8 mar 2017

MAI DIRE REUNION - III POSIZIONE - HELLOWEEN: INVENZIONE ED EREDITA' DEL METAL POSITIVO



Lo so, non si sono mai sciolti. Ma questo caso rientra nelle reunion “di fatto”, una specie di unione civile che solo per le leggi attuali equivale al matrimonio, ma all'epoca equivaleva, e fu sentita dal pubblico, come uno scioglimento (dopo "Chameleon") seguito da un nuovo corso.
Anni dopo, leggendo “I 100 migliori dischi di power metal”, apprendevo l'esistenza ufficiale di un sottogenere denominato “happy metal”, ed in effetti....sì, all'inizio erano loro, gli Helloween. Gli auspici non furono i migliori: volevano unire la parola Halloween (la vigilia d'ognissanti – hallow's eve) con la parola Hell, e venne fuori un gioco di parole neanche demenziale, totalmente inutile (un Halloween infernale...).

Non si tratta del genere scazzone da birreria o da distilleria di idromele, rispettivamente rappresentati
da Tankard o folk scandinavo di grana grossa: si tratta di un approccio minoritario al metal, ottimistico. Il metal, mano a mano che si allontana da ogni intento ricreativo e aggregante, perde anche il connotato politico del rock anni 70, e cioè quello progressista. Il metal non va avanti: si siede, guarda in basso, indietro, sul soffitto, nelle profondità. Mai avanti.
L'orizzonte è esplorabile al tramonto, quando muore, o di notte, quando proprio non si vede più una mazza.

Invece cosa facevano gli Helloween? Cantavano metal festoso, e proponevano il metal come un ribellismo allegro. I nuovi “indiani metropolitani”. In effetti c'era chi preferiva il sogno di un esercito metal ostile, come i Metallica di “Metal Militia”, o fiero ma avversato da tutto il resto del mondo, come l'"Army of Immortals" dei Manowar; e c'era chi sognava un esercito festoso, con teste fatte a Zucca. Gli Helloween cioè cantavano in salsa metal il mito di un mondo migliore, al di là del solito spazio dedicato al fantasy e a mostriciattoli vari. Il problema di chi sogna un mondo migliore, e che lo fa diventare inevitabilmente molesto, è che inizia a rompere le palle quasi subito con le critiche al modo di vivere degli altri. E qui partono i luoghi comuni del moralismo universalista: no alla guerra, no alla fame del mondo, no all'inquinamento, no alla pasta scotta. Chi si erge sopra queste disgrazie che incrostano il presente e ipotecano il futuro dell'umanità? Ma i giovani, che nei testi degli Helloween sono eroi armati non di pugnali ma di incantesimi, come in “Heavy metal is the law” (“siamo tutti maghi e combattiamo con i nostri incantesimi”).

Magari ci saranno vie di mezzo tra questa visione che rimprovera l'uomo della sua degenerazione egoistica, e la visione degli Arghoslent, a cui rimandiamo, per cui ad esempio la bomba atomica- se la si vede in termini di colpa – è colpa di chi l'ha tirata e colpa di chi se l'è fatta tirare. Interessantissimi per gli amanti del grind melodico. Gli Helloween invece non volevano neanche sapere di chi era colpa, ma con un infantilismo insopportabile scrivevano ("How many tears" “e prima che il mondo si trasformi in una grande palla di fuoco, facciamo che la crudeltà e la violenza se ne vadano per sempre dal mondo”...frasi dello stesso tenore di un pensierino di uno studente delle medie di quell'epoca, costretto sotto tortura dai professori a scrivere qualcosa di buonista.

Almeno un pippone a disco gli Helloween lo facevano, anche quando volevano esser leggeri, come in "Pink Bubbles Go Ape", quando ormai la minaccia atomica sembrava scongiurata: “Perché io mi sento forte, sì...ma qualcuno da qualche parte sta piangendo , lo so...” ("Someone is crying"). Mamma mia che angoscia...Un senso di colpa gratuito, che ci chiama a combattere per un mondo migliore solo perché qualcuno potrebbe non star bene come noi.... Perfino nell'epicità più classica, nell'immagine di un'aquila che vola nel cielo, si dovevano sentire ritornelli del tipo “Su nel cielo un'aquila mitica....non si cura di ciò che è illegal !” (In the sky a mighty eagle doesn't care 'bout what's illegal)....pura poesia da campagna “pubblicità progresso” del Ministero degli Interni.

Gli Helloween non si sono sciolti, più che di reunion è un mancato scioglimento. Quando se ne va il fondatore, e si cambia contemporaneamente proposta musicale, almeno il buon gusto di andar d'accordo; Kiske invece fu accusato da Weikath di essere monocorde e non più adatto al registro poliedrico di "Chameleon", mentre lui, dal canto suo, se ne andò mugugnando di non essersi mai sentito un cantante metal. Ma andate in quel posto tutti e due! Non feci in tempo a dirlo, perché a "Chameleon" non ci arrivai. Secondo loro avrei dovuto comprare un disco che per loro era talmente noioso da cacciar via il cantante, colpevole di una prestazione “a malapena” accettabile (sempre secondo Weikath) e di non aver dato mai un'idea che fosse una.
In questi casi si pubblica un disco con copertina bianca, con il titolo in primo piano “Stiamo perdendo il filo”.

Gli Helloween riprendono quota - come niente fosse – rinnegando totalmente il corso intrapreso precedentemente con la supponenza di chi ormai si è stancato di fare metal, come se nessuno si fosse accorto che semplicemente vuol fare pop. Esce così "Master of the rings", che dà la stessa soddisfazione di quando uno tradisce l'altro per ripicca. Insomma Kiske va via perché sbuffa che il metal non gli piace, dopo esserne diventato un'icona; Weikath auspica una nuova voce consona ad un rock melodico meno attaccato ai cliché del cantante metal...ma poi tornano con le pive nel sacco a suonare un power metal ancora più canonico di prima.

Posso dire che i dischi dei nuovi Helloween mi hanno rincuorato, all'epoca. Non di più. Rincuorato nel contesto di uno spiraglio aperto sulla rinascita del metal classico, più che su una nuova era Helloween. Nel frattempo Weikath continua la sua personale lotta contro gli altri membri, chiunque essi siano, dicendo che non hanno dato contributi (cosa che oggettivamente non risulta), e ne caccia due all'alba di "The Dark Ride". E perché stavolta? Troppo monotoni. Stavolta ne prendiamo atto, però si ha l'impressione di una excusatio non petita, ovvero: non è che il nucleo storico degli Helloween (Weikath) si incazza perché non riesce più ad essere brillante ed entusiasmante? L'impressione si ha quando, in preda al nervosismo per il mancato raggiungimento dei fasti di un tempo, accade l'inevitabile, quello che ogni gruppo in crisi di idee finisce per fare. Il colpo finale a cui giungono pensando che sia una genialata: riagganciarsi al passato in maniera velleitaria, con un “XY capitolo N”.....e infatti, “The keeper of the seven keys - The legacy”.
Mi limito qui a fare la telecronaca del primo lungo brano. Una lunga preghiera alla Madonnina del ritornello, che però arriva o troppo, o troppo poco. Echi di altro metal, dai Maiden a King Diamond perfino, Blind Guardian. Mancano gli eccessi, i voli pindarici. Mancano di Hansen la sgangheratezza verace, e di Kiske il timbro appuntito.

L'idea del power positivo si è poi perpetuata in una nuova ondata, molto diversa dal power-epic degli anni 80, proprio perché le sue radici stanno nell'approccio sognante e solare degli Helloween, e non nell'epicità più cupa e spinosa o tracotante di Manowar, Cirith Ungol o Manilla Road, né nel power squadrato e tracagnotto dei Saxon. A questo genere, così definito, è dedicato “I 100 migliori dischi di power-metal", in cui sono infatti riportati anche i vecchi album degli Helloween, insieme a quelli di Hansen coi Gamma Ray.

Gli Helloween, sciolti di fatto e proseguiti di nome, sono quindi un vascello fantasma, i cui momenti migliori stanno nei passaggi strumentali, solistici. Peggio l'architettura dei brani e la grinta generale, derivativa la poetica. Non è strano se si pensa, come si omette di fare di fronte a queste exploitation infinite di un nome e di un logo, che c'è rimasto solo Weikath.

Weikath che poi, come direbbe lui...non è che ultimamente abbia dato un grande contributo...

A cura del Dottore

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