13 dic 2016

AAA CERCASI CANTANTE (parte prima)




Quanto un cantante conta in un gruppo? Molto, troppo: la storia ci insegna che la voce spesso non è un elemento al pari degli altri. E sebbene nel rock da sempre il simbolo sia la chitarra elettrica, il cantante, nonché frontman, ha spesso incarnato l'identità di un gruppo, forse perché alla fine la voce rimane l'elemento più riconoscibile di un particolare sound. The Doors, Queen, Nirvana sono solo pochi esempi di band che non hanno saputo sopravvivere alla dipartita del proprio cantante. E se i Deep Purple vi sono riusciti (ma cazzo! Coverdale e Hughes non sono mica gli ultimi arrivati!), di certo questa non è stata un'impresa a portata di tutti. E lo dimostra il fatto che, per esempio, sarebbe molto difficile immaginarsi i Led Zeppelin senza Robert Plant!

Il metal rispetto all'hard-rock, da cui deriva, tenderebbe in molte sue forme (si pensi al thrash ed al metal estremo in generale) a sminuire il ruolo del cantante, ma è innegabile che soprattutto nel metal classico questo processo di identificazione fra band e singer/front-man continui a sussistere. Eppure, nonostante ciò, gli avvicendamenti dietro al microfono sono stati frequenti, non impedendo in molti casi a band, anche leggendarie, di poter proseguire sulla propria strada e a volte di poter persino reimpostare carriere fiorenti date per spacciate. Senza pretese di esaustività, andiamo a vedere gli episodi più clamorosi.

Partirei dai padri Black Sabbath, che il 25 aprile del 1980 davano alla luce il loro primo album senza Ozzy Osbourne. Vero è che i Nostri venivano da un periodo di forte crisi con almeno un paio di album trascurabili ("Technical Ecstasy" e "Never Say Die!"), ma non è solo per contrasto che "Heaven and Hell" si affermò come uno delle opere fondamentali dell'heavy metal tutto. Il cambio di rotta fu drastico, e dal doom dai contorni freak-psichedelici dell'era-Ozzy, si passò di colpo ad un robusto e dinamico heavy metal dalla forte carica epica e dai bei testi fantasy.

Molto del merito di questo cambiamento fu del nuovo ingresso Ronnie James Dio, che veniva dai grandissimi Rainbow e che portò energia e grinta, laccando l'impareggiabile estro della band con la sua particolarissima voce. I Sabbath cambieranno poi altri cantanti trovando il baricentro nel solo imprescindibile Iommi, ma l'era-Dio rimane una esaltante fase artistica per la band che aveva "inventato" il metal e che dopo dieci anni lo rivoluzionava ancora una volta con questo (ennesimo) capolavoro. Senza niente togliere al buon Ozzy ed alla sua brillante carriera solista, con la quale il Madman fece una brusca marcia-indietro verso i lidi di un visionario hard-rock.

Nel medesimo periodo, dall'altra parte del mondo, succedeva un prodigio simile. Anche gli AC/DC cambiarono cantante, ahimè non per screzi interni. Il 19 febbraio 1980 Bon Scott viene trovato morto sul sedile anteriore di un auto, soffocato dal proprio vomito dopo una notte di eccessi. Lasciava i suoi compagni all'apice del successo, con alle spalle una doppietta di album che avrebbero fatto epoca come "Let There Be Rock" e "Highway to Hell" che li aveva imposti fra i gotha dell'hard rock mondiale. Eppure il 25 luglio successivo, appena cinque mesi dopo, usciva come se niente fosse "Back in Black" che divenne il secondo album più venduto di tutti i tempi e il primo in ambito hard-rock.

Cosa successe? Merito del nuovo arrivato Brian Johnson? Un burino in canotta e coppola e con la voce di Paolino Paperino? Vogliamo bene a Brian Johnson, che ci sta veramente tanto simpatico, ma laddove Ronnie James Dio fu protagonista di una vera operazione di rilancio che vedeva risorgere una band annaspare nelle paludi dell'incertezza, in questo caso egli non fu altro che un valido gregario trasportato dalla forza travolgente del treno AC/DC. Un treno che, una volta azionato il pilota automatico, avrebbe macinato imperterrito chilometri per molti altri anni ancora, e che avrebbe saputo sopravvivere anche alla dipartita dello stesso Johnson, rimpiazzato a spregio per qualche data dal vivo da un improbabile Axl Rose in sedia e rotelle: la dimostrazione che è la formula ad essere invincibile a prescindere da chi la interpreta, fatta eccezione ovviamente per quel mitico scolaretto che ama instancabilmente sgambettare sul palco.

Abbiamo fatto due esempi eclatanti di come una situazione potenzialmente tragica si possa essere trasformata in un clamoroso successo, eppure non sempre le cose sono andate bene a chi ha provato a sostituire figure leggendarie. Prendiamo due altre grandi band: Iron Maiden e Judas Priest.

L'annuncio dell'abbandono di Bruce Dickinson è stato scioccante per tutti: non che Harris non avesse le palle per proseguire da solo, ma come fare a rimpiazzare una voce così particolare, per certi aspetti unica, divenuta nel frattempo leggenda, che ha marchiato a fuoco più di dieci anni di classici degli Iron Maiden? La scelta operata non fu in teoria sbagliata, sebbene rischiosa: optare per un cantante così diverso come Blaze Bayley alla fine è stato coraggioso e lodevole. Il problema era che Blaze, onesto artigiano di medio livello, non aveva evidentemente la caratura per unirsi ed essere il front-man di una formazione così leggendaria. "The X Factor", rilasciato nel 1995, non era malaccio, con i suoi umori dark e con le propensioni progressive; esso anzi era sicuramente meglio dei due fiacchi predecessori ("No Prayer for the Dying" e "Fear of the Dark"), tanto che nel tempo verrà persino in parte rivalutato. Ciò tuttavia non può farci dimenticare tutti i malumori che quell'album si portò dietro al momento della sua uscita.

Da un lato c'era l'effetto delusione che avrebbe innescato anche il miglior cantante di questo mondo che non fosse stato Dickinson (che nel frattempo stava avviando una carriera solista che si sarebbe rivelata persino superiore rispetto alla produzione degli ex compagni). Dall'altro il lento e bolso Blaze generava un effetto straniante, per certi aspetti surreale, come se band e cantante suonassero a due velocità diverse. Certo l'album pagava lo scotto della parabola discendente che gli Iron percorrevano da diversi anni, ma Blaze rimane un cantante inadeguato a ricoprire un ruolo così iconico.

Ma se Dickinson è insostituibile, cosa è Rob Halford, la voce dell'heavy metal per eccellenza? I Judas Priest tentarono una via diversa rispetto a quella battuta da Harris e soci, giocando la carta del giovane talentuoso. Necessità di freschezza? Di energia? Di gioventù? Fatto sta che, dopo anni di silenzio, quale successore del capolavoro "Painkiller" (un compito ingrato, a ben vedere), viene dato alle stampe nel 1997 "Jugulator", un album particolare nella discografia dei Nostri, perché oltre a vedere dietro al microfono Tim “Ripper” Owens, mostrava un sound moderno e tagliente, ai limiti del thrash, quindi di una pesantezza inedita per i Metal Gods.

Che dire, i Nostri hanno puntato tutto sulla massima "nel dubbio, sii metal il più possibile", ed infatti il lavoro fu salutato con entusiasmo da critica e fan-base. Un effetto solo momentaneo, però, visto che quell'album non supererà la prova del tempo ed oggi comprensibilmente gode di scarsa considerazione. La colpa non è né dei Judas, che operarono con onestà, coraggio e sufficiente ispirazione, né tanto meno di Owens, che fece il suo sporco lavoro con grande professionalità e convinzione. Il problema è che non c'era Halford: qui la mera storicità conta e i Judas senza di lui, e per giunta con un cantante giovane con poca personalità e tanta devozione nel suo predecessore, non potevano che non assomigliare ad una cover band di loro stessi.

Scendiamo di livello, scrolliamoci di dosso la storicità e andiamo a vedere sostituzioni di sostanza con cavalli di razza come Michael Kiske e Geoff Tate. Entrambe le formazioni, rispettivamente Helloween e Queensryche, sembrano uscirne indenni. Come è possibile dover rimpiazzare da un lato la voce che ha "inventato" il power metal e quella che dall'altro ha ispirato il prog-metal? Gioco di squadra, evidentemente, è stata la tattica di entrambe le compagini.

Gli Helloween nel 1994 risalivano lentamente la china con il mediocre "Master of the Rings", niente più che un album appena sufficiente, ma che ebbe il merito di rassicurare i fan sul ritorno a sonorità più classiche dopo la sbandata sperimentale di "Chameleon": un cambio di rotta che non fece breccia nei cuori e che vedeva proprio Kiske come primo firmatarioa. L'abbandono di Kiske fu dunque accettato, e questo per vari motivi: i fan erano già "allenati", avendo già affrontato la dipartita di Kay Hansen; il cantante, da parte sua, come solista non ha combinato praticamente nulla, esprimendo una categorica volontà di allontanarsi dal metal, e per questo dimenticarlo è stato più semplice. Non solo: bisogna anche capire che Kiske presentava uno stile di canto facilmente emulabile, e il fatto che i suoi cloni fossero proliferati nel corso degli anni novanta, ha fatto sì che sentissimo di meno la sua mancanza.

C'è infine da dire che la band seppe intraprendere una direzione artistica e sociologicamente giusta, con dietro al microfono un focalizzato Andi Deris che, sebbene non sia lontanamente paragonabile al suo predecessore, ha saputo incarnare con simpatia e spirito positivo la "fase due" degli Helloween che dal successivo "Time of the Oath" e soprattutto con "Better than Raw" sapranno consolidare fama e notorietà.

Per quanto riguarda i Queensryche, c'è da dire che, per quanto siano stati grandi ed imprescindibili per la storia del metal, a partire dalla seconda metà degli anni novanta non se li è più filati nessuno. Ad un certo punto, semplicemente, la magia si è interrotta. A partire dal controverso "Hear in the New Frontier" del 1997, con il quale la band di Seattle virò inaspettatamente verso sonorità grunge, le gesta dei Nostri successivamente echeggiarono in sordina, adombrate da altre mode, ed infine infangate dalle squallide dispute legali per la contesa del "marchio" che hanno accompagnato la separazione con Tate.

Magari fino a dieci anni prima parlare dei Queensryche senza il loro storico singer sarebbe stato inconcepibile, eppure l'ingresso di Todd La Torre nel 2013 con l'album "Queensryche" non provocò sollevazioni popolari, tanto che anche dal vivo il giovane viene apprezzato senza nemmeno qualche sospiro di nostalgia per chi lo ha preceduto. Un po' perché Tate in tutte queste vicende non ha mostrato il suo lato migliore; un po' perché i Queensryche non sono solo Tate ma un manipolo di professionisti con i controcazzi. Inoltre l'altro album pubblicato nel medesimo anno dai Queensryche di Tate (e si, si arrivò anche questo...) non fu un granché e poi, come si diceva, il "marchio" era uscita un po' di scena e dunque dalla sfera irrazionale del sistema percettivo del metallaro: situazione, questa, che permise alla band di muoversi con libertà, senza combattere con pressioni e pregiudizi.

Chiudiamo questo giro di grandi nomi con i Savatage. All'indomani dell'uscita del capolavoro "Streets: A Rock Opera", Jon Oliva decise di cedere il microfono a Zachary Stevens, pur rimanendo a supportare il fratello Cris da dietro le quinte, al piano ed alla scrittura dei brani. "Edge of Thorns", pubblicato nel 1994, fu un album di classe e dalla bellezza cristallina e la title-track diverrà uno dei massimi classici della band, ma non poteva rivaleggiare con le prove recenti dei Savatage, che a partire da "Gutter Ballet" avevano avviato una fase virtuosa della loro carriera a base di sinfonismi e struggenti ballate. È questo non facilitò certo il lavoro al buon Stevens, il quale aveva una timbrica molto diversa da quella di Jon Oliva, ugola corrosiva e spaccata dalle sigarette.

In un certo senso i Sava si presentavano con un nuovo volto, più poetico se vogliamo, che se certo non faceva dimenticare il passato, era l'espressione di un tentativo di provare una via diversa, che negli album successivi, ed in particolare con il capolavoro "Dead Winter Dead", avrebbe acquisito consistenza. E la bella voce pulita di Stevens, i cui cori polifonici diverranno un nuovo standard stilistico per i Savatage, ne sarà il perfetto compendio, tanto che piangeremo la sua uscita dalla band all’indomani di "Wake of Magellan". Sì, ci eravamo proprio affezionati ai nuovi Savatage ed al loro cantante.
Problemi di spazio ci impongono di fermarci adesso e dover rimandare nuovi ulteriori spunti al post successivo: vedremo situazioni analoghe in band minori, ma che offrono esempi significativi ai fini della comprensione del tema dai noi trattato.

To be continued...