28 mar 2016

RESURREZIONI (seconda puntata): DALLA PARTE DI BURZUM




Abbiamo introdotto con gli Swans il tema della Resurrezione: dopo quasi tre lustri di inattività la seminale band americana si riforma attorno alla figura mitica di Michael Gira, non per pubblicare copie sbiadite dei lavori gloriosi che furono, ma per dare il via ad una nuova coinvolgente era artistica (la terza).

Se non sfigurare troppo rispetto ai fasti del passato (quando si era giovini e forti) è già un’impresa, replicarli diviene cosa alla portata davvero di pochi. Il mondo del metal è stato teatro, negli ultimi anni, di svariate reunion, certe portate avanti con onestà, altre che si sono rivelate delle buffonate capaci solo di sputtanare un mito. Si è detto: queste reunion hanno permesso di vedere sul palco band storiche che pensavamo di poter ammirare solo su uno schermo, ma in tutti questi casi è accaduto raramente che il prodotto artistico in sé si rivelasse indispensabile.

Ho guardato dentro al metal e ho visto un uomo che, risalendo dal suo Inferno e riaffiorando in superficie, ha fatto esattamente il contrario di tutti gli altri, non degnandosi di montare su un palco (cosa che peraltro non ha mai fatto), ma compiendo l’impossibile: si è confrontato con la statura del suo vecchio sé, quello glorioso che forgiò capolavori, plasmò un genere nuovo, introdusse una nuova attitudine e che seppe gettare semi che nel corso della sua assenza avrebbero germogliato e generato nuovi movimenti. Quell’uomo è Varg Vikernes. 

Il Varg Vikernes che, dopo i seminali album usciti all’inizio degli anni novanta, è stato forzatamente costretto a riporre la sua chitarra nella custodia, in quanto incarcerato per l’omicidio di Euronymous, avvenuto il 10 agosto del 1993. Burzum, in verità, non ha mai cessato di esistere, considerato che dal carcere il Nostro ha continuato a sfornare lavori di solo tastiere (l’unico strumento che probabilmente gli hanno permesso di maneggiare). Eppure è con il suo ritorno all’elettricità con l’album “Belus”, edito nel 2010 (appena qualche mese dopo la sua uscita dal carcere avvenuta nel maggio del 2009), che possiamo assistere ad una vera e propria rinascita/resurrezione artistica.

Sedici anni son tanti e quasi ci vien da riflettere sul senso del trascorrere del tempo. Quante cose possono succedere, quante ne sono successe in sedici anni! Noi non siamo più gli stessi, il mondo non è più lo stesso. Separato dal mondo, recluso in quello che all'epoca amava baldanzosamente chiamare “hotel”, Vikernes ha condotto una esistenza congelata, in sospensione, fuori dal tempo. Dopo sedici anni torna a vivere, un bambino con le sembianze di un vecchio decrepito (si vedano le foto sul suo sito all’indomani della scarcerazione): impossibile paragonarlo a quell'impacciato adolescente che ricordiamo a lisciarsi i capelli imbarazzato, mal celando un evidente disagio, dietro ai banchi del processo per l'uccisione di Euronymous.

Per capire “Belus” è necessario ripartire proprio da quelle foto, dai solchi del volto ebete e barbuto del Vikernes di oggi. In quei solchi si può intravedere un’angosciosa fragilità: dopo sedici anni di clausura carceraria, Vikernes sembra volere, più di ogni altra cosa, appropriarsi nuovamente del suo status di musicista. E più in particolare dello status di musicista black metal, la veste che sicuramente ha meglio calzato nel corso dei quasi due decenni di esposizione mediatica. Dalle ceneri dei suoi lavori degli anni novanta si sono sviluppati più filoni all'interno del black metal, poi racchiusi in varie etichette (depressive black metal, suicidal black metal, post-black metal), a firma di seguaci che hanno saputo riprendere ed articolare le sue lezioni, mantenendo viva negli anni la sua fiammella artistica.

Eppure “Belus” non risente dell’effetto inflazione: quelle stesse soluzioni riproposte scolasticamente da una miriade di gruppi non tolgono smalto o forza emotiva ad un maestro invecchiato e tornato sulle scene dopo che la sua arte è stata rivoltata come un calzino e riproposta in mille salse. “Belus” è semplicemente Burzum, talmente Burzum che non risulta nemmeno né meglio né peggio dei suoi lavori storici: chi ha seguito la parabola artistica burzumiana si sarà certamente reso conto che i vari lavori pubblicati, pur nelle loro diversità, si equivalgono, tanto che è tutt'oggi difficile affermare con certezza quale sia da eleggere come il capolavoro assoluto della sua discografia. Certo, ognuno di noi avrà le sue preferenze, ma difficilmente troveremo una visione comune e questo perché ciascuno di quegli album perde ed al contempo guadagna qualcosa rispetto al diretto predecessore. “Belus”, al pari degli altri, è un capolavoro che aggiunge e toglie qualcosa a tomi che l'hanno preceduto.

Cosa toglie “Belus”? “Belus” ci restituisce un Burzum più canonicamente black, privo di quella spinta avanguardista, oltranzista che aveva caratterizzato i primi lavori (del resto, un tempo si faceva la Storia, oggi si è la Storia!). Anche la voce, abbandonate le tonalità altissime che la contraddistinguevano fra mille altre, si assesta su uno screaming più impersonale. Ma al di là che anche le corde vocali invecchiano, come paragonare un ragazzino nella sua post-pubertà ad un uomo oramai fatto? Sembra piuttosto che l'arte di Burzum si modelli, si comprima e si slabbri riciclando autisticamente la medesima materia di sempre.

Cosa aggiunge “Belus”? “Belus” anzitutto porta con sé un concept lirico (soluzione in effetti inedita), emergendo nel complesso come un album ragionato, studiato, meglio concepito rispetto al passato: esso è l’album che riesce a mettere insieme il più alto numero di idee e soluzioni in un corpo organico e coerente. Vedremo poi che il Nostro si supererà ulteriormente con il folkeggiante e “variegatissimo” “Umskiptar”, ottimo parto del 2012, a dimostrazione che il suo ritorno, come nel caso degli Swans, ha coinciso con una vera e propria rinascita artistica.

Non è un caso che “Belus”, cantato interamente in lingua madre ed “artigliato” alla mitologia nordica, ci parli della resurrezione del dio pagano Belus, chiamato, dopo la morte, a compiere il suo viaggio dalle tenebre alla luce. Non altro che una metafora per rappresentare quella che è stata la tormentata biografia del Nostro, che riscopre la libertà dopo quasi due decenni di prigionia. In “Belus” sembrano infatti prender forma le idee di sedici anni di impossibilità espressiva: in esso rinveniamo un'urgenza comunicativa che non solo trova un equilibrio organico mai raggiunto in precedenza, ma che finisce per coincidere con la riaffermazione di un’identità così forte da prevalere sullo stratificarsi esistenziale di un così lungo lasso di tempo.

Torna (se Dio Belus vuole!) la chitarra elettrica, maneggiata con grande scioltezza (scioltezza forse dovuta alle tante seghe che in carcere hanno mantenuto ben fluidi i polsi del Vikernes, che non sembra affatto uno che per anni non ha sfiorato una chitarra). Dopo la trascurabile introduzione, il riff che apre l'album è un'emozione unica per coloro che hanno aspettato per anni questo momento. “Belus' Dod” riporta alla mente “Filosofem”, ponendosi alle nostre orecchie come la perfetta sintesi fra un brano come “Burzum” (per l'imponente andatura) ed uno come “Jesu' Tod” (per lo sferragliare spigoloso della chitarra). E poi i piattoni: i piattoni che tornano a schiaffeggiare con pathos tremendo il lento involversi di una colata di distorsioni e riverberi che da sempre costituiscono il marchio di fabbrica del progetto.

La musica di Burzum non è anacronistica, e neppure bieco riciclaggio: è semplicemente fuori dal tempo, sospesa in una dimensione a sé. Ma per chi si sarebbe accontentato di un banale revival, l'eccellente “Glemselens Elv” sarà una piacevole sorpresa: nei suoi tormentati undici minuti il brano ci sorprende per la sua inedita vena epica, per il suo basso in evidenza (il basso che si sente in un album di Burzum?), per il suo ritornello declamato con voce pulita, per i suoi assolo sfrigolanti come a bei vecchi tempi. Forse un brano dai connotati borghesi che compie un passo indietro rispetto a quanto era stato fatto in passato, eppure così coinvolgente, dinamico nei suoi continui “cambi di tempo”, appassionante nella sua veste così fiera e melodicamente matura.

L'intero album rispecchia i crismi del viaggio spirituale del dio Belus ed in parallelo del viaggio di Vikernes. Con il brano successivo accediamo ad una fase ulteriore del concept, una fase più caustica, violenta, dove il cammino si fa duro e terribile. I tre pezzi che seguono, tuttavia, costituiscono probabilmente l'anello debole della catena, per lo meno dal punto di vista dell'ispirazione e dell'originalità: in “Kaimadalthas' Nedstigning”, “Sverddans” e “Keliohesten” vengono così rispolverati tempi maggiormente sostenuti, come a significare l'aspra lotta compiuta dal dio sulla via della resurrezione (un singhiozzante riffeggiare thrash che riafferma l'ossessività della più tipica poetica burzumiana ed al tempo stesso un omaggio agli ascolti di gioventù del Conte).

Sono i venti minuti complessivi di “Morgenrode” e “Belus' Tilbakekomst (Konklusjon)”, tuttavia, a riaffermare nel suo splendore la caratura artistica del personaggio in questione, distanziandolo da tutte le pur buone prove dei suoi adepti e persino da sé medesimo. Ma che diavolo di finale è mai questo? Il Conte stacca il cervello a quindici minuti dalla fine, ma non la spina dell’amplificatore: la coda strumentale del primo brano e la reiterante ossessività tematica del secondo (eccellente strumentale) sono quanto di più immaginifico ci si possa aspettare dal black metal. Le molteplici stratificazioni di chitarra ammaliano, ipnotizzano, svelano le prime ed uniche fratture di uno spirito che non pareva essere scalfito, bensì indurito, da sedici anni di prigionia. Un finale che è un autentico flusso di coscienza e che fa emergere prepotentemente l'amore disperato di Vikernes per il suo strumento prediletto, la chitarra, la quale viaggia distorta edificando un imponente rituale pagano celebrato sul sacro altare dell’elettricità.

Burzum rinasce, quindi, ma non si rinnova, continuando con ostentazione a perseguire le sue due/tre idee di sempre. Risorge tale e quale era, ma puntando all'Infinito, lasciando indelebile la sua impronta anche sul terzo millennio.

E' proprio vero: doveva cambiare tutto affinché non cambiasse niente.