1 mar 2016

ITALIA OSCURA: PAUL CHAIN, ANTONIUS REX, THE BLACK (parte prima)




I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL

APPENDICE II: “WHITED SEPULCHRES” (PAUL CHAIN), “MAGIC RITUAL” (ANTONIUS REX), “CAPISTRANI PUGNATOR” (THE BLACK)

Nella nostra classifica dedicata ai migliori brani lunghi del metal i nomi italiani non sono andati per la maggiore. Gli unici chiamati a sventolare il tricolore in mezzo a così tanti stranieri sono stati i romani Void of Silence”, tirati dentro per via della loro magnifica “Human Antithesis”.

Se dunque i rappresentanti del Bel Paese hanno scarseggiato lungo i solchi della nostra trattazione, andiamo subito a rimediare con questa appendice che dedicheremo a tre eroi di un'Italia oscura e geniale, che, ahimè, molti non conoscono. Rendiamo oggi onore al talento di Paolo Catena, Antonio Bartoccetti e Mario Di Donato.


Ma prima di procedere, è doveroso fare almeno un breve accenno alla band-cult italiana per eccellenza: i Death SS.

La band capitanata da Steve Sylvester, sebbene abbia guardato talvolta al doom, talvolta al progressive, non ha mai abusato del format del “brano lungo”, preferendo incanalare le proprie malefiche energie nel brano dal ritornello anthemico tipico di quel background hard’n’heavy (e anche un po’ glam!) da cui proviene. Eppure di episodi in cui Nostri si sono voluti avventurare lungo tracciati maggiormente articolati ve ne sono stati e ci sembrava doveroso ricordare almeno quelli più significativi.

Nel debutto “…In Death of Steve Sylvester” spiccava la suggestiva “The Hunged Ballad” (8:19), una visionaria ballata sullo stile di “Killer of Giants” del grande Ozzy. La voce luciferina di Sylvester, fra arpeggi di chitarra e tappeti di tastiere, è qui dimessa ed allucinata, ma lo scenario verrà stravolto in un istante dall’incredibile finale: un’inaspettata esplosione sinfonica dove tamburi battenti e declamazioni da predicatore invasato si scontrano in uno stordente e cacofonico baccanale da fine del mondo. Destabilizzante.

In “Black Mass” i Nostri si daranno senza riserve al rituale satanico con la spaventevole title-track (8:22), capolavoro esoterico della band. Qui il concetto di canzone si perde completamente per lasciare spazio a voci deformate e a striscianti ricami rituali. Autentica suite dell’oltretomba, essa si sviluppa in tre fasi successive: una sontuosa introduzione gotica apre la strada ad una messa nera vera e propria, dove un salmodiare in latino viene pungolato da gemiti femminili; la chiusura, invece, verrà affidata all’inevitabile deflagrazione elettrica, dove il metal torna in cattedra con minacciosi riff di chitarra e squarci di sax delirante che ricordano non poco il finale della celeberrima “White Hammer” dei Van der Graaf Generator. Disturbante.

Ma torniamo alla musica: in “Do What Thou Wilt”, i Nostri si giocheranno la carta della power-ballad con “The Serpent Rainbow” (7:43), che si pone agli antipodi del minimalismo della ballata sopra descritta. Maestoso affresco sonoro condotto dalle sapienti mani del nuovo ingresso Oleg Smirnoff (virtuoso delle tastiere direttamente dalla prog-metal band Eldritch), il brano si sorregge come al solito sull’interpretazione teatrale del folle singer, accompagnato per l’occasione da sensuali voci femminili. Possenti orchestrazioni ed imperdibili assolo di marca gilmouriana completano il quadro. Sublime. 

Ci sentiamo infine di citare un brano appartenente alla fase recente della vita artistica della band. Stiamo parlando della coinvolgente “Seventh Seal” (8:11), brano di punta (l’unico davvero all’altezza della fama della band) di quell’album un po’ scialbetto (“Seventh Seal”, appunto) che costituì un provvisorio canto del cigno per i Death SS, prima della reunion che sarebbe avvenuta qualche anno dopo con “Resurrection”. Aperta e chiusa da una cornice a base di pianoforte e voce, è nella sua parte centrale che essa sa offrire le maggiori attrattive, mutandosi di colpo in una irresistibile cavalcata metallica animata dalla solita performance indiavolata di Sylvester ed impreziosita dagli inserti di flauto e sax di Clive Jones, direttamente dai leggendari Black Widow.

Come dire: l’horror metal dei Nostri calza a pennello con brani che sappiano andare oltre il classico formato canzone, vuoi per la necessità di ricorrere continuamente al fattore atmosfera (conferito principalmente da massicce dosi di tastiere), vuoi per la teatralità costantemente ricercata da un cantante carismatico ed iconoclasta quale è Steve Sylvester, vuoi per l’elevato tasso tecnico che da sempre contraddistingue la band nonostante i continui cambi di formazione. Peccato dunque che i Death SS, forti delle loro capacità e della loro ampiezza di vedute, non abbiano mai espresso la chiara volontà di tirare le cose veramente per le lunghe.

Uno che invece non ha mai temuto di tirare le cose per le lunghe è Paul Chain, che proprio dalle fila dei Death SS proveniva. Prima con i Violet Theater, poi con la sua carriera solista, il musicista pesarese ha sempre scelto la forma della “sessione infinita” per dare corpo alle propria “incontinenza artistica”. Basandosi il suo modus operandi sull’improvvisazione, ed essendo spesso il doom e la psichedelia i suoi veicoli di espressione privilegiati, la dimensione della lunga jam diviene per lui un sentiero praticamente obbligato. In più c’è da dire che il Nostro, fra tutte le sue innumerevoli qualità, non possiede certo quella della sintesi: non solo a livello di singolo brano, ma anche a livello di intera discografia, visto che Paul Chain non è certo tipo da “tenere nel cassetto” il proprio materiale (avendoci così , nel corso degli anni, inondato di numerosissime uscite).

Impossibile dunque stare ad elencare tutti i brani di estesa durata che portano la sua firma: certi di essi sono arrivati tranquillamente alla mezzora, basti citare, a mo’ di esempio, la sperimentale “Our Solitude (Birth, Life, Death)”, ambient orrorifico dalla durata di 30:04; e “Tetri Teschi in Luce Viola”, una mezzora tonda tonda di riff doomeggianti ed acidità assortite (visioni scaturite da incubi che hanno probabilmente avuto per oggetto sessioni di sodomia fra Tony Iommi e Frank Zappa). Per semplificarci la vita, e senza andarci a perdere nell’infinita discografia del chitarrista, scegliamo dunque un brano fra i più emblematici, quella “Whited Sepulchres” che dà il titolo all’omonimo album del 1991.

L'opera si riallaccia al filone sperimentale dei lavori di Chain e probabilmente suonerà spiazzante per chi si aspetta schietto doom, ma non per chi conosce lo straordinario eclettismo dell'artista italiano. Negli anni l'ex fondatore dei Death SS ha dimostrato l'intrinseca ristrettezza delle etichette che possono essere apposte alla sua musica. E questo “White Sepulchres” non è certo un'eccezione, bensì uno dei primi esempi di come il Nostro dimostri di sapersi muovere attraverso i generi diversi mantenendo intatta la sua credibilità. Un qualcosa del genere era già stato saggiato in certi episodi contenuti nel doppio “Violet Art of Improvisation” (edito nel 1989, ma contenente composizioni risalenti agli inizi degli ottanta). Nel 1991 Paul Chain non si era quindi evoluto, ma stava estrinsecando ulteriori forme del suo poliedrico, anarchico, libero ed anti-compromissorio approccio all'arte.

La mastodontica title-track (venti minuti e cinquantanove secondi!) da sola occupa tutto quello che originariamente era stato il primo lato del vinile e si articola, in modo imprevedibile, lungo l’asse delineato dal chitarrismo torrenziale di Paul Chain, che per l'occasione imbraccia (con risultati esaltanti) anche il basso (disposto su linee spesso autonome rispetto alla chitarra). A completare la formazione il fido Lu Spitfire dietro alle pelli (che più o meno si assesta sui medesimi implacabili contro-tempi: una base dall’incedere ipnotico che favorisce il libero dispiegarsi della chitarra di Chain) e Alexander Scardavian a dare una mano alle sei corde “Whited Sepulchres” diviene così un viaggio allucinante che si pone a metà strada fra la maratona hendrixiana  e il “rituale spaziale” dei maestri Hawkwind

Con i canoni descrittivi di oggi potremmo parlare semplicemente di stoner-rock, ma a guardar bene qui si va oltre, decisamente oltre. L’approccio di Chain al proprio strumento, tanto per iniziare, assume contorni mistici: è come se egli suonasse in stato di trance. Di conseguenza per l’ascoltatore “Whited Sepulchres” diviene un'esperienza sconvolgente: un’esperienza che è anche un test per verificare la tenuta mentale innanzi a fiumi di wah-wah, solismi esasperanti e ricchi di tensione, estenuanti tour de force chitarristici che sanno pescare in pari modo dallo space-rock, dalla psichedelia e dal metal pesante: lezioni aggiornate dalla tracotante personalità di Chain. Un Chain che, più che in altre circostanze, dimostra di avere quattro enormi coglioni: due per le eccelse qualità tecniche, due per l’abnegazione con cui è in grado di reggere venti minuti sempre sulla cresta dell’onda. E' questo il Paul Chain che ci piace: quello estremo, assolutizzante, senza limiti.

Il Paolone Nazionale non a caso è un personaggio di culto apprezzato dall’intero circuito doom internazionale (basti pensare alla collaborazione con Lee Dorrian, cantante degli inglesi Cathedral) ed è considerato fra i padri del cosiddetto psycho-doom, deviazione del genere in direzione psichedelica: una psichedelia che in virtù dei risvolti esistenzialisti e spirituali, diviene esperienza mistica.

Ma se Paul Chain è sicuramente il nome più noto di questo “versante oscuro” dell’Italia del metallo, non si può certo dire che sia stato l’unico nei patri confini ad imbracciare una chitarra e rileggere alla propria maniera la materia sabbathiana. Vi sono infatti almeno altri due loschi figuri che di brani lunghi se ne intendono…