12 feb 2016

SANCTUARY, ALL'AVANGUARDIA DELL' "U.S. POWER METAL"


I 10 MIGLIORI ALBUM DELLE CULT BAND (ANNI '80)

1987: "REFUGE DENIED"

In un recente post, ovviamente in modo del tutto arbitrario (e quindi soggettivo), ho individuato in “The Sound of Perseverance” dei Death il disco Heavy Metal più rappresentativo di sempre. Questo sia per essere riuscito a riassumere praticamente tutte le caratteristiche metalliche dei 20 anni precedenti la sua uscita, sia per contenere in sé linee guida per lo sviluppo del Metallo negli anni a venire.
Si tratta ovviamente di una sintesi estrema, dettata, come detto in quel post, dalla testa ma anche dal cuore.

Se dovessi individuare quale sia stato l’album che ha saputo raccogliere in maniera mirabile l’eredità elargita dal genio di Chuck, che abbia saputo far crescere e sviluppare gli stilemi e le intuizioni insite in TSOP, credo che non avrei dubbi nell’indicare “Dead Heart In A Dead World” (2000) dei Nevermore. Un capolavoro assoluto e, per chi scrive, apice raggiunto dalla fenomenale band di Seattle. 

A cura di Morningrise

In quell’ora di musica i quattro musicisti, attraverso una creatività straripante e intuizioni geniali, riuscirono a realizzare un’opera che, se da un lato ripercorreva la lezione del technical thrash metal di fine anni ottanta, dall’altro la confezionava con un abito moderno (ma non “modernista”) e, proprio sulla scorta degli ultimi Death, con un “spirito” e un gusto classic.

Amando alla follia Warrell Dane e soci, è stato per me logico andare a riscoprirne gli esordi artistici, non solo attraverso tutta la discografia dei Nevermore, ma anche dei Sanctuary. Cioè quella band, che nella seconda metà degli anni ottanta, lanciò Dane come top-vocalist dell’universo heavy metal, assieme al bassista Jim Sheppard, fido compagno di viaggio di Warrell per tutti gli anni a venire.

Lo ammetto: fino a che non mi sono imbattuto nella malia della voce di Dane, per me la parola “sanctuary” associata al Metal voleva dire soltanto far riferimento alla splendida canzone dei Maiden (o tutt’al più all’etichetta discografica inglese che dalla canzone degli Iron prese il nome). E invece…

Invece, con l’ascolto del qui presente “Refuge Denied”, e del suo successore “Into The Mirror Black” (1989), questo termine non posso che associarlo a uno dei più grandi gruppi degli anni ottanta. Si, non c’è tema di smentita: il lascito dei Sanctuary, nell’arco di appena due dischi, è incommensurabile e rappresenta il massimo livello, e al contempo il superamento, del c.d. “U.S. Power Metal”, movimento che abbiamo provato ad approfondire nei precedenti capitoli della nostra Rassegna sulle cult band anni 80.

Già allora Dane, appena diciottenne (sic!), riuscì ad esprimere le sue doti superiori alla media, conferendo alle opere dei Sanctuary un tratto distintivo e immediatamente riconoscibile. Al suo fianco, a menare le danze alle sei corde, ovviamente non c’era il fenomenale Jeff Loomis (che scopriremo di lì a breve coi Nevermore), ma l’altrettanto valido Lenny Rutledge, che seppe confezionare in maniera stupefacente, con lo stesso Warrell (e con un marginale ma importante supporto dell’altro chitarrista Sean Blosl), un songwriting di qualità eccelsa, che pescava a piene mani, rileggendole però in maniera del tutto personale, da un lato le lezioni americane di Metal Church e primi Queensryche, e dall’altro quelle europee di Judas Priest e Iron Maiden.

Ma attenzione: qua non c’è traccia di plagio perché i Sanctuary seppero già all’esordio tirare fuori una personalità unica.
Personalità che derivava da diversi elementi: in primis dalla voce cangiante di Dane che alternava aggressività, memorabili e inquietanti falsetti e oscure parti recitative. Con una capacità di modulazione delle sue doti canore da far invidia. Una sorta di incrocio tra Rob Halford e King Diamond, ma che seppe da subito rifulgere di luce propria.
E in secondo luogo, concentrandoci sul lato prettamente musicale, dal fatto che quelle influenze succitate erano inserite all’interno di una struttura dinamica, cangiante: esplosioni di una notevole violenza metallica erano guidate da riff monumentali che si intersecavano continuamente tra di loro, creando a tratti una matassa intricata, dalla quale però la band fuoriesciva grazie soprattutto al frequente utilizzo di oscuri arpeggi che permettevano di controllare e tenere a bada questo magma incandescente.

Questo è dunque il cocktail che ritroviamo nel debut “Refuge Denied”, oggetto del nostro post. Un disco che ha un pregio scarsamente riscontrabile: e cioè quello di essere composto da 9 pezzi uno diverso dall’altro. Ovviamente il marchio Sanctuary, con le caratteristiche su descritte, funge da minimo comun denominatore, ma ogni brano riesce a mostrare una sfaccettatura particolare del sound dei Nostri.

Battle Angels”, l’opener, è assolutamente devastante, con un incipit da infarto (per il quale l’aggettivo “power” è quanto mai pertinente) che sfocia in un mid tempo su cui la voce evocativa di Warrell alterna acuti ad elevati decibel a falsetti mefistofelici.
Termination Force” poi mette in mostra quella vena dark, metalchurchiana, di cui abbiamo parlato sopra, con un arpeggio portante meraviglioso, al quale vengono alternate evoluzioni chitarristiche sempre cangianti. Un maelstrom di riff che si intersecano, cambiando velocità in continuazione, fino alla thrasheggiante sfuriata finale.
Die For My Sins” esprime invece maggiormente le radici New Wave del combo, una canzone più melodica con un ritornello azzeccatissimo, di facile presa ma assolutamente non scontato e/o banale. All’interno del pezzo peraltro troveremo nuovamente diversi umori visto che a metà brano si virerà verso lidi più propriamente “power”.
Se “Soldiers of Steel” rivela un’ulteriore vena dei Nostri, quella marziale e austera (cui il falsetto di Dane dona un’aura luciferina), poi mitigata da altre divagazioni umorali (da rimarcare qui un pregevole assolo di Rutledge), è la successiva “Sanctuary” che si distacca come perla del disco. Soffusa all’inizio, guidata da un arpeggio straziante, è squarciata presto da scoppi improvvisi di elettricità; la canzone cambia poi continuamente pelle, con un apporto decisivo del basso di Sheppard che stritola le linee di chitarra con il suo pulsare corposo e avvolgente, portando Rutledge ad un assolo sentito e sofferto che conduce il brano verso il tumultuoso finale.
Meravigliosa poi la cover di “White Rabbit” dei Jefferson Airplane (canzone più volte coverizzata nel mondo del Metal…) in cui troviamo anche l’apporto alle sei corde di Sua Umiltà Dave Mustaine, lo scopritore del talento dei Sanctuary (e per questo gli saremo sempre grati!).
La chiosa del disco è affidata all’accoppiata “Ascension to Destiny” e “The Third War”, forse due pezzi più canonici, se vogliamo derivativi della scena power americana, seppur di assoluta qualità.
Ma tranquilli: l’eccezionalità compositiva dei Sanctuary torna subito prepotente nella conclusiva “Veil of Disguise”, aperta da un soave arpeggio cavalcato da un Dane in stato di grazia e che, per l’occasione, svela la sua tonalità più dolce e carezzevole. Dopo la prevedibile esplosione elettrica, quando il brano sembra ormai concluso dopo quattro minuti e rotti, arriva l’accelerazione che non ti aspetti, un brutale assalto thrash guidato dal drummer Dave Budbill che porta il brano quasi a deragliare dai binari prima che un ultimo, splendido riff a velocità controllata (coadiuvato dalla voce ispirata di Warrell) lo guidi con sicurezza in porto.
Che dire in conclusione…un capolavoro assoluto, bissato due anni più tardi dall’altrettanto fenomenale “Into The Mirror Black” (sul quale, noi di MM, non potremo che soffermarci in un prossimo futuro…).

Ma nonostante la qualità della proposta, l’appoggio di Mustaine, la firma con la CBS/Epic e il responso positivo della critica specializzata, il successo non arrivò. Misteri della vita…forse la proposta era troppo avanti, troppo avanguardistica nel suo fondere assieme technical thrash, oscurità doomiche, flavour epico e un goticità ante-litteram che, soprattutto con ITMB, ancor più complesso e teatrale, non sarà semplicissima da digerire per l’ascoltatore medio dell’epoca.

Sta di fatto che questa situazione non soddisfacente da un punto di vista commerciale spinse Rutledge a cambiare registro e a voler comporre musica, secondo il suo punto di vista, più commerciale. Cosa che ovviamente suscitò il disaccordo di Dane e Sheppard. Che, per nostra fortuna, decisero, assoldato Loomis (già conosciuto in quegli anni) di formare i Nevermore, continuando con essi il fenomenale discorso musicale cominciato nel 1987 con “Refuge Denied” e raccogliendone i meritati frutti anche da un punto di vista del responso commerciale, probabilmente in un periodo in cui il pubblico del metallo era diventato più aperto a determinate sonorità.