20 feb 2016

BATHORY: "BLOOD FIRE DEATH"




I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL ESTREMO
2° CLASSIFICATO: “BLOOD FIRE DEATH” (BATHORY)

Parlare di brani lunghi nel metal estremo significa necessariamente parlare di Quorton e dei suoi Bathory: con i suoi innumerevoli difetti e gli enormi ed incommensurabili meriti, la creatura di Quorton, oltre a contribuire a plasmare il black metal e ad inventare di sana pianta il viking, ha avuto anche il vezzo di aver sdoganato il brano lungo nel metal estremo. 

Lasciamo perdere i Venom di "At War with Satan": in quei venti minuti i tre di NewCastle scazzarono di brutto e probabilmente solo per caso riuscirono in una impresa (in primis per loro stessi) irripetibile. Per Quorton invece il brano lungo, da un certo punto in poi, diverrà un vero standard.

Come dunque è successo con gli Opeth, ci è toccato attingere da un bacino molto ampio di candidature. Ma contrariamente agli Opeth, per cui l'adozione del format del brano lungo si sposava con preparazione tecnica ed ampie vedute, per Quorton l'idea di estendere il minutaggio oltre i classici tre/quattro minuti che erano tipici del thrash-metal, poggiava su altre basi: i principi dell'evocazione e dell'atmosfera. Per immergere l'ascoltatore in un mitico passato scandinavo fatto di battaglie cruente e riti pagani c'era bisogno di lunghe introduzioni di chitarra acustica, di possenti riff ripetuti come mantra, in quel modo circolare, ipnotizzante, che diverrà pilastro fondante del black metal che verrà. 

In tutto questo non trovano ospitalità tecnica o dotte visioni che rimandino ad una sensibilità progressiva: i veicoli espressivi di Quorton sono stati prima il thrash e dopo l'epic metal, con al massimo vaghi accenni all'universo della musica classica, in particolare di quella wagneriana

E’ il cuore, il grande cuore di Quorton, la qualità fondamentale della musica dei Bathory: quei suoni difettosi ma caldi ed avvolgenti, quella voce sgraziata, quelle ritmiche elementari, tutto questo evoca mondi lontani, dimensioni leggendarie in cui l'ascoltatore può perdersi e dimenticarsi di sé e del presente. 

Prendiamo per esempio "Twilight of the Gods" (il brano). Un prologo soffuso, un fruscio remoto, poi la botta: gli arpeggi acustici che si spalmano sull’elettricità, i cori odinici, le ritmiche marziali. E poi quella voce strozzata dal pianto: corde vocali tirate allo spasimo solo per mettere una frase dopo l'altra. Un incedere ondivago, implacabile, un lento vorticare che rapisce e genera visioni struggenti: un gelido rivolo che si apre la via fra i picchi rocciosi e ripidi valichi innevati. Ma come si era detto per gli In the Woods, la grandezza di un brano non si misura solo con il suo potere evocativo, ma si rispecchia anche nel guizzo, nella giocata improvvisa, nel colpo di genio. Tutto dunque si ferma, l'elettricità si ferma, tutto il mondo ricreato si ferma. Una ruvida scala di basso, che potremmo definire à la DeMayo, cala fiera nel silenzio, dando il là alla coda strumentale, animata da uno splendido assolo (mi vengono le lacrime al pensiero): grossolano e sublime al tempo stesso, quell’assolo evoca vivide immagini come solo sa fare l'arte appassionata di Quorton. Ma non saranno i quattordici minuti di "Twilight of the Gods" i protagonisti della nostra rassegna: in quello che sarebbe dovuto essere l'ultimo album dei Bathory (era il 1991), Quorton si era già lasciato alle spalle l'universo dell'Estremo, approdando definitivamente a quella formula di epic metal che sarebbe poi stata definita viking. 

Facciamo dunque un passo indietro, esattamente al 1990, anno di uscita di quel capolavoro che risponde al nome di "Hammerheart", opera di transizione e svolta decisiva per la carriera dei Bathory. L'album si concludeva con un brano di oltre dieci minuti, l’eccezionale "One Rode to Asa Bay". Il pizzicato sornione di uno scacciapensieri, il rifrangersi delle onde su spiagge insanguinate: "One Rode to Asa Bay" è un inno sofferto dedicato a un mondo, quello pagano, quello della tradizione scandinava, violentato dal Cristianesimo (consiglio di andare a leggere il bellissimo testo). L'interpretazione di Quorton è coinvolgente, la sua voce rozza si assesta, traballante, su un registro urlato che è l'imperfetta ma naturale evoluzione dei latrati del passato. Strofe urlate con tutto il fiato che si ha in gola, un ritornello imperdibile, ancora un assolo da applausi che si fonde con cori solenni e campane che rintoccano evocando quella stessa chiesa imposta con la forza e la brutalità. Tuttavia, nemmeno in questi magistrali passaggi troviamo quello che cerchiamo: il brano è, fra tutti, quello che più di ogni altro affranca i Bathory dalla dimensione dell’Estremo ed apre definitivamente la strada al viking dell’album successivo.

Per poter incontrare il secondo miglior brano lungo della nostra classifica, dobbiamo fare un ulteriore passo indietro e sostare dalle parti di "Blood Fire Death", anno 1988. Nel suo quarto album, dopo le allettanti premesse gettate con il dilaniante "Under the Sign of the Black Mark", Quorton approderà ad una forma stilistica più ragionata. Conservato il medium del thrash metal, i brani risulteranno meno caotici, irruenti e figli di quella furia distruttiva che aveva caratterizzato la passata produzione discografica. Suoni più potenti, un’accresciuta padronanza dei mezzi espressivi, una volontà praticamente inedita di spingersi ulteriormente avanti sul piano della ricerca melodica (chitarre acustiche, tastiere, inserti di voci pulite) fanno di "Blood Fire Death" un vero spartiacque nel percorso artistico dei Bathory, ponendosi perfettamente a metà strada fra il proto-black del "prima" è il viking che verrà. 

Con i suoi dieci minuti e ventotto secondi di durata, la title-track (posta al termine della scaletta) è il primo brano veramente lungo realizzato dai Bathory (anche se nell'album precedente, con i quasi sette minuti di "Enter the Eternal Fire" si erano fatte le prove generali): un brano a dir poco leggendario che assume contorni idealtipici. Se andiamo a riscorrere la nostra classifica dei migliori brani lunghi del metal classico, troveremo al secondo posto la "The Keeper of the Seven Keys" degli Helloween, che abbiamo visto come l'incarnazione della perfezione: per equilibrio, scrittura ed impeccabilità esecutiva. Coerentemente con l'altra tranche della classifica, ma per ragioni diverse, il nostro secondo posto è assegnato al brano “perfetto” del metal estremo. E se impeccabilità esecutiva ed arrangiamenti accurati non dimorano da queste parti, di certo nell'equilibrio e nella scrittura (e nella fierezza interpretativa, potremmo aggiungere) "Blood Fire Death" trova le sue pietre angolari. 

Già l'album si era aperto in modo anomalo, con un brano interamente acustico, squarciato dal nitrito riverberato di cavalli e voci pulite (l’evocativa “Odens Ride Over Nordland”). Dopo sei pezzi che andavano a ripristinare il carattere violento dell'arte bathoriana, con l'ottava traccia, la title-track appunto, si riaffacciano la chitarra acustica e le tastiere. È solo un preludio atto a creare atmosfere e le giuste premesse per una delle cavalcate più imponenti del metal. Le chitarre elettriche non tardano a ruggire, i suoni secchi e marziali della batteria si fondono non senza stridori a quello metallico di basso e batteria. L'urlo stridulo di Quorton è quanto di più vicino ad uno screaming vi fosse all'epoca.  

Il brano dunque entra nel vivo, forte di un mid-tempo poderoso, refrain di chitarra solista tipicamente bathoriani (uhaa-uha-uhaaa) e dense pennellate di tastiere che mimano cori che sembrano discendere direttamente dal Valhalla: il black metal sinfonico forse trova qui la sua prima manifestazione. Da segnalare inoltre quel tintinnar di piatti stile slitta di Babbo Natale che diverrà un must nel black metal che verrà. Il canto di Quorton è feroce, abrasivo, ma il top dell'efferatezza lo si ha nel devastante ritornello, dove la batteria si fa tamburo da guerra e il Nostro scandisce con tutto il fiato che gli rimane in corpo, fino a rantolare, le tre parole che compongono il titolo: sangue,  fuoco, morte.

Il drumming marziale spezza l’elettricità, per poi dare nuovamente agio al procedere lineare della parte centrale, fatta di riff cavalcanti e un tagliente assolo. Dopo l’inevitabile interludio atmosferico, si aprono scenari sanguinolenti fatti di trottante batteria, rugginose bordate di chitarra e grida disarticolate: una fase interlocutoria che non è altro che l’anticamera dell’ennesima ripartenza, dove il metal dei Bathory galoppa baldanzosamente a metà strada fra i Metallica di “Ride the Lightning” e i Manowar di “Into Glory Ride”: un tour de force di truce e grandiosa epicità che verrà a stemperarsi solo nel finale, affidato ad una desolante chitarra acustica, la quale serpeggia impietosa fra le macerie e il sangue rappreso che la battaglia si è lasciata dietro.

Il brano, nella sua complessità, conserva dunque il formato canzone, con tanto di ritornello ripetuto periodicamente ed assolo nella parte centrale, a dimostrazione dell'estrazione classica di cui è ancora portatore il suo autore, nonostante la vocazione di innovatore. La forza di Quorton non stava quindi nell'intelligenza tattica, quanto nell'irruenza e nella sua urgenza comunicativa. Il testo non è solo dichiarazione di guerra all’”invasore”, ma è anche manifesto (forse il primo in assoluto) di una fiera appartenenza a quel Nord ed alle sue tradizioni minacciate dalla violenza conquistatrice del Cristianesimo. Gli umori belligeranti (nemmeno nell'epic metal dei primi Manowar, dei Manilla Road e dei Cirith Ungol ci imbatteremo in una così sentita riottosità frammista a dolore e sofferenza) evocano le immagini e i colori della suggestiva copertina. 

Dolore, disperazione, rivalsa. Ce ne staremmo anche nel nostro villaggio a mungere vacche, ma visto che ci venite a rompere il cazzo, allora ci toccherà combattere. Ed avremo il vostro sangue. Forse incontreremo la morte, ma venderemo cara la nostra pelle: questo, in termini semplificati, il messaggio di Quorton, "eroe per caso" dell'heavy metal. Lui, che non amava le luci alla ribalta e che era costretto a confrontarsi con esigui budget, custodiva in petto uno stupefacente e straordinario mondo interiore da raccontare. E la sua penna era la chitarra, le corde vocali fatte a brandelli la sua voce. 

Lo dico con rammarico: per importanza storica, carica innovativa e valore artistico, Quorton e la sua creatura avrebbero meritato di presenziare in vetta alla nostra classifica. Tuttavia, come già sostenuto in altre circostanze, la nostra rassegna intende guardare esclusivamente al singolo brano, il quale è il solo e unico oggetto della nostra valutazione, a prescindere dalla storicità, dalla reputazione e dalle gerarchie, più o meno assodate, dell'heavy metal. E quanto a singoli brani, ce n'è uno a nostro parere che si erge nettamente al di sopra di tutti gli altri...

To be continued…