22 dic 2015

I DIECI GRUPPI PIU' REPELLENTI DEL METAL: CONTROL DENIED, LA RIVELAZIONE DELLA REPELLENZA (1° POSIZIONE)



Chuck, capitolo finale. 

All'apice della repulsione cosa ci può essere? Accademica è la rincorsa della variazione sulla deformità, sulla sporcizia, sulla decomposizione. Oltre c'è la rivelazione della simbologia della repulsione come chiave interpretativa (materialistica e di superamento del materialismo sterile) del mondo.

La filosofia della repellenza è: “Se il corpo è un niente in disfacimento, a maggior ragione val la pena di mirare a qualcosa di più alto”. Non materialismo, quindi, ma automaticamente suo superamento.

Ora, per sfuggire all'orrido non basta scansare la corporeità: il cervello dell'uomo supera in repellenza le interiora più sordide. Esistono psicologie deformi, esiste la deformità della psicologia normale. Esiste, e ce lo insegnano i tardi Death, il cannibalismo dei rapporti umani, per cui il dolore di uno è pabulum, terreno di crescita per gli altri, già allenati e predisposti a nutrirsi dei suoi resti, a coltivare le sue malattie, a far leva sulle sue vulnerabilità. I più alti sentimenti sopravvivono a tutto, tranne che a se stessi. Non sopravvivono a quella “Secret Face”, l'intento o il bisogno nascosto e non dichiarato che alla fine si mangerà letteralmente il frutto di un rapporto tra due persone, che sia amore o amicizia.

L'ultima dimensione della repellenza da esplorare, dopo la carne, la mente, i rapporti, è la storia. Forse, si potrebbe pensare, la decomposizione è soltanto un evento repellente se preso a sé stante, ma non come compimento di una storia. In fondo, se si pensa che la morte inizia con la nascita, forse in questa ottica, seppur disturbante, è la vita a divenire più chiara. La storia che finisce con la decomposizione forse è una storia che paradossalmente compone un senso. Mentre si disfa la vita, il suo senso si definisce.

Fa effetto apprendere che Chuck Schuldiner sviluppava questi temi proprio sul finire della sua storia: mentre un tumore gli schiacciava ed erodeva il cervello, la sua poetica continuava a crescere. La malattia che ha ucciso Chuck è la negazione dell'armonia. Si tratta del glioblastoma multiforme, un tumore composto da unità che nascono come elementi embrionali e nel moltiplicarsi assumono poi varie forme possibili di linee cellulari finali. Nella massa del glioblastoma convivono la forma meno differenziata, più abbozzata, del corpo e un insieme confuso di tutte le forme più definite dei vari organi e tessuti. Una sorta di polpettone di corpo umano che cresce mangiandosi il cervello circostante. Un “buco nero” che moltiplica la sua "informità" e distrugge la forma giù organizzata. Una poltiglia che mangia struttura per alimentare se stessa. Forse in questo era il senso ultimo della filosofia della repellenza. Definire la vita “intorno” alla repellenza., una zattera nella tempesta che la inghiottirà alla fine. E Chuck lo fa, o almeno conosciamo la definizione a cui è arrivato prima di morire.

La vita è un punto in una terra di mezzo tra il senso di indegnità e il sogno. Avere chiara la visione dei propri sogni, mentre si tiene in mano il pennello per dipingerli, facendosi carico delle proprie paure: “Like a brush in hand, to paint a picture of what we would like to see and love to be. The vision is clear, taking charge of fear”.

Il pessimismo e l'ottimismo sono ugualmente repellenti. Equidistante si muove “la fragile arte dell'esistere”, che non crede di poter manipolare il futuro, ma neanche affoga nel passato: semplicemente consiste nel “sanare le ferite per far strada al nuovo corso della realtà” ("A chance to heal, to allow what's real, to take its course").

La speranza, sentimento spesso nobilitato, per Chuck è il male essenziale, la debolezza. Chi agisce non spera, chi crede di resuscitare il passato o determinare il futuro sperando è esistenzialmente repellente, perché: “Mentre respira violenta il dono della vita, inalando speranza nel suo cuore nero, Né colpa, né vergogna: ancora una volta il male viene dalle parole vuote”. Qui c'è un chiaro riferimento alle “Parole vuote” ("Empty Words") del titolo di una precedente canzone di "Symbolic", che sono il seme della comunicazione velleitaria, sganciata dai fatti, della rappresentazione fallace che affida alle parole l'illusione della realtà, anziché l'illustrazione della realtà. "Empty Words" è anche il titolo della pagina web che raccolse, e credo continui a esistere, le dichiarazioni di dolore e di stima in occasione della morte di Chuck, inclusa quella del sottoscritto.

Il senso della vita non è trovare una verità contro le parole vuote, bensì sfuggire dal male della parola vana. Parimenti l'agire non è la ricerca di una vittoria o di una sconfitta (non ti fermare ad una sconfitta o una vittoria, qui il premio è sopravvivere). Il senso della vita non è neanche avere una mente sincera, perché ciò che uno pensa è un segreto e ciò che uno dice può essere falso. Allora, in questo orrido panorama di “facce segrete” e di “parole vuote”, l'unica posizione possibile è mantenere la posizione “dietro i pensieri”. Se prima delle parole (vuote) ci sono i pensieri (segreti), ancor prima dei pensieri ci sono i fatti (visibili). Pare suggerire, Chuck, che non si debba sperare (e quindi indebitarsi di illusioni col destino) e tantomeno dichiarare, ma sia importante esistere nei fatti. “Se avessi guadagnato dalle delusioni sarei oggi un uomo ricco. La vera magia risiede nella sincerità, nell'autenticità, dietro i pensieri è dove io ho scelto di restare, attendendo la mia rivelazione”. La vita è una catena di fatti che attende la sua rivelazione, quello che Chuck chiama il settimo capitolo: “Sette capitoli di vita avvolti in un pacchetto, che attende di essere aperto in rivelazione”.

Una rivelazione che dovrà essere sopportata, perché si deve ringraziare di essere durati, e non di quello che alla fine si è stretto tra le mani. Le storie che introducono l'album “The Fragile Art of Existence” (parto dell'ultima incarnazione artistica di Schuldiner, i Control Denied) sono rivelazioni repellenti. Se c'è un Dio, è un monolite del passato che improvvisamente diviene un mostro. Se il tempo cura le ferite, è capace anche di produrre mostruose cicatrici, chelodi ipertrofici che non si limitano a tappare i buchi di tessuto con delle “toppe biologiche”, ma crescono come nuovi “organi cicatriziali”, monumenti deformi al dolore passato.

In “Breaking the Broken” si parla di amore. I due zombie che fanno sesso smembrati nella copertina dei Cannibal Corpse sono la punta dell'iceberg. Prima ci sono le menti malate. Prima ancora lo squallore della normalità dei rapporti sociali. Ancor prima la solitudine di un sogno tradito.

Io ti ho visto, tu mi hai visto, hai nascosto molto bene i tuoi canini
Avrei dovuto capirlo meglio, ma è difficile dirlo
Nella bellezza il male attende di impadronirsi di te
I riflessi profondi, soltanto un'occhiata di sfuggita

I tuoi servi fedeli si inchinano di fronte a te
Insieme continuano a rompere ciò che è rotto
Eravamo liberi, e ora non resta niente da dire e da fare
Da essere di due uno a divenire nessuno, ora esistiamo solo ieri

Tu usi parole violente, di quelle che schiacciano e uccidono
Senza alcuna pietà, il suo piacere è assaggiare il sangue che hai versato
La corsa è finita nel rifiuto della gloria
da imbottigliare e aggiungere alla collezione
delle tue anime schiave.


Una storia repellente, il rifiuto della gloria di un amore. Una vita sfigurata che può solo andare avanti e usare il dono della persistenza, per evitare l'insistenza. Chi è stato "rotto", tradito, ha questa via d'uscita; chi ha invece "rotto", tradito, sarà condannato, come in un Inferno, a rompere ciò che è rotto senza fine, aiutato da una corte di anime schiave e inutili, spettri di un passato perduto.

Pensare che servano delle budella per suscitare schifo e repulsione è ottimistico. Siete solo all'inizio del percorso iniziatico che Chuck ha completato poco prima di morire e che porta al cimitero dei sogni traditi.


A cura del Dottore