23 ago 2016

INCHIESTA: MA IL THRASH METAL E' DAVVERO MORTO? (parte prima: 1991 - 2000)




Il thrash è morto? Ad un primo sguardo la risposta potrebbe essere affermativa, ma il dubbio che non sia proprio così ci viene imbattendoci sempre più frequentemente in release che vengono etichettate come thrash metal.

Un esempio su tutti potrebbe essere "Alliance of Thieves", debutto degli australiani Meshiaak, sorta di super-gruppo capitanato da Danny Tomb (ex frontman della thrash metal band 4Arm) con le partecipazioni “speciali” di Dean Wells (virtuoso chitarrista dei progressivi Teramaze) e di Jon Dette (veterano dietro alle pelli, oggi in forza negli Slayer).

Insomma, gli ingredienti ci sono tutti per prenderli come campione per testare lo stato di salute del thrash: non il thrash consunto delle vecchie glorie degli anni ottanta, che negli ultimi tempi stanno tornando sui propri passi dopo anni di silenzio o di disonorevole servizio; non il thrash penoso di quelle banducole che mettono ancora oggi i mostriciattoli in copertina e si rifanno a stilemi ormai vecchi di trent'anni. Vediamo invece se il thrash, nella sua accezione più nobile e gloriosa, vive ed è sempre fra di noi.

Mi riconosco fra quelli che ritengono il thrash una delle più importanti rivoluzioni del metal. Attraverso questi nuovi stilemi, grazie alla forte influenza del punk, ci si scollegava ulteriormente dall'hard-rock, per spostarsi verso un qualcosa che in effetti era davvero nuovo (riffing innovativo, costruzioni ritmiche del tutto inedite, vocalità efferate che spalancavano le porte su nuove modalità di espressione) e che avrebbe costituito un ABC su cui costruire nuovi percorsi stilistici.

Poi, come è ormai noto, l'avvento del grunge ha sconvolto l'intero scenario, spazzando via una serie di generi storici, fra cui proprio il thrash. Nell'anno di grazia 1991 possiamo simbolicamente decretare la morte clinica del thrash. Ciò non vuol dire che dopo non sono stati rilasciati buoni album: "Countdown to Extinction" dei Megadeth è del 1992, "Grin" dei Coroner del 1993, giusto per fare due esempi. Del resto anche dopo il decesso unghie e capelli continuano a crescere. Ma è nel 1991 che esce il Black Album: un'opera che, piaccia o meno, costituisce culturalmente uno spartiacque fra un "prima" ed un "dopo".

La domanda che dunque ci poniamo è: come ha fatto ad entrare in crisi un genere che è stato capace di coniare un linguaggio completamente nuovo e di influenzare le frange del metal più disparate? Pensiamo, per esempio, a come il thrash fu benevolmente adottato dall'industrial metal, con i Ministry in prima fila: quei Ministri che dall'elettronica degli esordi avevano progressivamente inglobato nel loro sound elementi metal, fino a fare delle chitarre un uso a dir poco slayerano.

A guardare bene, la crisi del genere ha coinciso con una inspiegabile crisi dei suoi esponenti più importanti: una sorta di insidiosa epidemia che ha infettato un po' tutti i grandi gruppi dediti al genere, arrecando ad essi mali con sintomi diversi, ma egualmente letali.

Che fine fecero per esempio i Big Four? I Metallica si abbandonarono ad un percorso degenere che li avrebbe condotti ad obbrobri come "Load" e "Reload", che con il thrash non avevano praticante più niente a che fare. I Megadeth fecero una fine forse peggiore nell’analogo tentativo di macchiare il loro thrash spigoloso con sonorità alternative e radio-friendly. Gli Anthrax, dal canto loro, tentarono qualche onesta sperimentazione in direzione rap (si vedano i brani nati dal sodalizio con i concittadini Public Enemy) per poi virare verso un grunge à la Alice in Chains con "Sound of White Noise" (complice l'ingresso in formazione di un cantante come John Bush, lontano anni luce dai "classicismi" di Belladonna). Solo gli Slayer, dei quattro, mantennero una coerenza (semmai fecero un passo indietro verso il punk e l'hardcore da cui erano stati influenzati in gioventù), ma certo non si può dire che dopo "Season in the Abyss" la produzione dei Nostri sia stata una sequela di capolavori. Altre eminenze del thrash seguirono più o meno lo stesso cammino: c'è chi si impantanò in una palude di incertezze (Testament, Annihilator, Destruction), chi si barricò dietro ad un caparbio immobilismo (Sodom e tutte le band minori), chi tentò senza successo altre vie (Kreator) e chi infine si sciolse nel silenzio (Exodus, Death Angel, Coroner).

Come abbiamo avuto modo di ricordare nella nostra analisi sui Grip Inc., tuttavia, non è corretto parlare di morte del thrash: furono solo le sue forme classiche a pagare il dazio degli sconvolgimenti culturali del periodo, perché in realtà esso sopravvisse grazie ad un fisiologico ricambio generazionale, passando la staffetta nelle capaci e nerborute mani di gente come Pantera, Sepultura e Machine Head. Lavori quali "Vulgar Display of Power" (1992: ecco perché avevamo individuato nel 1991 la fine di un'era!) e "Chaos A.D." (1993) divennero i nuovi standard: riff quadrati, ritmiche pompanti, repentini cambi di tempo, voce urlata al limite del growl e soprattutto tanta tanta immediatezza: pezzi mediamente brevi, strutture semplici, ritornelli di facile presa e melodia ridotta ai minimi termini.

Forse il mondo si era stancato di partiture complicate, di strutture farraginose, dell'assolo virtuoso, delle suite strumentali e preferiva semmai saltare, pogare, gridare: lo chiameranno "groove metal" e da lì si arriverà in un sol balzo al nu-metal, che eliminerà tutti gli orpelli giudicati inutili (assolo in primis) e che si baserà esclusivamente su impatto fisico e nevrosi post-adolescenziali (da qui il grande successo fra i più giovani).

Fine della festa? Non proprio: c'è chi utilizzò il medium del thrash per continuare a cavalcare un certo tipo di complessità, sebbene questa nuova complessità fosse di natura diversa da quella degli anni ottanta.

Sempre come ricordato nel nostro articolo sui Grip Inc., fra gli altri si imposero i Fear Factory, i quali all'epoca suonavano come la "versione cibernetica" dei Sepultura. Il linguaggio era il medesimo, ma la grinta e la rabbia dei fratelli Cavalera venivano geometrizzate, incanalate in pattern disumani, ove il riff reiterato e costante di Dino Cazares, il canto versatile di Burton C. Bell e gli sprazzi di elettronica digitale erano il mix di elementi che valsero il successo degli americani ("Demanufacture", 1996, è il manifesto di questo stato di cose). Non solo un exploit estemporaneo, ma una nuova formula che rimise in piedi il thrash in una armatura futurista ed avveniristica, con tematiche sci-fi da affrontare ed un sound laccato che sapeva veramente di novità.

Questo accadeva dal lato Sepultura, mentre dal lato Pantera, all’interno della loro vasta progenie (Machine Head in testa), emergevano coloro che del thrash avrebbero fatto un uso ancora più creativo e rivoluzionario: i Meshuggah. Se per i Fear Factory ancora si può parlare di “vecchio thrash riverniciato a nuovo”, nel caso degli svedesi si può parlare di un genere nuovo vero e proprio, costruito con pazienza certosina attraverso opere seminali come "Destroy Erase Improve" (1995, un titolo un programma), "Chaosphere" (1998) e "Nothing" (2002): lo chiameranno djent (se non ci credete andate a leggervi la nostra classifica sui migliori dieci album djent). Che poi, il djent, non utilizza altro che la medesima grammatica del thrash smontata e rimontata con perizia e dedizione progressiva: un sezionamento isterico ed alienante che diviene da un lato metafora delle nevrosi della contemporaneità e dall'altro colta ricerca sonora. Chiamatelo come vi pare, ma la matrice rimane prepotentemente thrash e forse oggi queste sonorità hanno un altro nome solo perché negli ultimi tempi c'è questa moda di dare nomi nuovi a tutto (un po' come quando ad un certo punto s'iniziò a parlare di wine bar).

A caratterizzare la seconda metà degli anni novanta c'è infine il caso Nevermore, che si crearono un varco in un periodo in cui stava fiorendo il power metal, che in un contesto totalmente sconvolto dalle rivoluzioni di inizio decade, fu senz’altro un fenomeno reazionario. Suonano thrash? Suonano power? La questione è annosa e ci toglie il sonno: nascevano dalle ceneri dei Sanctuary, che erano stati scoperti da Dave Mustaine (già questo può darci delle indicazioni al riguardo) e che suonavano un metal oscuro infestato dalla voce lamentosa di Warrel Dane. Poi però seppero spostarsi su lidi più estremi (ad un certo punto il loro chitarrista Pat O’ Brien passerà nelle file dei Cannibal Corpse, ed anche questo spiega molto…), tanto che per riffing e velocità possono essere tranquillamente tirati dentro al calderone del thrash. E che bell'esempio di thrash sarebbero album come "The Policy of Truth" (1996), "Dreaming Neon Black" (1999) e "Dead Heart in a Dead World" (2000) con la complessità che si portano dietro. Ma c'è troppa melodia negli album dei Nevermore, troppe ballate nella loro carriera e Dane, infine, è un cantante troppo dotato: i suoi acuti priestiani, le sue sofferte interpretazioni à la Tate allontanano inesorabilmente i Nevermore dal thrash. Un ibrido che a fatica possiamo serenamente etichettare con questo appellativo.

Idem per quanto riguarda gli Iced Earth, che si caratterizzano sicuramente per le ritmiche rocciose di Shaffer e per il canto rauco di Barlow: in album come "Burnt Offerings" (1995), "The Dark Saga" (1996) e "Something Wicked This Way Come" (1999) i Metallica vengono spesso in mente, ma anche i Judas Priest e gli Iron Maiden, cosicché, nel mix di influenze, va a finire che prevale la componente power-classic. Ed è proprio a quell'ambito che essi vengono più di frequente associati.

Possiamo dunque concludere che con lo scadere degli anni novanta il thrash sopravviveva come linguaggio, miscelato ad altri universi sonori. E dopo? Che succederà?