2 dic 2016

INTERVISTE IMPOSSIBILI: PHIL LYNOTT (2a parte)


Continuiamo la nostra chiacchierata con il mitico Phil Lynott, compianto leader dei Thin Lizzy.

Nella prima parte dell'intervista, il musicista irlandese ci aveva sviscerato soprattutto i temi legati alla sua difficile infanzia. 
Ora ci concentreremo di più sugli aspetti prettamente musicali, anche se, nel fluire della discussione, gli argomenti toccati sono stati molteplici...

A cura di Morningrise

MM: Ok, Phil, cambiamo argomento. Quello che impressiona nei vostri dischi è la capacità di miscelare la forza e l’immediatezza del rock con una caterva di altre influenze. Io ci ritrovo del proto-metal, del blues, del country ma soprattutto del folk. O sbaglio?
PL: Ebbeh, ovvio! Essere irlandese e non avere influenze folk è come essere brasiliani e non amare il calcio…scherzi a parte, l’anima folk nei TL emerge perché ne era intrisa la mia, di anima. 
Sai, mi sono avvicinato alla musica con la collezione di dischi di mio zio che ne aveva una marea. Ci ho trovato tanti gruppi blues e rock ma anche molti folk e così fu molto naturale per me trasporre questi elementi nella musica dei TL.

MM: E non è un caso che il primo grande successo fu “Whiskey in the Jar”, un brano della tradizione popolare irlandese..
PL: Eh, si strana la vita! Fai successo con un pezzo che non è neppure tuo!

MM: Però dai...ma come l'avete riarrangiata?? Spettacolo!
PL: Si, si…ci è uscita discretamente bene, direi! (ride ancora, NdR)

MM: E della cover dei Metallica che mi dici? La riproposizione fatta da Hetfield e soci in “Garage inc.” nel 1998 credo che abbia sdoganato il nome dei TL anche nella comunità di metallari. Che ne pensi?
PL: Si, può essere. Però sai, non è che mi interessassi molto alla cosa. E poi sono tutte vicende che ho vissuto da quassù…quando è uscito “Garage inc.” ero già morto da 12 anni!

MM: Senti Phil, parliamo del segno che hai lasciato, che hanno lasciato i tuoi Thin Lizzy. Cioè, oramai siete all’interno delle classifiche rock di sempre, la città di Dublino ti ha dedicato già più di dieci anni fa una statua in bronzo in pieno centro, siete tra i gruppi più amati, coverizzati, stimati dai colleghi…Hetfield ancora oggi nel 2016 gira video dei Metallica indossando le vostre t-shirt; Kirk Windstein dei Crowbar si è tatuato il vostro logo sulla gamba. Per non parlare dei Maiden…
PL: Beh, è straordinario effettivamente. Quando cominciammo non me lo sarei mai immaginato. Non lo nego: fa’ piacere essere stimato dai colleghi. Ma probabilmente, ora che sono qui, avrei preferito essere meno influente e stimato e vivere di più…

MM: Quel brano che ti ho citato prima, “Honesty is no excuse”, che è bellissimo tra l’altro, a qualcosa a che vedere con questo rimpianto che ti leggo negli occhi?
PL: Beh, se lo leggiamo col senno di poi, si. Ho trattato male il mio corpo, l’ho portato al limite. Troppo, e troppo in fretta. E alla fine queste cose le paghi. Il fatto di essere stato sempre libero e onesto con me stesso e con gli altri, con tutti i miei limiti, non mi esime dalle mie responsabilità. Non tanto come professionista, quanto come padre. La droga e l’alcool non hanno solo portato alla rottura con mia moglie, ma soprattutto a lasciare senza padre le mie figlie. Cazzo, se ci penso…Cathleen, la mia seconda figlia, aveva solo sei anni quando sono morto…mi sento una merda da questo punto di vista. A maggior ragione per ciò che avevo vissuto io nella mia infanzia...

MM: Senti, passiamo a cose più positive: ti siamo venuti a trovare per celebrare i 40 anni di “Jailbreak”, da molti considerato il vostro capolavoro.
PL: “Jailbreak” è un disco che ci è uscito davvero bene. Oramai eravamo rodati, con Scott (Ghoram chitarrista dei TL dal ‘74, NdR) e Brian ci conoscevamo da anni e ci intendevamo perfettamente. Non sono stati anni semplicissimi comunque. C’erano casini sul posto di secondo chitarrista, tra Robertson e Gary Moore. Due talenti, due personalità forti…non era facile gestire entrambi. A proposito, lo sai che anche Gary è passato da quest'altra parte? Lo ha stroncato un infarto cinque anni fa…

MM: Ehm, si…me lo hai detto poco fa. Sappi che lo considero un grande!
PL: E fai bene a considerarlo tale! E’ anche per merito suo se abbiamo fatto il salto di qualità dai nostri primi lavori. Ed è anche per merito suo che da “Nightlife” in poi abbiamo trovato un contratto con una major (la Mercury, NdR). Gary ha scritto con me pezzi che si sono rivelati dei successi incredibili, come “Waiting for an alibi” e “Roisin Dubh (Black Rose)” e..

MM: Scusa scusa Phil, già che l’hai citata: “Roisin Dubh” secondo me è un pezzo emblematico dei TL perché porta con se tutti i germi di quello che sarà poi molto heavy metal a venire. Con in più una dose di epicità notevolissima…
PL: Si, anch’io lo considero un pezzo avanti coi tempi. E’ uno dei miei preferiti.

MM: Scusa, ti ho interrotto. Tornando a “Jailbreak”: tutti lo ricordano per la title-track e “The boys are back in town”. Ma di “Emerald” che mi dici? Posta in chiusura, è forse la canzone meglio scritta dell’intero disco…potente, epica. E al contempo “accessibile”, orecchiabile. Un brano perfetto.
PL: Ti ringrazio. Ci sono molto affezionato anch’io a quel brano. Lo scrivemmo tutti assieme, sai? A “otto mani”: io, i due Brian, Scott. Dà anche l’idea della chimica che esisteva nella band in quel preciso momento. Forse è proprio lì, con “Jailbreak” e nello specifico con “Emerald” che abbiamo smesso di essere una band “solo” rock e abbiamo definito il nostro stile, diventando qualcosa di più, di più...heavy. Certo, le nostre origini ci portavamo sempre a inserire del blues, del country e il nostro immancabile bagaglio folk. Ed è anche questo che ci differenziava dai gruppi hard ‘n heavy emergenti di allora.

MM: Si, Phil, concordo. Ma passiamo a un argomento più spinoso: i Thin Lizzy gruppo-tributo. Quello che è successo dal ’96 come lo hai vissuto? Ci sei rimasto male per l’iniziativa di John Sykes?
PL: Guarda, ho sentimenti contrastanti in merito. Io John lo conoscevo non da molto, assieme ci ho fatto solo il mio ultimo disco coi TL, “Thunder & Lightning”. Peraltro quando si unì alla band i pezzi erano già stati scritti e lui non potè dare una grossa mano in fase di scrittura. Ma veniva dalla NWOBHM, aveva suonato nei Tygers of Pan Tang. Aveva 24 anni all’epoca, dieci meno di me, ed era pieno di entusiasmo. Devo dire che il suo tocco chitarristico ci fece fare un’evoluzione significativa dopo che venivamo da qualche anno di appannamento. Da un lato apprezzo che abbia riportato in vita i TL nel ’96 in mia memoria, come tributo alla mia figura, promettendo di non scrivere nessuno studio album nuovo. Ha pure lasciato i Blue Murder per riformare i TL. Ti dirò: stava facendo grandi cose coi BM, poteva continuare lì invece di impelagarsi in questa avventura di riesumare i Lizzy. Se penso a tutti i casini per far andare d’accordo i vecchi componenti, tutte le critiche che si è fatto piovere addosso…sono sicuro che non l’ha fatto per soldi, almeno spero…però considerato tutto…ma chi gliel’ha fatta fare?!?

MM: Credo un grande amore per la tua musica e il rispetto per la tua persona…
PL. Si, si, lo so. Però probabilmente era meglio lasciar perdere. E’ durata addirittura 15 anni sta cosa…bah… Quando sono morto, i TL dovevano morire con me. Per sempre…

MM: Phil, forse la musica non ti è mai bastata nella tua vita. Non mi sto riferendo alla droga, ma alla poesia. Hai scritto due libri di poesia…che ci dici a riguardo?
PL: Tutte le forme espressive dell’animo umano hanno pari dignità secondo me. Ho riversato molto di mio nei testi e nella musica dei TL, ma la scrittura mi ha sempre affascinato e sentivo che poteva essere un mezzo espressivo altrettanto valido. Abbiamo una ricca tradizione letteraria in Irlanda e prendendo spunto da essa, ho cercato di esprimere le mie emozioni, quelle che avevo vissuto da ragazzo sulla strada. Che poi sono esperienze comuni a tanti…tanti outsider, tanti “perdenti” se vogliamo. Ma io volevo dimostrare, in primis a me stesso, che anche un “reietto” poteva fare bene, con impegno e passione, ed emergere. Anche se tengo a precisare una cosa: non mi sento una rock star ma una persona normale, “del popolo” e con un vissuto che poteva essere compreso dai più. Di certo in quelle liriche mettevo molto del mio lato triste, più oscuro se vogliamo; quello che come ti accennavo sopra era probabilmente il portato di tutti i casini adolescenziali. Quando ho scritto quei libri di poesie comunque ero impegnato full-time nella musica e in altri progetti che avevo in testa. E’ stato più che altro un divertissment

MM: Phil, siamo alla fine della nostra chiacchierata. Dobbiamo andare. Volevo chiederti un’ultima cosa: si dice che il tuo successo, in un ambito musicale che da sempre è stato appannaggio dei bianchi, sia stato importante per dimostrare qualcosa. Tipo che anche i neri potevano essere dei grandi rocker…A me pare un discorso stupido…
PL: Ma si, tutte stronzate! Ti stoppo subito guarda…già ho dovuto sentire troppe domande sul colore della mia pelle…ti rispondo come una volta ho risposto a un coglione giornalista che mi ha chiesto come ci si sentiva ad essere un irlandese…nero!! Sai cosa gli ho detto?

MM: No, Phil, cosa gli hai risposto?
PL: …che mi sentivo come una…pinta di Guinness!! L’ho ammutolito!!

MM: Ah ah, grazie Phil! Grazie di tutto e soprattutto di averci donato la tua musica!