3 ott 2016

CONFRONTI IMPOSSIBILI: I CIRITH UNGOL E I TRE CRITERI DEL METAL EPICO SECONDO LINO BANFI





Il genere in assoluto più difficile da suonare è quello con meno stilemi, o meglio quello in cui lo stile non deriva tanto da elementi strutturali già pronti all'uso (la voce così, la batteria cosà), ma dal trattamento degli elementi dell'orchestra.

Il metal “epico” è uno di questi generi, difficilissimo da suonare in maniera convincente, perché consiste nel render convincente una composizione. 
Come si può definire il genere? Qualche coro in più -forse -, marzialità, pomposità, ma più si tenta di farlo e più ci si perde in una terra di mezzo, e i connotati divengono poco concreti. I testi - ma allora ci spostiamo su un piano non strettamente musicale, e non diretto per chi non è madrelingua; comunque non specifico, poiché le saghe, le leggende e i misteri sono materia da testo per qualunque sottogenere del metal, prima o poi.

Come fareste un pezzo epico? Con un bel tappeto di tastiere, che rende maestosa anche una scurreggia? Facile, ma dura poco. Sinfonie con dieci o venti strumenti? Ti ritrovi le palle gonfie dopo due minuti. Mi perdonino i Blind Guardian, ma ogni tanto è così. La vecchia scuola dell'epica è una scuola di fabbri.

Riascoltavo ieri un disco dei Cirith Ungol, gruppo dalla poca fortuna che suonavano metal epico ruvido, spinoso e vibrante, con un io vocale artigianale, che ricorda per timbro e piglio parossistico-isterico quello di Lino Banfi.

Cosa caratterizza la comicità storica di Lino Banfi, quella della commedia sexy, della parlata pugliese? Si trattava di trame piene di momenti comicamente calcabili, ma esili in termini narrativi. Era una specie di commedia “dell'arte”, in cui il bello stava nel creare una storia, a partire da una scenografia abbozzata, o da alcuni personaggi-tipo che il pubblico poteva già immaginarsi. Tre o quattro elementi, già noti, messi sul tavolo perché si muovano e facciano sorridere. Nessuna psicologia del personaggio, nessuna magniloquenza esistenziale, nessun riferimento a fatti di attualità, insomma nessun espediente che serva sul piatto una trama intrigante o unica. Unica licenza, due puppe e tre culi da richiamo.

Poi arriva Banfi e strepita, si agita, cazzeggia per minuti e minuti con una trama che ruota intorno a sé stessa. Senza Lino Banfi i suoi film sono improponibili, e le battute perdono il 90% della carica. Insomma, a differenza dei comici satirici, qui si fa dell'artigianato basico, e non a caso infatti Banfi ci tiene sempre a precisare di venire dal mondo dell'avanspettacolo. Sul campo.

Sul campo si muove anche con la stessa goffa ma fibrillante perseveranza anche l'epic delle origini. Lo scheletro del pezzo è scarno. Prendiamo, come esempio, "Into glory ride" dei Manowar, in particolare "Gloves of Metal": batteria secca e grezza, riff basico. La linea vocale si arrampica su tutto urlo dopo urlo, fino alla fine.
Il vecchio epic delle origini ha come connotato quello di dare fisicità e fierezza all'orchesta metal base: chitarra-basso-batteria-voce. Una delle invenzioni stilistiche dell'epic fu infatti l'uso chitarrato del basso, stile Joey DeMaio, per la necessità di reggere il muro sonoro nei momenti più vuoti, quando ad esempio la chitarra si esibisce nell'assolo. Molti amplificavano il basso, DeMaio lo rese chitarra. Di necessità virtù.
La voce dell'epic come deve essere? Come quella di Banfi, deve sovrastare tutto sbattendo su ogni parete. Non deve essere necessariamente maestosa, pomposa, larga...Le voci epiche sono fondamentalmente strillanti, devono saper reggere lo strillo su tempi medi, rendere isterico un mid-tempo, fare da collante universale tra basso e batteria, chitarra e basso etc.
Per questo la voce di Quorthon, ad esempio, è molto più epica di quella di qualsiasi tenore prestato al metal: perché esprime uno sforzo umano, precario, forzato, gridato. L'epic non è declamare, non è strombazzare, ma tirar fuori con le unghie, sollevare un peso a denti stretti, sporgersi per afferrare.
Il vero epic non scivola sulle tastiere, rema a colpi di basso e strilli.

L'epicità sta proprio, formalmente, nel condurre il suono da una parte all'altra, senza mollare finché non si arriva all'altro capo. Epico è il facchino che si inventa un modo per scaricare un pacco e portarlo dove gli è stato detto. Poi anche il guerriero che agita la spada, ma è già meno eroico.
Magari con un unico salto, o magari a saltelli, dipende, bisogna essere pronti a trovare la via. Il tutto acquisisce una goffaggine maestosa, come quella del ferro battuto. Prendetevi un brano qualsiasi dei Manilla Road, dei Cirith Ungol. Si capisce quale sia la struttura solo dopo un minuto...all'inizio ci si chiede se davvero quelli siano i riff o semplicemente l'orchestra proceda a vista, improvvisando. La struttura viene da sé, ma non è “telefonata”, si entra subito nel cuore del pezzo senza saperlo. Non arriveranno elementi ruffiani o spettacolari a sorprendere. Non accade niente di nuovo e di inatteso nell'epic, ma nessuno sa come prenderà corpo il brano, come in un viaggio. Si sa da dove si parte e dove si arriva, eppure è affascinante scoprire da dove si passerà. Come un film di Banfi. La trama è presto detta, poi arriva il film, tra divagazioni e variazioni per coprire un'ora e mezzo di pellicola. L'epicità sta nel piglio (ostinato e strenuo), e la soddisfazione sta proprio nel rendersi conto che Banfi e i Manilla Road sono arrivati, sudati e svociati, alla fine dell'opera senza sapere neanche come. Come un fabbro che ha battuto a più non posso un pezzo di ferro e alla fine ci consegna qualcosa di compiuto. Un'opera venuta fuori a martellate.

Inoltre, e qui arriva il terzo ingrediente chiave dell'epicità, Banfi si immedesima nel personaggio, non fa satira, non ammicca. E' il suo personaggio che non rappresenta niente di ulteriore.

Se si torna alle radici del metal la componente epica è una delle chiavi fondamentali per capire la derivazione del metal dal rock; e allora è nei primi gruppi, come ad esempio i Judas Priest, prototipo di voce potente e strillante, che si comprende come epicizzare il rock. Quando i Judas Priest non hanno più ironizzato, quando si sono ricoperti di borchie come stessero davvero combattendo qualche guerra ideale, allora i rockettari hanno storto il naso perché la cosa si faceva troppo morbosa, la gente fine ha storto il naso perché la cosa era troppo poco ironica, e nasceva il metal.

Con il metal, tanto più epico, la musica non deve più intrattenere, né comunicare, né – ohibò – insegnare. E' solo sogno. Così anche nella comicità di Banfi, la comicità celebra se stessa, si ride del ridicolo. E' con spirito Banfiano che Adams, nel video di "Gloves of Metal", si aggira con un guanto chiodato sovradimensionato, senza un filo di autoironia, per fortuna. Immedesimato in una fantasia fine a se stessa, goffa e strascinata, ma irresistibilmente carnale.

Come la commedia sexy all'italiana.

A cura del Dottore