, troppo orecchiabili, troppo alla ricerca del facile appeal, poco originali, debitori come sono delle grandi band dell’East Coast degli anni settanta (Kiss e Aerosmith in primis), nonché dei gruppi di punta hard rock/glam della West Coast della prima metà anni ottanta (Quiet Riot e Motley Crue su tutti).

A cura di Morningrise

Attenzione: non che questi quattro pazzoidi della Pennsylvania non avessero una loro personalità ma, a mio modesto avviso, hanno pagato troppo il fatto di aver esordito, col qui presente “Look what the cat dragged in”, “solo” nel 1986, cioè quando ormai come abbiamo visto il movimento glam era lanciato ed erano usciti già molti album importantissimi che avevano marcato a fuoco la Scena (ricordiamo che, ad esempio, l’album d’esordio dei Motley Crue, “Too fast for love”, è già del 1981). 
E non fu un caso quindi che il gruppo nascesse, quando ancora si chiamava Paris, come cover band di tutti quei gruppi succitati. In particolare i Motley Crue saranno sempre un punto di riferimento decisivo per Bret Michaels e compagnia, omaggiandola a più riprese sia, come detto, agli albori della carriera, sia con la scelta della copertina di questo loro primo disco che ricalca palesemente quella di  "Shout at the devil" (le similitudini e i collegamenti tra le due band, e in particolare tra Tommy Lee e Michaels, continuerebbero anche nelle rispettive camere da letto, con co-protagonista Pamela Anderson e i filmati hard fatti-in-casa…ma lasciamo stare questo aspetto pruriginoso che è meglio...).
 
E tecnicamente poi? Michaels, diciamocelo, è un cantante mediocre, dall’estensione limitata, che nel corso della sua carriera ha seguito diverse strade, compresa quella solista, cambiando look a più riprese a seconda di come girava il vento del trend: dall'abbigliamento glam degli esordi, appunto, a quello country negli anni ‘90, fino ad arrivare al vomitevole abbigliamento piratesco in stile Johnny Depp – Capitan Sparrow così in voga anche nel mondo metal nell’ultima decade; C.C. DeVille poi è un buon chitarrista, certo, con una discreta tecnica e qualche buona intuizione, ma nulla più. E la sezione ritmica si limitava a fare il suo senza mai emergere…

Ma, allora, perché i Poison nella nostra lista?? La risposta è in realtà semplice: al di là dei gusti personali, l’umile recensore non può che inchinarsi a quello che i Poison hanno rappresentato nella Storia del Glam, al loro ruolo ricoperto all’interno della Scena, e, da ultimo ma non meno importante, al successo commerciale riscontrato. Cosa pensereste se in una retrospettiva sul Thrash non fossero presenti gli Exodus? O se in una sul Death non ci fossero i Morbid Angel? Beh, il discorso è lo stesso per il Glam e i Poison. Addirittura per certi versi i Poison dei primi due platters SONO il Glam! Andate a rileggervi quei minimi comun denominatori del genere che avevamo individuato nella seconda parte dell’Anteprima: i Poison li hanno impressi tutti, nessuno escluso, nel loro DNA, resi manifesti alla massima potenza nella loro forma se vogliamo più pura e incontaminata, sia nel songwriting che nel contenuto lirico; una forma spogliata quasi interamente da altre influenze, punk o heavy che siano.

Ed ecco spiegato il perché, se si parla di glam/hair metal, il nome Poison sarà il primo, o uno dei primi, che qualsiasi appassionato del genere vi tirerà fuori. Se a questi fans chiederete canzoni distintive dell’intera Scena vi includeranno certamente parecchie estrapolate da LWTCDI o dal successivo “Open up and say..aaah!” (1988); e se gli chiederete una playlist delle migliori "ballatone da glamster", uno dei primi brani che verrà citato sarà di certo “I wont’ forget you” o “Every rose has its thorn” (quante volte le ho strimpellate nella mia cameretta con la chitarra scimmiottando il cantato di Bret!!).

Insomma, non includere i Poison sarebbe stato un delitto nonchè un segnale d’ignoranza. Loro sono la band dei parties selvaggi, del sesso espresso in modo volgare, smaccato, grottesco; sono il gruppo degli spandex e dei capelli ipercotonati, del trucco eccessivo, delle pose provocatoriamente ammiccanti, dell’ambiguità  androgina, del ribellismo che non si prende mai troppo sul serio, dei video kitsch con le donnine semi-nude (quello di “Look what the cat dragged in” è tanto insulso da risultare divertente, avente per protagonista una playmate in lingerie che sembra appena uscita da una copertina di Play Boy e che si spoglia sculettando davanti a un’enorme testa di gatto di carta pesta!!). E sono poi la band dei live infuocati, avvincenti, trascinanti. I quattro infatti non saranno dei mostri di tecnica e inventiva ma sul palco sanno il fatto loro, come intrattenere e gasare il pubblico e il riscontro dei kids americani dell’epoca fu difatti enorme.

Tutto questo insomma è LWTCDI, una sorta di interminabile party selvaggio a base di sesso e musica rock, che ci accoglie con il celebre arpeggio di “Cry tough”, opener track che risulterà uno dei brani meglio riusciti del lotto, e dove DeVille mette in mostra la sua migliore qualità alle sei corde: quella di mettere al servizio della melodia easy-listening un riffing basato essenzialmente su power chords semplici ma di grande presa. “I want action” poi è un manifesto programmatico con un chorus tanto banale quanto esemplificativo dell’atteggiamento dei Nostri (I want action tonight / satisfaction all night…un testo da decerebrati, lo so…). Già alla terza traccia troviamo una ballatona teens-oriented (passatemi il neologismo), “I won’t forget you” che però, cribbio, è…bella, commovente e funziona a meraviglia!
I Poison non mancano di sfoggiare anche il loro lato più hard confezionando “Play dirty”, una canzone ruvida, trainante, maschia, in cui DeVille si lancia in un assolo mozzafiato. Davvero un ottimo pezzo, seguito a ruota dalla title track dove si racconta di una notte di fuoco passata in motel con…più ragazze contemporaneamente (e la mattina alzarsi per andare a lavoro è mooolto dura!). Un inno alla trasgressione urlata nel ritornello Oh my god look what the cat dragged in / livin’ my life, sin after sin (praticamente un altro testo che manco un bambino dell’asilo…).
L’immancabile eredità dei New York Dolls sull’intero movimento si palesa in modo marcato poi in altre due riuscitissime canzoni dalle reminiscenze punkettare: “Talk dirty to me” e la conclusiva “Let me go to the show”, quest’ultima una sorta di divertissement metal-punk che ancora una volta pone al centro il tòpos glamster (ehm..scusate, oggi sono in vena di ridicole neo-locuzioni…) della ribellione ai genitori, con un testo divertentissimo in cui il figliolo-traviato-dal-rock scappa di casa calandosi da un albero che dà sulla sua cameretta, ruba le chiavi della macchina della sua mammina per lanciarsi ad un concerto rock (immaginiamo degli stessi Poison!). E infine menzione speciale per “#1 Bad boy” che presenta un groove da urlo che non vi potrà lasciare indifferenti andando a piazzarsi come top-song dell’album.

Un disco quindi che, pur non essendo un capolavoro e nonostante presenti un paio di passaggi a vuoto (“Want some need some”; “Blame it on you”), funziona alla grande nei suoi 34 minuti scarsi, divertendo parecchio. E' proprio divertimento la parola d’ordine della band, ribadita in continuazione e in maniera scanzonata, fino a codificare di lì a poco questo concetto nel titolo di una dello loro canzoni più famose, quella “Nothin’ but a good time” che fece da traino due anni più tardi, assieme alla già menzionata “Every rose has its thorn”, ad “Open up and say…aaah!”; un platter questo che ebbe un riscontro abnorme e che vendette solo negli USA oltre 5 mln di copie. 
Ma personalmente, dopo ripetuti ascolti, gli preferisco decisamente LWTCDI perché è più spontaneo, fresco, dinamico (d’altronde venne registrato in appena 12 giorni…) e meno laccato e patinato del suo successore, che alla lunga annoia di più e dimostra anche meno inventiva.
Però, al di là delle leggere differenze, questi due dischi dei Poison sono da intendere sia musicalmente che concettualmente come una creatura sola perchè esprimono una sorta di riepilogazione definitiva dei canoni glam così come si erano andati a esplicitare in tutta la prima metà degli anni ottanta. Un Glam quindi nella sua forma più “classica”, sicuramente derivativa e semplicistica, ma altrettanto importante rispetto ai capisaldi elencati nei nostri primi 5 capitoli.

Ed è per questo che andremo a esaminare nelle restanti 4 parti della nostra Rassegna espressioni di glam che necessariamente saranno qualcosa di diverso, di più vario, di più collaterale. Insomma, delle forme espressive che, se da un lato manterranno determinati punti di contatto con quanto finora visto ed ascoltato, dall’altro se ne distaccheranno per elementi musicalmente e artisticamente distintivi, dando vita a (sotto) generi altrettanto importanti.

E il primo disco di questi quattro ha per protagonista un musicista che, credo, non sarà tanto ben digerito dal popolo del metallo…