14 mar 2016

I MIGLIORI "BRANI LUNGHI" DEL METAL: VINCITORI E VINTI (parte prima)




I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL
CONCLUSIONI (parte prima)
Trenta post, trenta gruppi, trent’anni di storia del metal: la faccenda, lo ammettiamo, ci è sfuggita di mano. Quella che doveva essere una semplice classifica di dieci brani, si è ramificata ed insinuata nella nostra coscienza di scribacchini alla stregua di un rampicante malefico, spingendoci ad addentrarci nella folta giungla del metal e ad aprirci un varco che avesse un senso. Un sentiero che invero, seppur con punte di patologia analitica, abbiamo percorso con gioia inattesa: noi che odiamo più di ogni altra cosa il track by track, siamo piacevolmente annegati nei mari della descrizione. E non sappiamo nemmeno se, riemersi da queste acque, saremo sempre gli stessi... 

Ebbene: alla fine ce l’abbiamo fatta! E’ stata dura, ma fra breve saremo in grado di mettere in fila dieci titoli (più uno!) che secondo noi vanno a rappresentare il vasto Reame del Metallo da questo inedito punto di vista che abbiamo voluto adottare: giunge così alla sua conclusione la classifica dei dieci migliori “brani lunghi” del metal.

Agalloch, Anathema, Antonius Rex, Bathory, (The) Black, Blind Guardian, Burzum, Cathedral, (Paul) Chain, Cradle of Filth, Dream Theater, Fates Warning, Helloween, Iced Earth, In the Woods..., Iron Maiden, Katatonia, Manowar, My Dying Bride, Neurosis, (The) Ocean, Opeth, Queensryche, Running Wild, Rush, Type O Negative, Venom, Virgin Steele, Void of Silence, Voivod: questi, in rigoroso ordine alfabetico, i protagonisti della nostra rassegna.

Una rassegna che era stata inaugurata il 1° ottobre dell'anno scorso, più di cinque mesi fa. Un bel percorso, in primis per noi che siamo stati i traghettatori. Sempre rimanendo in tema di “acqua”, posso dire che questa ricerca per il sottoscritto si è andata a legare indissolubilmente alla domenica mattina, che in genere coincide con il mio appuntamento settimanale con il nuoto. Da casa mia alla piscina vi sono circa quindici-venti minuti di macchina: lasso di tempo ideale per analizzare il brano su cui, di settimana in settimana, bisognava meditare e scrivere. Poi, in quell’oretta di finto nuoto libero, arrancando contro la legge di Archimede, procedevo perplesso, rimuginando sulle mie scelte (avrò scelto il brano giusto? Non ve n’è forse uno migliore? E quale prima e quale dopo?). Rimontavo in macchina e riascoltavo, consideravo e scartavo, alla ricerca di certezze. Idem il giovedì sera a lezione di yoga negli interminabili minuti di “meditazione”, in cui ripercorrevo la classifica in cerca di possibile falle. Il risultato l'avete sotto gli occhi: un percorso di cinque mesi che va a sorvolare ben tre decadi dell’epopea metal, dalla antidiluviana “At War with Satan” dei Venom, targata 1983, al mastodontico album-suite degli Ocean, “Pelagial”, il quale ha visto la luce solo pochi anni fa, nel 2013 per l’esattezza.

Dall'approccio grezzo ed istintuale dei tre di NewCastle, alla maturità “generazionale” delle nuove leve del metallo, quello che abbiamo percorso è stato un bel tratto di strada, ricco di incontri con band ed artisti provenienti dai generi e dai sotto-generi più disparati, sia sul fronte “classico” (heavy, power, epic, prog, symphonic ecc.), che su quello estremo (doom, gothic, black, post-hardcore/post-metal ecc.). Una panoramica che tuttavia non possiamo definire esaustiva, in quanto il tema del brano lungo ci ha imposto di trascurare generi importantissimi come il thrash, il death e il grind. E se dei casi di “brano lungo” ci sono stati anche da quelle parti, erano troppo sepolti nella melma dell'underground per poter essere dissotterrati e collocati al posto di esemplari ben più rappresentativi.

Il thrash, per esempio, che nasce come il genere d'impatto per eccellenza e che ha fatto del brano “mordi-e-fuggi” il medium privilegiato, non è estraneo a soluzioni più composite ed articolate. I Metallica, in questo, sono stati dei veri maestri e composizioni come “The Call of the Ktulu” (8:55), “Master of Puppets” (8:35) ed “Orion” (8:27) sono lì ancora a dimostrarlo. In quei brani (ma anche in molti altri che non stiamo ad elencare) i Four Horsemen espandevano i confini del thrash verso i lidi di una maggiore complessità, sia melodica che compositiva. Sul fronte opposto troviamo invece degli insospettabili Dark Angel che, a scapito del loro furioso thrash battente, amavano dilungarsi, raggiungendo sovente durate di sette, otto e persino nove minuti (nei quali generalmente non accadeva una mazza). Un'ottima via di mezzo fra questi due poli potrebbero essere i Coroner di “Grin”, album in cui il trio svizzero seppe imboccare la via di una intelligente forma di post-thrash metal. La geniale “Serpent Moves” (7:37), fra riff ricercati, groove modernisti ed improvvise aperture progressive, rimane uno dei momenti più coinvolgenti offerti dal metal tutto. Metallica, Dark Angel, Coroner (ma anche gli Anthrax di “Persistence of Time”) sono tutti validi esempi di come anche nel thrash sia stato possibile sviluppare nuovi moduli di assalto sonoro al di fuori dei binari della traccia-killer finalizzata esclusivamente alla rottura dell’osso del collo dell’ascoltatore.

Nonostante questo dato di fatto, di brani particolarmente significativi nel thrash metal che si sono trascinati oltre il decimo minuto (la “misura minima” che ci siamo imposti come spartiacque per la nostra trattazione) non ne abbiamo incontrati. Altra faccenda sono i diciassette minuti di “Jack The Luminous” dei Voivod e il quarto d'ora di “Dante's Inferno” degli Iced Earth, in quanto i primi da tempo non suonavano più thrash in senso stretto e i secondi erano a conti fatti più vicini al versante del power classico che al thrash (di cui comunque adottavano degli elementi fondanti, come le ritmiche serrate e i riffoni schiacciasassi). La stessa cosa che potremmo dire dei grandissimi Nevermore, “grandi esclusi” dalla nostra competizione. Brani come “The Politics of Ecstasy” (7:57) e “The Learning” (9:43) sono comunque due ottimi esempi di come la band di Seattle abbia saputo destreggiarsi in spazi meno ristretti, grazie anche al talento compositivo di Jeff Loomis, una sezione ritmica con i controcazzi e il piglio teatrale di Warrel Dane, titano delle corde vocali.  

Dai Nevermore ai Control Denied di Chuck Schuldiner il passo è breve, ma nemmeno la magnifica “The Fragile Art of Existence” (9:38) può fare al caso nostro, durando essa una manciata di secondi in meno rispetto ai fatidici dieci minuti. Dai Control Denied alla ultima incarnazione dei Death il passo è stato ancora più breve, visto che i primi sono stati una coerente evoluzione dei secondi. I Death completavano la loro epopea con un album epocale, “The Sound of Perseverance”, e proprio da quell’album peschiamo l’intensa “Flesh and the Power It Holds” (8:25), ottimo esempio di come la materia metal possa plasmarsi intorno alla personalità del proprio autore. E che autore! Chiamate questa musica come vi pare (il termine più appropriato è secondo me “arte schuldineriana”), ma di certo non la si può definire né heavy metal classico, né thrash, né tanto meno death-metal. 

Ah, il death-metal! Sul fronte del death nudo e puro il brano lungo per eccellenza l'hanno firmato gli svizzeri Messiah del grande Remo Broggi: parliamo di “Ascension of a Divine Ordinance” (9:49), apocalittica traccia di chiusura (con tanto di voci di bambini e cori angelici) di “Rotten Perish”, concept-album dedicato, con sguardo caritatevole, alle mostruosità (fisiche e mentali) rigettate dalla società. Anche i Morbid Angel hanno avvicinato l'impresa con “Invocation of Continual One” (9:47), accattivante episodio cardine di “Formulas Fatal to the Flesh”, impreziosito dal solito ispirato solismo di Trey Azaghtoth. I più recenti Ulcerate (che del death metal hanno però una visione assai “post”), concludevano il loro capolavoro “Destroyers of All” con un brano di 10:30, la title-track. Ma siamo in lidi che continuare a definire death, almeno nella sua accezione classica, è sicuramente improprio. Come vedete gli esempi non mancano, ma possiamo sostenerlo: queste glorie del death, vecchio e nuovo, il meglio l’hanno detto e dato altrove.

Quanto al grind, ci saranno sicuramente in giro per il globo dei casi di brani protratti per minutaggi elevati, ma sinceramente non mi vengono in mente cose mirabolanti (anche perché il grind, da un punto di vista teorico, poggia sullo stilema della “scheggia sonora”: modulo brevissimo che ha fatto sì che venti minuti durasse piuttosto un album, che una singola canzone!). A titolo della categoria, cito comunque i deliranti ventitre minuti  di “Never Answer The Phone” dei Today is the Day, che se certo non si possono definire grind in senso stretto, la loro furia hardcore, inserita in un contesto di destrutturazione sonora, li avvicina più di tanti altri ai campi minati del grindcore. Il brano in questione è una estenuante cavalcata chitarristica che si fregia di intriganti geometrie post-grind: un assalto sonoro che mette a dura prova la resistenza dell'ascoltatore, schiacciato fra un rifferama implacabile ed effetti disturbanti che rispecchiano al meglio la mente malata di Steve Austin.

Con questa breve dissertazione abbiamo dunque cercato di rendere omaggio ai grandi alfieri di generi come thrash, death e grind. Detto questo, ci saranno poi tutti gli appassionati di prog-metal, power e symphonic metal che avranno da recriminare qualche nostra grave omissione. Ecco, prima che ci arrivino le lettere dell’avvocato di Turilli (via giù, citiamo anche lui: “Of Michael the Archangel and Lucifer’s Fall Part II: Codex Nemesis” (lungo anche il titolo!), contenuta nell’ultimo “Prometheus – Symphonia Ignis Divinus” (un titolo, un programma!) di Luca Turilli’s Rhapsody è una formidabile suite di diciotto minuti in cui succede praticamente di tutto!), detto questo, dobbiamo ripetervi ancora una volta che abbiamo dovuto inevitabilmente effettuare delle scelte, anche dolorose, e che per generi come quelli che abbiamo appena citato, abbiamo preferito tagliar corto ed orientarci verso nomi più  rappresentativi come Dream Theater, Helloween e Blind Guardian.

Idem per gli universi del depressive black metal e del post-black metal: ci basti aver toccato l’argomento con numi tutelari di questi filoni come Burzum ed Agalloch (grazie, lo sapevamo anche noi che band come Shining, Leviathan, Wolves in the Throne Room, Altars of Plagues hanno saputo realizzare eccellenti brani lunghi!). In questo ambito, l’unico brano però che con rammarico ci pentiamo di non aver osservato nel dettaglio e che dunque  ci sentiamo di rammentare adesso è la superba “Alone Walkyng” (10:28) degli Hades Almighy (che peraltro abbiamo sfiorato nella nostra classifica dei migliori album black norvegesi): dieci minuti di fiero ed agonizzante black metal bathoriano caratterizzato da dolenti tempi medi e fraseggi elettroacustici da brividi.

Ultima menzione d’onore la facciamo, infine, per un brano che non abbiamo potuto includere perché uscito quando oramai il tutto era nella sostanza pianificato, ma soprattutto perché gli Iron Maiden erano già stati ingaggiati con la storica “Rime of the Ancient Mariner”. Ebbene sì, i sei nonnetti inglesi ci hanno regalato sul finire del 2015 una perla che vale la loro fama, quella “Empire of the Clouds” a cui abbiamo dedicato uno spazio apposito e che voglio qui ricordare con un passo tratto dalla recensione scritta di mio pugno:

“Ma soprattutto: Dio benedica Bruce! Perché ha scritto “Empire of the Clouds”, che con i suoi diciotto minuti è il brano più lungo nella storia degli Iron Maiden. Il testo si ispira ad un tragico evento avvenuto il 5 ottobre del 1930: lo schianto del dirigibile britannico R101 durante il suo volo inaugurale, un incidente che provocò l’incendio dell’aeromobile e la morte di quarantotto passeggeri. In questa rievocazione c’è tanto del Bruce solista, quel Bruce epico cantautore che non ha mai trovato grandi spazi negli album degli Iron, ma c'è tanto anche del Bruce pilota e del Bruce che ama volare. E il Bruce, in definitiva, che ha lottato contro il cancro.

L’inizio a base di pianoforte e di archi ha suscitato diverse perplessità nel popolo metallico, ma sinceramente me ne infischio: siamo solo ai primi vagiti del brano, che decollerà (in tutti i sensi) al settimo minuto. Chitarre, percussioni marziali e solenni orchestrazioni battono all’unisono suggerendo il dramma che il brano si presta a descrivere. Dei fantasiosi giri di chitarra, in realtà, disegnano immagini bellissime, contrastanti, trasmettendo prima la bellezza del volare e poi l’inferno del precipitare, in un tripudio di emozioni contrastanti (levità, tensione, epicità, disperazione): tour de force chitarristici, cavalcate a denti stretti ed assolo nervosi, una maratona ATTUTTOIRON (che gran cuore hanno gli Iron…) con un Bruce da lacrime nel finale (Dio benedica Bruce) che quasi prende la prima stecca della sua vita per la foga di entrare in scena nell’esatto momento in cui doveva entrare in scena. Tutti son stanchi, tutti son vecchi, ma con la forza della disperazione riescono a farmi emozionare ancora, riportandomi in una confusa era “pre metal” in cui la voce di Dickinson e le melodie dei Maiden (fra i primi gruppi metal che abbia mai udito) bucavano ed affascinavano le mie orecchie ancora vergini di metal, ma già attratte da quella musica così potente ed affascinante. E piango pensando (senza un motivo in particolare che me lo faccia sostenere) che questa sia l’ultima canzone, non dell’album, ma degli Iron Maiden...“ 

Bene, adesso basta, basta per davvero: anche troppe parole sono state spese! Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno (post!), eccoci finalmente al momento fatidico della classifica finale