13 ott 2016

I MIGLIORI DIECI ALBUM METAL DI SEMPRE




Classifiche: ne abbiamo fatte per tutti i gusti, andando a scovare i temi più impensabili per sviscerarli all'inverosimile, sempre con il solito movente: parlare di Heavy Metal.

Adesso deponiamo la lente di ingrandimento e la sostituiamo con un cannocchiale, che opportunamente capovolgeremo come un crocifisso: senza tanti giri di parole né giustificazioni, con una volontà di sintesi che non ci appartiene, stiliamo la lista dei dieci migliori album metal di sempre, casomai qualche neofita ci leggesse (si, caro bambino, se ti aggiri per la rete e cerchi una porta per penetrare nel labirintico Reame del Metallo, sei nel posto giusto!).

Bene così, dunque, ma prima un'ultima avvertenza: i dieci titoli selezionati sono stati disposti in ordine cronologico, perché metterli in fila dal peggiore al migliore sarebbe stato troppo doloroso anche per dei masochisti come noi.

Black Sabbath: "Paranoid" (18 settembre 1970)
I Black Sabbath sono una presenza indiscutibile in questa operazione: bisognava solo capire quale album andasse pescato per meglio rappresentarli. Con il riff che apriva il loro leggendario debutto qualche mese prima si compiva il battesimo del metal, ma la nostra scelta ricade su questo secondo album che inanella brani del calibro di "War Pigs", "Paranoid", "Iron Man", "Electric Funeral", "Hand of Doom": un campionario di riff seminali che Iommi scodella con grande generosità, coadiuvato dal basso greve di Butler, dalla batteria elefantiaca di Ward e dalla inconfondibile voce cantilenante di Ozzy. Nessuno nel 1970 suonava in modo così pesante, così oscuro, così "heavy", tanto che fra questi solchi troviamo già, almeno in embrione, tutto o quasi il metal che verrà. In questa fucina infernale viene forgiato dunque il linguaggio di un nuovo genere e, nondimeno,  da Birmingham verrà spianata una via che presto si biforcherà: da un lato l'heavy metal nella sua accezione classica, destinato a sradicarsi ed emanciparsi da quel blues che ancora infestava l'hard-rock (per poi diramarsi nelle sue varie declinazioni: epic, power, thrash ecc.); dall'altro il doom, sotto genere del metal stesso, che a sua volta saprà prolungarsi, dai toni freak tipicamente seventies, fino ai lidi dell'estremo, passando dallo stoner, dal gothic, dal post-hardcore e pervenendo al drone-metal dei giorni nostri.

Motorhead: "Overkill"  (24 marzo 1979)
Sicuramente Lemmy non sarebbe stato d'accordo con la nostra decisione di includerlo fra questi dieci nomi, considerato il fatto che si è sempre rifiutato di apporre l'etichetta "Metal" alla sua musica. Rimane tuttavia innegabile il ruolo che i Motorhead hanno giocato sia nella modulazione del metal nelle sua forma più classica, che negli sviluppi successivi (si pensi alla genesi del thrash e giù a cascata a tutto il resto del panorama estremo). Optiamo dunque per uno degli album più tosti della loro sterminata produzione discografica: "Overkill", il cui titolo (il temine "Overkill" indica "la capacità di un arsenale atomico di distruggere un numero assai più elevato di nemici di quanto sarebbe necessario per una vittoria militare") è eloquente nel descrivere la potenza espressa dal trio. La title-track, con le sue varie ripartenze nel finale, è fra i primi esempi di canzone che si avvale di doppia-cassa dall'inizio alla fine. Ma anche pezzi come "Stay Clean", "Capricorn", "No Class", "Damage Case" e "Metropolis" (tutti destinati a diventare dei classici) non scherzano quanto a velocità, irriverenza e forza d'urto. La voce grattata di Lemmy (sorta di growl ante litteram), il suo basso muscolare, i riff schietti di Eddie Clarke, il battere forsennato di Phil Taylor sono gli ingredienti di questo grezzo ed efficace miscuglio fra punk e rock'n'roll: prima, dentro, di lato, oltre il metal.

Iron Maiden: "The Number of the Beast" (22 marzo 1982)
L'ingresso in formazione di Bruce Dickinson comporta un drastico cambio di rotta per gli Iron Maiden, le cui vedute musicali si amplieranno di pari passo con l'estensione vocale del nuovo carismatico vocalist. I fantasmi punk dell'era DiAnno vengono rinchiusi in soffitta, per portarsi su un piano più complesso, fluido ed elegante: una dimensione in cui si finisce per recuperare certi spunti hard-rock e prog che fanno sicuramente parte del DNA di Steve Harris e soci. Brani come “Children of the Damned”, “The Prisoner”, “22, Acacia Avenue”, la title-track, "Run to the Hills" e "Hallowed Be Thy Name" (quest'ultima una mini-suite dall'inizio evocativo che si trasformerà da metà in poi in una travolgente cavalcata, con l'acuto infinito di Dickinson a fare da collante fra le due parti) parlano chiaro e ben esplicano le coordinate su cui si svilupperà il suono della Vergine nel corso dei suoi gloriosi anni ottanta: le irresistibili terzine di basso di Harris, i duelli di chitarra di Murray e Smith e i ritornelli leggendari di Dickinson. Un nuovo standard verrà definito per i metal, elevando gli Iron Maiden allo status di Leggenda Vivente, nonché di band fra le più ascoltate, amate ed influenti di sempre.

Metallica: "Master of Puppets" (3 marzo 1986)
Qualche anno prima era esploso il fenomeno thrash che spostò l'attenzione dall'Inghilterra all'altra parte dell'oceano, negli Stati Uniti per l'esattezza. I Metallica furono senz'altro dei protagonisti, se non I Protagonisti, di questa nuova ondata di band, grazie ad album epocali come "Kill ‘Em All" (1983) e "Ride the Lightning" (1984). Con quest’ultimo in particolare, pur non rinunciando alla furia originaria, i Nostri avevano virato verso un approccio più ragionato che permettesse loro di confezionare una proposta più varia, curata nei dettagli ed indulgente nei confronti della melodia. Il suo successore, "Master of Puppets", porta a compimento questo percorso, mettendo in fila una serie di brani fenomenali, sospesi fra violenza e grandi soluzioni stilistiche, fra cui vanno doverosamente citati "Battery" (micidiale opener con tanto di intro arpeggiato), la title-track (più di otto minuti di dinamismo ed imprevisti cambi di scenario), "Welcome Home (Sanitarium)" (struggente ballad con assolo torrenziale nel finale), "Orion" (maestosa strumentale con toni da opera wagneriana) e la violenta "Damage, Inc" (altro classico riproposto ancora oggi dal vivo). James, Lars, Kirk e Cliff danno del tu ai propri strumenti e dimostrano che si può essere massicci, rocciosi, imponenti ed al tempo stesso creativi, ricchi di inventiva e dotati di gran gusto. Un metal, questo, che rasenta la perfezione.

Slayer: "Reign in Blood" (7 ottobre 1986)
Non è a caso che il 1986 viene considerato l'anno d'oro del thrash: qualche mese più tardi dell'uscita di "Master of Puppets" e di "Peace Sells...But Who's Buying?" dei Megadeth, esce anche un'altra pietra miliare del genere, quel "Reign in Blood" che costituirà il punto zero di tutto il metal estremo, dal death al black, passando per il grind. Tutti dovranno pagare dazio a questi micidiali ventinove minuti, condensato di violenza ed attrazione morbosa per il Male in tutte le sue forme, come nessuno era riuscito a sintetizzare prima di allora. I quattro compiono una rigorosa opera di sottrazione, togliendo dal metal tutti gli orpelli inutili, e lo fanno con grande lucidità e professionalità: King ed Hanneman ci vanno giù di brutto fra riff di granito ed assolo caotici, Lombardo praticamente reinventa la batteria, Araya ci butta il carico da novanta urlando come un indemoniato dall'inizio alla fine. Il risultato sono brani della levatura di "Angel of Death", "Altar of Sacrifice", "Jesus Saves", "Post Mortem" e "Raining in Blood", ancora oggi fonti inesauribili di ispirazione per chiunque si voglia cimentare in sonorità estreme.

Queensryche: "Operation: Mindcrime" (2 maggio 1988)
Altro album epocale, quello dei cinque di Seattle: un capolavoro senza tempo che apre le porte al metal progressivo e al metal intelligente in generale. Paradossalmente i Nostri non suonano progressive in senso stretto, in quanto amano muoversi nei confini del formato canzone, ma la perizia tecnica (ottima la preparazione dell'ensemble, con la chitarra di uno strepitoso DeGarmo in prima fila) e la profonda ispirazione permette loro di confezionare uno dei concept album più avvincenti dell'intera epopea metallica: sorta di "The Wall" in salsa metal, "Operation: Mindcrime" offre atmosfere cupe e drammatiche, toccando le sfere della politica, della società, della psicologia, dell'amore, il tutto narrato dalla sofferta e teatrale interpretazione di un grandissimo Geoff Tate.

Helloween: "Keeper of the Seven Keys - part II" (29 agosto 1988)
Seconda parte di una doppietta di album che faranno la storia del power metal. Abbiamo scelto questo secondo tomo perché le composizioni ci sono sembrate più fluide e mature. E poi fra esse svetta la mitica "Keeper of the Seven Keys", suite di oltre tredici minuti che innalza a perfezione tutto l'arsenale espressivo a disposizione dei cinque tedeschi: atmosfere fantasy, incedere epico, velocità, melodie irresistibili e ritornelli plateali che è impossibile non canticchiare con un gran sorriso stampato sulla bocca. Hansen e Weikath si confermano autori incredibili, nonché chitarristi dall'inventiva inesauribile, mentre la voce acutissima di Michael-effetto ambulanza-Kiske diverrà presto lo standard per i cantanti del power metal che verrà.

Manowar: "Kings of Metal" (18 novembre 1988)
Non è forse questo il miglior album dell'heavy metal, e sicuramente i Manowar non sono la miglior band di questa terra, considerato che metà della loro fama si lega all'attitudine, agli addominali, ai perizomi, alle motociclette ed alla lotta contro whimp, poser e false metal in generale. Dite quello che volete, ma non potevano mancare i Kings of Metal, icona dell'intero genere, e li andiamo a rappresentare con questa opera che per alcuni è il loro capolavoro formale, per altri una bieca rinuncia alla genuina rozzezza dei primi album, con i quali i quattro tamarroni avevano forgiato l'epic metal a suon di suoni rozzi, acuti strappa-tonsille (quelli di Eric Adams) e basso frastornante suonato a mo' di chitarra (ne sa qualcosa Joey DeMaio). "Kings of Metal", che prosegue il cammino di "addolcimento" intrapreso con il precedente "Fighting the World", contempla sia gli immancabili brani battaglieri dai ritornelloni anthemici (e ve ne sono molti ed imperdibili: l'opener "Wheels of Fire", con tanto di sgassate di motociclette in apertura; la title-track, brano auto-celebrativo per eccellenza per i Re del Metallo; "Hail and Kill", epico vessillo con coro da stadio annesso, spesso innalzato come gran finale ai loro concerti), sia episodi atmosferici e pomposamente infarciti di tastiere ed orchestrazioni: parliamo della power ballad "Heart of Steel" e dell'evocativa, per sola voce, orchestra e cori, "The Crown and the Ring (Lament of the Kings)". O li si ama o li si odia: con i Manowar non esistono vie di mezzo!

Judas Priest: "Painkiller" (3 settembre 1990)
Dopo i Black Sabbath, ma prima degli Iron Maiden, c'erano i Judas Priest. Opere come "British Steel" (1980), "Screaming for Vengeance" (1982) e "Defenders of the Faith" (1984) scolpirono il nome della band inglese sulle Sacre Tavole di Pietra dell'Heavy Metal, ma alla fine abbiamo optato per il granitico "Painkiller", che riportò in auge i Nostri dopo le deboli prove di fine decade ottanta. Basta l'incredibile title-track a descrivere lo stato delle cose: il drumming potentissimo del nuovo Scott Travis è la classica marcia in più per dei veterani come i Judas, che possono fare affidamento sul loro consueto armamentario a base di riff taglienti ed assolo prodigiosi dell'accoppiata Tipton/Downing e delle rasoiate della voce affilata del Metal God Rob Halford. Una Leggenda al top della forma, dell'ispirazione e delle intenzioni.

Megadeth: "Rust in Peace" (24 settembre 1990)
MegaDave, dopo la fuoriuscita dai Metallica, s'impose con i suoi Megadeth, forte delle sue doti di geniale songwriter, ma faticò a trovare un equilibrio, sia artistico che a livello di formazione, fin quando non accolse nella sua squadra i virtuosi Friedman e Menza, a fare compagnia al fedele Ellefson: con questa formazione i Megadeth trovano la quadratura del cerchio. Il thrash dei Nostri si elevava così ad una complessità strumentale che non trova eguali nell'intero genere (si parlerà di technical thrash metal), articolandosi in brani tortuosi, dall'incedere imprevedibile, che rifuggono il formato canzone senza indugiare in leziosità progressive: le scale neoclassiche di Friedman e le ritmiche in continua evoluzione di Menza si amalgamano in maniera spettacolare al chitarrismo spigoloso del mastermind, la cui voce corrosiva secerne bile e getta secchiate di acido nelle orecchie dell’ascoltatore, proiettando oscure profezie su una musica tanto cervellotica quanto dotata di un'anima. E in questo prodigioso cozzar di energie e talenti, nascono brani-capolavori come "Holy Wars...The Punishment Due", "Hangar 18", "Lucretia" e "Tornado of Souls". Mica cazzi.

Con l'approdo agli anni novanta, concludiamo simbolicamente la nostra top ten: l'anno successivo, il 1991, sarà l'anno di uscita di "Nevermind" dei Nirvana e "Ten" dei Pearl Jam...e niente sarà più come prima. In un contesto dissestato in cui i suoi stilemi classici verranno seriamente minacciati e duramente colpiti dal ciclone grunge, il metal riuscirà comunque a sopravvivere, ma per esso una nuova Era avrà inizio...