10 mar 2016

CANTAUTORATO E POST METAL: LA SAGRA DEL BOLLITO!



Ha visto la luce di recente una collaborazione interessante, quella fra Jesu (aka Justin Broadrick, chitarrista della prima formazione dei Napalm Death, poi mastermind del seminale industrial-act Godflesh e di una miriade di altri progetti) e Sun Kil Moon (ultima incarnazione artistica del cantautore Mark Kozelek, già leader degli oggi dissolti Red House Painters).

Ma non è la prima volta che il metallo pesante flirta con il cantautorato, basti pensare a “Soused” uscito nel 2014, frutto della collaborazione fra Sunn O))) e Scott Walker. In entrambi i casi, tuttavia, il risultato non è stato all’altezza delle aspettative, come se la somma delle parti fosse inferiore alle stesse. Cerchiamo di capire perché.


Partiamo proprio da Sunn O))) e Scott Walker. Il pubblico metal ha sicuramente presente i primi, pionieri di quel sottogenere, ibrido bastardo di doom ed ambient, che è stato definito drone-metal. Di Scott Walker (classe 1943!) basti sapere che, dopo una folgorante carriera iniziata negli anni sessanta con i The Walker Brothers (sorta di boy-band ante litteram!), qualche album solista meno fortunato ed una lunga latitanza dalle scene per motivi di alcool e depressione, egli seppe, già in tarda età, re-inventarsi come cantautore delle tenebre grazie ad un trittico di album-capolavoro (autentici condensati di nevrosi insanabili ed ottenebranti visioni) che hanno saputo segnare profondamente la storia del rock. Stiamo parlando di “Tilt” (1995), “The Drift” (2006) e “Bish Bosch” (2012).

L’ululato tenorile di Walker (sorta di Frank Sinatra dell’Oltretomba) volteggia astratto su tracce dal forte piglio sperimentale, dove le coordinate spazio-temporali si smarriscono fra tappeti ambientali, avanguardia rumorista e dark sounds. Come dire: il cantante ideale per i Sunn O))), maestri indiscussi del tetro soundscape. Un soundscape che negli anni si è rivelato versatilissimo ed abbinabile, di volta in volta, alle sonorità più disparate: li abbiamo infatti visti alle prese con le manipolazioni harsh-noise di Masami Akita (in arte Merzbow), con le declamazioni mistiche di Julian Cope, con il cavernoso recitato di Attila Csihar (Tormentor, Mayhem, Plasma Pool, Aborym ecc), con i latrati agonizzanti di Wrest (Leviathan) e Malefic (Xasthur), con lo stoner-noise dei giapponesi Boris e con la soffice elettronica dei norvegesi Ulver.

Pertanto, quando fu annunciata la collaborazione, esultammo nella pretesa di assistere ad un inimmaginabile inferno sonoro inscenato da due fra le più grandi ed originali entità musicali dei nostri tempi. Invece “Soused” incontrò solo delusioni, salvo l’entusiasmo ingiustificato di qualche scribacchino in cerca di emozioni forti. Ma chi conosce i personaggi coinvolti non potette non percepire un invadente sapore di minestra riscaldata. Non giovò sicuramente il fatto che solo due anni prima era stato pubblicato l’ultimo lavoro di Walker, quel “Bish Bosch” che andò a costituire una inevitabile pietra di paragone. Ma al di là degli eventuali confronti, l’uscita così ravvicinata del lavoro solista di Walker non aiutava anche solo per il fatto che la proposta del cantante americano è pesante, decisamente pesante: ci vuole tempo per digerirla, metabolizzarla. Ed è un bene, per lui e per noi, che costui continui a sfornare album a scadenza decennale.

Sul lato Sunn O))), se è vero che l’ultima release ufficiale era stata il valido “Monolith & Dimensions” (uscito ben cinque anni prima!), c’è da aggiungere che nel corso del medesimo anno (il 2014)  Stephen O’Malley e Greg Anderson si erano riaffacciati sul mercato discografico con “Terrestrials”, frutto della collaborazione con i colleghi Ulver (operazione che lasciò più perplessità che certezze). Il fatto è che la formula del duo iniziava a mostrare la corda. E la trovata di coinvolgere nella faccenda un personaggio come Walker (che per attitudini ed intenti artistici è a loro molto affine, sebbene appartenga ad un’altra galassia musicale) poteva essere una bella pezza (l’ennesima) utile a coprire un preoccupante calo di ispirazione.

Chi vince? Forse Walker, che peraltro è autore di tutti i brani e si porta dietro il fido collaboratore Peter Walsh (produttore e sound-designer di primario livello). Se dunque “Soudes” potrebbe essere benissimo considerato una sua prova solista, c’è da dire che i suoi vagiti da tacchino, il suo consunto armamentario di effetti speciali (clarinetti, percussioni, elettronica rumorista ecc.) e le solite trovate (surreali vocalizzi estranei alla controparte musicale, i pieni e vuoti che si susseguono ecc.) iniziano ad apparire esercizi stucchevoli alle orecchie dell’ascoltatore meno sprovveduto. Ma almeno il cantante difende la propria missione artistica, imponendo la sua ossessiva poetica ai due compari, i quali subiscono il carisma ingombrante di Walker, limitandosi a creare uno stanco sottofondo fatto di accordi prolungati di chitarra, come da loro consuetudine. Niente più, forse qualcosa di meno.

E così “Soused”, cinque tracce per quasi cinquanta minuti di durata, stenta a decollare, portando con sé più noia che atmosfera. C’è da dire (probabilmente un effetto involontario, ma comunque gradevole) che a tratti, mettendo insieme il doom magmatico del duo e il lamento tenorile di Walker, si ottiene un qualcosa che si avvicina molto ai Candlemass di Messiah Marcolin! Una sfumatura, però, che rimane appannaggio del solo ascoltatore metal…

Esiti leggermente migliori sembrano essere stati raggiunti da Broadrick e Kozelek con la ragione sociale Jesu/Sun Kil Moon (l’album è uscito nel gennaio 2016), anche se gli ottanta minuti di durata dell’album non sono proprio una passeggiata spensierata.

Broadrick non ha certo bisogno di presentazioni e per una ripassata sul personaggio consigliamo la lettura del nostro post su “Conqueror”, secondo full-lenght dei suoi Jesu. E’ comunque doveroso ricordare come il suo potente shoegaze sia stato una delle esperienze più esaltanti nel metal degli ultimi anni: un’epopea che tuttavia ha portato buoni frutti solo in occasione dei primi due album, visto che in seguito il lascito artistico dei Jesu ha pesantemente risentito di un forte calo qualitativo dovuto alla drammatica perdita dell’ispirazione originaria.

Un Broadrick spento e all’apice del suo manierismo non è sicuramente il miglior compagno di viaggio ed in effetti anche questo lavoro risente di una opprimente sensazione di deja-vu: soliti riffoni dalle tonalità ribassate (in certi casi sembra che il chitarrista li abbia replicati pari pari, scippandoli dai suoi album), solito set di gadget che stanno alla base di tutti i suoi progetti (drum-machine, synth sognanti, abuso di feedback ecc.).  

Kozelek non è messo meglio, provenendo egli da un album un po’ fiacco come “Universal Themes”, dell’anno precedente. Dopo il successo di un best seller come “Benji” (2014) il Nostro venne improvvisamente scaricato da pubblico e critica per colpa di una inclinazione sempre più pronunciata nel voler raccontare tutto di sé, sfiorando così la più patologica dell’autoreferenzialità: colto da una sorta di logorroico instant-telling (nostro neologismo per descrivere la tracotante tendenza ad esternare, senza alcun filtro né criterio, un po’ tutto quello che passa per la testa, dall’ultimo film visto al cinema al disco ascoltato nel corso del pomeriggio), egli è divenuto il bersaglio dell’impietoso scherno collettivo, come se, tutto ad un tratto (parlo di noi italiani), per colpa di una prodigiosa epidemia, fossimo divenuti tutti inglesi madrelingua e fossimo capaci di carpire ogni singola parola che esce dalla bocca del cantastorie americano, non potendone così rifuggire la banalità. A noi francamente questo aspetto interessa fino ad un certo punto, considerato che guardiamo principalmente alla musica: la voce di Kozelek rimane magnetica e il risultato finale si avvicina molto all’epica springsteeniana riletta in salsa post-metal.

Non male nel complesso, anche se l’ascolto porta inevitabilmente con sé qualche sbadiglio. Brani molto lunghi e monotoni che non sempre colpiscono nel segno: questo sembra essere nell’essenza l’omonimo debutto dei Jesu/Sun Kil Moon, che comunque vede nel suo svolgersi diversi momenti interessanti. Non fosse altro per il fatto che, contrariamente all’universo delirante edificato da Sunn O))) e Scott Walker, Kozelek e Broadrick si rivolgono ad un pubblico indie, adottando dei codici comunicativi indubbiamente più intellegibili.  

In conclusione, per entrambe le operazioni, la sensazione è che tutti e quattro gli artisti siano arrivati ad un punto morto della loro carriera. Ricercando nella collaborazione azzardata (ma artisticamente coerente) una stampella che li aiuti nel loro cammino claudicante, non hanno trovato ahimè la soluzione ai loro problemi. Come zoppi che si sorreggono a vicenda, prima Sunn O))) e Scott Walker, poi Justin Broadrick e Mark Kozelek, dimostrano senz’altro che la classe non è acqua (i prodotti sono innegabilmente originali e portano marchiati a fuoco i segni delle personalità degli autori), ma anche che la vecchiaia è una brutta bestia