26 mar 2017

SUNN O))), APOTEOSI DELLA MUSICA: LIVE AT BARBICAN CENTRE, LONDON - 21/03/2017



Per descrivere in maniera adeguata una esibizione dei Sunn O))), e soprattutto spiegarla a chi non vi ha mai assistito, bisogna distinguere anzitutto fra un "prima" ed un "dopo".

Durante e dopo c'è la musica, c'è l'esperienza, ci sono le emozioni, ma prima di esse ci sono le chiacchiere, il gossip da red carpet, la sociologia spicciola o la semplice enunciazione di paradossi.

Il primo paradosso è che è il 21 marzo, il primo giorno di primavera, e ci accingiamo a celebrarlo con l'esibizione di una delle entità più oscure e meno primaverili del mondo della musica.

Il secondo è che i Sunn O))), punta di diamante dell'odierno metal estremo (per certi aspetti, i più estremi degli estremi, con in più Attila Csihar, l'Artista dall'Estremo per eccellenza, vuoi anche e soprattutto per la sua militanza nel più grande e seminale ed estremo act black metal di tutti i tempi, ossia i Mayhem), si esibiranno al Barbican Centre, che non è proprio una bettola per metallari, bensì il più grande centro teatrale d'Europa, nonché imponente centro espositivo dedicato all'arte contemporanea. Cosa che a regola non ci dovrebbe stupire più di tanto, tenendo conto che oramai Greg Anderson e Stephen O'Malley (per reali meriti artistici o mero opportunismo, questo spetta a voi deciderlo) sembrano sempre più addentrati nel regno dell'avanguardia, nonostante la brutalità della loro proposta.

A stupirci semmai (terzo paradosso!) è che l'evento è sold out: io che sapevo da mesi dell'esibizione dei Sunn O))) al Barbican (fra l'altro a cinque minuti a piedi da dove abito!), io che lo scorso gennaio sono riuscito a vedere i Black Sabbath (i Black Sabbath!!) per il loro tour d'addio (l'ultimo!!!) senza particolari menate, mai e poi mai avrei potuto prevedere che un duo dedito ad un genere di ultra-nicchia e con un seguito principalmente nutrito da esponenti delle frange più estreme del metallo pesante, potesse registrare il tutto esaurito…in un teatro! Evidentemente l'hype creatosi intorno ai Sunn O))) travalica gli ambienti metal e si insinua nei salotti in cui si parla di installazioni e performance d'avanguardia, finendo per configurare l'ensemble americano come qualcosa che non è solo musicale, ma artistico a tutto tondo.

Passiamo dunque alla sociologia: potremmo parlare del tizio grasso pelato con barba esagerata e maglietta con spirale, ma costui non fa più notizia, anzi, ci stupiremmo se non ci fosse gente come lui. Potremmo parlare del personaggio in stampelle (capelli lunghi riccioli sfibrati e scarpe da tennis a stelle e strisce - parrebbe quasi Kirk Hammett se Kirk Hammett fosse finito sotto il bus al posto di Cliff Burton…) che arranca nella spaziosa e silenziosa hall per raggiungere la biglietteria: ma nemmeno lui, alla fine, fa notizia, perché i casi umani del metal sono il sale necessario per eventi come questo. Potremmo parlare della giapponese con i capelli blu, del mingherlino con gli occhi a mandorla nero vestito, con borsetta e capello da emo, ma perché sorprendersi?, non siamo forse al Barbican?, immersi nella crème de la crème dell'intelligentia londinese? Potremmo però menzionare il ragazzino (capello corto, occhialini da secchione, look da Harry Potter) sul divano che legge un libro di Hegel, e forse qui magari un campanello d'allarme si potrebbe accendere sul fatto che non è proprio tutto nella norma. E come tacere della vecchia (o, tutt’al più cinquantenne che porta male i suoi anni, con i capelli grigi e la coda di cavallo) con la maglietta dei Wolves in the Throne Room? O del ragazzo di colore dai capelli rasta con la maglietta degli Enslaved? Insomma, si sarà capito, la platea è variegata, in prevalenza maschile, in quanto i pochi esemplari femminili, spesso al seguito di buzzurri di una certa imponenza fisica, sembrano essere qui per caso o per cortesia, probabilmente ignare di quello a cui dovranno assistere.

Da notare che sto notando tutte queste cose mentre sono nella fila degli sfigati senza biglietto in attesa che tornino disponibili i posti dei rinunciatari dell’ultimo minuto (nell'attesa snervante ammazzo il tempo leggendo un articolo sui Take That in una rivista gratuita capitatami fra le mani, ed anche questo, volendo, potrebbe essere un paradosso...). Insomma, alla fine la Madonna della Brutalità mi vuole bene e riesco ad accaparrarmi l’agognato rettangolo di cartoncino. Siederò dunque sul balcone, un po' lontano dal palco, ma centralissimo: una posizione che si rivelerà ottimale, garantendomi una bella vista dall'alto e completa del palcoscenico. E soprattutto tenendomi ben distante dalle bordate sonore dei Nostri. Già: all'ingresso distribuiscono gli immancabili tappi per le orecchie, che accetto con indifferenza, più come un orpello di marketing che come strumento necessario per la salvaguardia dell’udito.

Silenzio, le luci si spengono. A fare da spalla ai protagonisti della serata, troviamo questa ragazza dal nome impronunciabile, tale Hildur Guðnadóttir, violoncellista ed anch'essa dedita al verbo dronico. Un esile cono di luce separa la musicista dall’oscurità totale. Anche il silenzio è totale. La gentil donzella parte intonando una nenia vocale che fa molto "folk arcano" e poi prosegue con una perlustrazione sonica (direi ambient) lenta e riverberata per mezzo del suo strumento, che suona inquietante e potente, aiutato da qualcuno dei molti amplificatori stanziati alle sue spalle: insomma, venticinque minuti di niente che scorrono via come una puntata dell'A-Team…

Durante l'esibizione il tasso di concentrazione è altissimo, tanto che uno spettatore viene rimproverato perché maneggiava un cellulare e due ragazzi, che chiacchieravano tutto sommato educatamente, richiamati affinché tacessero. Volendo anche questo è un paradosso: ci si accinge ad ascoltare la band più rumorosa del mondo e ci si indigna per il minimo sussurro? Ma vi dirò: anche io ho provato fastidio innanzi alla più insignificante fonte di distrazione. E’ come se i Sunn O))) fossero riusciti laddove Queen e Blind Guardian hanno fallito con i loro rispettivi "A Night at the Opera": portare i bifolchi a teatro!

Ma tutte queste sono e rimarranno cazzate. Cazzate destinate ad essere spazzata via dalla forza dell’esperienza che ci apprestiamo a vivere: l'oscurità cala ancora una volta, il momento tanto atteso è finalmente giunto…

E' buio totale, dal nulla inizia a materializzarsi una voce cavernosa che recita versi in una lingua sconosciuta. Una colonna di fumo, trafitta da suggestive luci rosse, si alza e oscilla con lentezza, delineando i contorni di un'ombra nera, un uomo incappucciato: Attila Csihsar è fra di noi. I primi sette-otto minuti son tutti suoi e la sua inquietante invocazione, fra mantra vedici, cori gregoriani e sospiri satanici, è semplicemente magistrale.

Da “lontano” iniziano a subentrare i feedback vischiosi delle chitarre, presto raggiunti da ampi e profondi accordi doom. I ricami minimali del moog smussano il metal torvo dei Nostri con delicati contorni electro-jazz-ambient. Nel frattempo le luci rosse si diramano sugli altri componenti, tutti rigorosamente incappucciati: in mezzo Tos Nieuwenhuizen al moog, ai lati Anderson ed O’ Malley, ai margini un altro chitarrista e Stephen Moore, che si destreggerà fra trombone ed altri strumenti che è difficile distinguere nella semi-oscurità.

E' difficile descrivere a parole quello che accade sul palco: i suoni grevi e minacciosi sono un tutt'uno con le immagini. Cinque/sei ombre nere si aggirano per il palco, avvolte nella coltre densa di una nebbia che si muove lentamente e in modo circolare, in perfetto stile cimiteriale. Anderson e O’ Malley accompagnano con gesti ampi e solenni le lunghe note dalle basse frequenze e spesso sollevano le chitarre come se fossero oracoli. Pare di assistere ad un rituale pagano: niente altro, oltre la parte illuminata del palcoscenico, sembra esistere. Gli enormi amplificatori sovrastano la scena da dietro, come enormi e minacciosi monoliti, tanto da ricordare paesaggi ancestrali, mitici come quello di Stonehenge. A venire in mente, non a caso, sono le sequenze iniziali di "2001: Odissea nello Spazio", ma questo non è l'unico riferimento al maestro Stanley Kubrick che mi si è palesato durante l’esibizione. Impossibile, infatti, non pensare anche alla scena madre di "Eyes Wide Shut": il salmodiare di Attila la ricorda incessantemente, tanto che, almeno per stasera, potremmo definire i Sunn O))) come una sorta di Ligeti in versione metal brutale, avvicinandosi di fatto a certi stilemi di musica classica contemporanea. Ok, anche guardando "laicamente" la faccenda, il tutto è dannatamente suggestivo e, data la carica visionaria dello show (ottimo l’utilizzo delle luci!), quasi sembra di vivere un’esperienza in una dimensione che non è la nostra.

Per quanto riguarda la musica, o meglio, il materiale proposto, riconosco frammenti estratti dall'ultimo “Kannon” (il più saccheggiato), da "Monoliths & Dimensions" (la loro opera più celebrata e sicuramente quella che li ha fatti conoscere fuori dagli ambienti del metal) e da "Black One" (molto importante anch'esso in quanto l'album che aveva spalancato le porte verso il black metal). Logico che i Nostri non riproporranno in modo fedele le composizioni così come sono state registrate in studio: per capire l'evolversi dello spettacolo è dunque più utile descriverlo in termini di movimenti. Io ne avrei individuati circa quattro.

Il primo è quello che ho appena descritto, ossia l'inquietante introduzione (una iper-dilatata "Kannon 3") che ci ha condotto dal silenzio (e l’esibizione della violoncellista ne è stata la giusta premessa) al più classico super-doom dei Nostri, con Attila in prima fila ad officiare la "messa".

Segue poi un corpus centrale in cui le sensazioni si stabilizzano all'interno di un magma sonoro che al profano sembrerebbe frutto di sola improvvisazione. Incontreremo le chitarre ronzanti della superba "CandleGoat" (direttamente dal già citato "Black One") e persino un trombone dal gustoso sapore jazz (il giro è quello sornione di “Alice” da "Monoliths & Dimensions"): spunti che impreziosiscono una performance che non ammetterà il minimo calo di tensione, grazie anche al sapiente dosaggio di pochi ingredienti. In questi suoni sferraglianti, colgo finalmente l’anarchia e la violenza deragliante di quell’hardcore old school di cui Anderson ed O’ Malley sono insospettabili ammiratori. Nei lunghi momenti in cui non canta, Attila continua a presenziare stoicamente sul palco in veste di mesmerico figurante, accompagnando i lenti movimenti delle chitarre con altrettanto lenti movimenti di braccia. Verso il quarantatreesimo decido di mettermi i tappi alle orecchie, perché i volumi, tollerabili in principio, nel persistere iniziano a rompere un po’ il cazzo.

Segue poi il Gran Finale, o quello che poteva (e doveva) essere la degna conclusione del tutto. In questa fase torna protagonista Attila, ma è tutto l'ensemble che si mostra in gran forma, ergendosi compatto ed apocalittico più che mai. Da brividi i momenti in cui le chitarre di Anderson e O’ Malley si incontrano ed accompagnano in accordi che più affossanti non si può. Ad aggiungere gloria alla gloria, in questa catarsi sonora, due scene a dir poco memorabili. Prima i componenti del gruppo si scambiano, fra il fumo e la semi-oscurità, una bottiglia di vino, che viene sorseggiata con grande solennità, come a completare la celebrazione di un rito. Poi, ma forse in molti non ci avranno fatto caso, l'uscita di scena di Attila, che a fatica striscia via in un varco che era stato lasciato libero fra gli amplificatori alle sue spalle. Nella coda di distorsioni brucianti poteva consumarsi il giusto commiato ad una esibizione a dir poco perfetta.

Ed invece i Nostri hanno voluto esagerare, forse con il sadico intento di devastare psiche e timpani a tutti coloro che pensavano di assistere ad una normale performance di arte contemporanea. Ma in fondo, data la circostanza, l'esagerazione va accettata come una parte irrinunciabile del pacchetto concettuale. Quindi apprestiamoci a soffrire con questa ultima annichilente fase. Senza che un istante di silenzio riesca a filtrare fra i suoni saturi ed asfissianti dei Nostri, Attila fa nuovamente il suo ingresso sul palco, indossando questa volta un curioso costume costellato di lunghi pungiglioni e con il microfono che proietta lunghi raggi laser rossi (in effetti, un po’ una caduta di stile…). Il suo registro vocale si fa decisamente black, acuto, stridulo, e le sue urla lancinanti sono fendenti che recidono il suono denso delle chitarre (mi pare fra l’altro che il volume sia ancora più alto, o forse sono i musicisti che suonano con maggior foga), alla stessa maniera di come i raggi affettano le tenebre. Il caos è però eccessivo, anche per me: i tappi oramai fanno ben poco e i bassi giungono sotto forma di vibrazione scuotendo le poltroncine a cui siamo quasi aggrappati. Attila è in ginocchio e si spreme fino a quasi spirare, gli altri si lanciano in un crescendo di immani proporzioni.

Poi tutto finisce. Segue una lunga standing ovation, dove tutti si spellano letteralmente le mani di applausi e qualcuno addirittura si alza in piedi. Forse siamo esaltati dall’esperienza appena vissuta, ma forse siamo anche un po’ sollevati dal fatto che è finalmente giunta a termine quella che stava per divenire una tortura insostenibile per le nostre orecchie. Gli artisti sul palco, abbracciandosi ed inchinandosi, si godono visibilmente il bagno di folla, forse accennando anche dei sorrisi, mostrandosi per la prima volta di essere anch’essi degli esseri umani.

Il battere delle mani giunge ovattato, il fruscio delle orecchie ci ricorda che siamo quasi sordi. Sordi ma felici…

1967, Velvet Underground - 2017, Sunn O))): apoteosi della musica.