18 mar 2016

L'EQUAZIONE "EMOZIONALE" DEGLI AYREON


I 10 MIGLIORI CONCEPT ALBUM DEL METAL

APPENDICE I: “THE HUMAN EQUATION” (AYREON)

I dieci migliori concept metal album inseriti dal nostro Lost In Moments nella sua bellissima Rassegna pubblicata da MM nel 2015 sono effettivamente intoccabili. Dieci capolavori che credo avranno messo d’accordo i gusti di ogni grande amante del metallo, spaziando tra diversi generi e diversi approcci nel trattare lo scivoloso strumento della “storia unitaria”.

Come ogni scelta limitata a dieci titoli però ha dovuto necessariamente lasciare fuori album che avrebbero meritato di starvi dentro.

Modestamente, vorrei dare un contributo a quella Rassegna aggiungendo la presente Appendice, dando spazio a un gruppo che, a mio parere, ha dato un contributo consistente al Metallo tutto degli ultimi 20 anni. Gli Ayreon di  Arjen Anthony Lucassen, band di punta ormai del panorama mondiale.

A cura di Morningrise

Credo sia fondamentale inserirla in quanto Lucassen, da quando esistono gli Ayreon, e cioè dal meraviglioso “The Final Experiment” del 1995 (ancora adesso una delle opere meglio riuscite del Nostro), ha utilizzato il medium espressivo del concept-album in quasi ogni suo lavoro (l’unico full-lenght a non essere un concept è “Actual Fantasy”, guarda caso l’opera meno riuscita del polistrumentista di Hilversum). Un approccio come detto sempre rischioso, difficile da trattare. 
E che spesso richiede un lunghissimo minutaggio per essere portato compiutamente a realizzazione (non a caso la maggior parte delle release degli Ayreon sono doppi album).

Le storie lucasseniane sono state sempre molto particolari: hanno collegato antico passato ad estremo futuro, ambientazioni dell’Alto Medioevo con altre calate in un remoto futuro. 
Al di là dei continui rimandi tematici da un’opera all’altra, il vero trait d’union è però la sfrenata fantasia, il tema del viaggio in mondi “altri”, diverso da quello che conosciamo; spesso, ma non sempre, in ambientazioni extraterrestri, fantascientifiche.

La nostra attenzione, per questa Appendice, si sofferma su “The Human Equation” doppio album del 2004 in quanto, a differenza dei concept precedenti degli Ayreon, questa volta Arjen focalizza il tema del viaggio in un dimensione prettamente interiore, più mentale che fisica, visto che tratta delle sensazioni, pensieri ed emozioni che attraversano il cervello di un uomo nei suoi 20 giorni di coma, stato in cui è precipitato dopo un terribile incidente stradale.

Ancora una volta, il mondo dei cantanti metal rispose “presente” alla chiamata alle armi di Lucassen, che, se da un punto di vista strumentistico si fa carico di tutto (ad eccezione della batteria), lascia invece grande spazio ai guest singers. Del resto, come ogni sua opera, i personaggi della storia da interpretare sono numerosissimi. E i protagonisti presenti sono di caratura internazionale: da Devin Townsend (Strapping Young Lad) a Michael Akerfeldt (Opeth); dal mai troppo compianto Mike Baker (Shadow Gallery) al solenne Eric Clayton (Saviour Machine). 
Senza trascurare (anzi dando loro un ruolo di primo piano) le dolcissime ugole femminili: Irene Jansen (sorellina della più famosa Floor, singer degli After Forever) e colei che reputo l’unica cantante del mondo metal capace di rivaleggiare con sua Maestà Anneke van Giesbergen, e cioè la messicana Marcela Bovio (frontman peraltro di uno dei molteplici e meglio riusciti progetti paralleli dello stesso Lucassen, gli Stream of Passion).

Ma, inutile nasconderlo, il vero protagonista di THE è il Sig. James LaBrie. Si, proprio il cantante dei Dream Theater ha il ruolo più importante di tutti, quello di “Me”, cioè l’ego del protagonista in coma. James è lodevolmente, e insospettabilmente, sotto le righe per tutti i 100’ del platter, riuscendo quando chiamato in causa a fornire una prova convincente e sentita, in perfetta sintonia col mood generale. Risultato, immagino, ottenuto grazie alla la regia del mastermind Lucassen.

L’incontro, lo scontro e l’incrocio delle diverse voci/personaggi non risulta mai stucchevole. Anzi, rende l’opera (di per sé molto imponente e impegnativa, come del resto ogni pubblicazione a marchio “Ayreon”), assolutamente fluida, gradevole, scorrevole. Anche se il merito maggiore di questo risultato è ovviamente da accreditare al lavoro di scrittura di Lucassen, che riesce a trovare, per tutta l’ora e quaranta, un equilibrio in chiaro/scuro davvero invidiabile

A tal proposito è difficile se non impossibile sia estrapolare singole tracce ché descrivere compiutamente la proposta musicale. Da un lato le consuete influenze settantiane prog/space rock sono evidenti; non è un caso che, tra i diversi guest musicians, si trovino anche due guru dei tasti d’avorio come Ken Hensley (Uriah Heep) e Oliver Wakeman (Yes, figlio del più celebre Rick), che prestano la loro opera per singoli assoli di hammond e synth; dall’altro tali influenze sono innervate da un ambient/psychedelic naturalmente debitore dei Pink Floyd, sicuramente un faro seguito dal Nostro (emblematica la splendida “Betrayal”). Ma niente paura. parliamo pur sempre di metal. infatti quanto sopra descritto è ampiamente corroborato da massicce dosi di sano metallo: Arjen non rinuncia alle sue tipiche partiture chitarristiche, che, in questo caso, strizzano l’occhio proprio ai Dream Theater dell’epoca. E ricordiamo a proposito che il Teatro dei Sogni, appena 6 mesi prima di THE, aveva dato alle stampe “Train of Thought”, forse il loro disco più cupo, plumbeo e “distorto” (a tratti quasi nu-metal).

Ma inutile dire che la personalità e l’originalità degli Ayreon è talmente elevata che siamo lontani da qualsivoglia plagio o derivatività. A conferma di quanto sia tutto molto personale, Lucassen inserisce anche moltissime parti acustiche e folk (sono ben quattro i musicisti olandesi precettati a suonare violini, violoncelli, flauti, pifferi, fagotto e altre diavolerie a fiato), a tratti sfociando quasi in partiture di danza celtica da pub irlandese (vedi “Loser”). E l’elemento acoustic/folk si rivela (e si rivelerà anche nelle produzioni successive, i bellissimi "01011001" e "The Theory of Everything") una scelta assolutamente vincente per l’economia complessiva del sound in quanto contribuisce a rendere elevatissima la già alta emotività della musica ayreoniana (ad esempio, vi sfido ad ascoltare “Sign” senza che una lacrimuccia vi scenda sulla guancia…). Un libero sfogo alla vena acustica che però non scade mai nel banale o nel melenso, essendo sempre intrecciata ad un’elettricità ficcante, dando al tutto un senso compiutamente progressive metal, nell’accezione più alta e completa del termine.

Piccolo spoiler del concept: si scoprirà al termine della storia che tutta la vicenda narrata non è altro che una simulazione creata da una sorta di deus ex-machina, (che i fan degli Ayreon avevano già conosciuto nel quarto album della band, “The Universal Migrator: The Dream Sequencer” del 2000) con lo scopo di ricordare le emozioni. Quasi a volerci suggerire che ciò che rende inimitabile la vita di ogni singola persona sono le sue esperienze emozionali.

"Uomo = emozione" quindi? E' questa l'equazione di cui al titolo del disco? Parrebbe. 
Una parola, emozione, fondamentale nella vita di ogni essere umano e ancora una volta al centro della poetica di Lucassen. “The Human Equation” è, prima ancora che un disco musicale, un’esperienza umana da provare, in quanto capace in maniera forte di rendere questo sostantivo un qualcosa di vivo e arricchente
Talmente arricchente da farmi affermare che THE non solo è stato uno dei venti album metal più importanti e significativi dell’intera decade, ma anche il capolavoro della maturità dalle mille sfaccettature di una delle menti più geniali che abbiano attraversato il mondo del Metallo dagli anni novanta in poi.