16 set 2017

CONFRONTI IMPOSSIBILI: RITCHIE BLACKMORE E AL BANO CARRISI



Li ho consumati. Li ho ascoltati a ripetizione per non so quanti mesi (anni?) di fila.

Li ho usati per corteggiare ragazze. Li ho messi pure in sottofondo il giorno del mio matrimonio. E sono in ogni compilation da far ascoltare ai miei figli quando siamo in macchina.

Insomma…fanno parte della mia vita. E in questo 2017 compiono venti anni tondi. I Blackmore’s Night.

Assieme a Jimi Hendrix, possiamo affermare che Mr. Richard H. Blackmore sia il più importante tra tutti i chitarristi rock? Credo di si.

Di Ritchie ho praticamente seguito e adorato tutte le gesta, in tutte e tre le creature legate al suo nome: i Purple, i Rainbow e, da ultimi, i Blackmore’s Night.

Pur non avendo mai suonato metal, i BN sono stati trattati fin dagli albori all’interno delle riviste specializzate di settore. Infatti ricordo come se fosse oggi quel numero di Metal Hammer del 1997. Vi era contenuta la recensione di “Shadow of the moon”, peraltro neppure in bella mostra, inserita in mezzo ad altre decine di recensioni del mese. Però il voto era al massimo, cioè “6”. E il pezzo chiosava con la frase, per la verità banalotta, “un album che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”.
Comunque c’era Ritchie che suonava la chitarra e tanto mi bastò per procurarmi immediatamente il disco.

Stregato, rimasi letteralmente stregato da quelle atmosfere magiche, sognanti, delicate. Ascoltando gli strumenti ad arco (viole, violini e violoncelli) sembrava davvero di essere trasportati in epoca medioevale, magari alla corte di qualche sovrano, circondati da persone dal sangue blu, nobildonne eleganti, menestrelli, cavalieri, ecc.  

Certo, la chitarra acustica, il mandolino e il liuto suonati da Ritchie guidavano l’ascolto, ma l’effetto magico di cui sopra non ci sarebbe stato senza la voce della Candida Notte. Cioè la bellissima Candice l. Isralow, meglio conosciuta con il nome d’arte di Candice Night. Candice ha una bella voce, limpida, pura, cristallina. Ma non tecnicissima e difficilmente applicabile ad altri contesti. E questo è da tenere presente per il seguito del post.

Parentesi prosaica: la storia della nascita dei BN è veramente esemplare di cosa una bella e giovane topa può spingere a fare anche al più sgamato delle rockstar avvezzo alla vita da rockstar nella quale di certo la gnocca a disposizione non latita.
Galeotta, pare, fu la richiesta di un autografo, nel lontano 1989, di Candice al suo eroe, che in quell’anno teneva ancora in piedi i Rainbow. Il guitar hero aveva all’epoca 44 anni. Lei 18. Una parola tira l’altra, si diventa amici…lei, nel campo della moda già da ragazzina, cercava la sua personale realizzazione nel mondo della musica, sua grande passione coltivata sin dalla gioventù ma mai sbocciata concretamente. E così da amici a diventare trombamici e poi fidanzati è un attimo (per il matrimonio invece Candice dovrà aspettare 15 anni!).

Ma torniamo alla musica: il problema del c.d. medioeval/folk rock è che se non sei più che stra- ispirato, dopo un pò spacchi le palle. Ed è quello che è successo al nostro Ritchie e ai BN. "Shadow of the moon" è un capolavoro, ma dal secondo full lenght ci si comincia un pò ad annoiare. E questo nonostante che “Under a violet moon” fosse ancora un ottimo disco, pieno di melodie azzeccate e di emozioni profuse a raffica. Ma già dal terzo “Fires at midmight” (2001), il latte alle ginocchia cominciava a formarsi e il sapore di “minestra riscaldata” diventava preponderante.

Ecco come la penso: i BN dovevano essere un progetto parallelo di Blackmore, un divertissement prima che The Man In Black dovesse tornare a comporre e suonare fumante hard rock. Poi magari mi sbaglio, ma l’idea è che il Nostro sia rimasto prigioniero della sua stessa creatura. Del resto, come si suol dire, tira più un pelo di…che un carro di buoi!

Quindi: una parentesi? No, manco per sogno. Il buon riscontro di pubblico e critica, e magari la volontà della giovane pulzella di proseguire nel progetto, ha fatto sì che ad oggi, i BN abbiano sfornato qualcosa come dieci-dico-dieci album in studio, quattro live dvd, tre album dal vivo, una compilation e svariati singoli.

E nonostante questa imponente discografia, nonostante Ritchie abbia una collezione di oltre duemila (2.000!) dischi di musica rinascimentale, ho come l’impressione che in realtà si rompa un po’ gli zebedei a suonarla da vent’anni a questa parte. Un’impressione nata dalla recente visione di uno di quei live DVD, per la precisione “Castles and dreams”, del 2005. Lo scenario era stupendo, si suonava in una piazza del borgo di Burg Veldenstein, in Germania, con alle spalle un meraviglioso castello medioevale. I Nostri erano vestiti di tutto punto, con abiti d’epoca e lo stesso le prime file degli spettatori, per creare ancora di più l’ambientazione adatta. Ritchie, che a detta di chi lo ha conosciuto non è mai stato il massimo della simpatia, ha lo sguardo e l’espressione di uno a cui hanno appena detto che dovrà passare le vacanze estive nella stessa casa della suocera. Insomma: una faccia un pò così...una faccia-di-merda Mai un sorriso, mai un gesto che esprima empatia verso il pubblico o i compagni di ventura. Solo nei bis, quando Blackmore impugnerà la chitarra elettrica, si lascerà andare a qualche espressione davvero soddisfatta come a dire aahhh…Ora si che ci siamo! Ora si che godo a suonare!

La storia di Blackmore mi ha fatto venire in mente un po’ quella del nostro Al Bano Carrisi, quasi coetano di Ritchie. Fornito da Madre Natura di un voce incredibile, potente come un cannone, si è auto-limitato a fare scialbi duetti con Romina Power, gran bella donna ma sicuramente non una cantante dotata. Così Carrisi per circa 22 anni si è autocastrato a cantare “Felicità” e “Nostalgia canaglia” quando magari avrebbe potuto cantare brani, anche lirici, di ben altro spessore tecnico.
Del resto la fig…cioè, l’amore è l’amore e al cuore non si comanda, giusto? Soprattutto se tali scelte artistiche, che potrebbero apparire “di ripiego”, portano con sè successo e soldi.

La differenza tra Blackmore e Carrisi è che quest’ultimo, per note e tragiche vicissitudini famigliari, ha abbandonato la collaborazione forzata con l’ex moglie ed a fine carriera è tornato a fare quello per cui è davvero portato, potendo esprimersi finalmente in brani adatti alla sua ugola e toccando il culmine nell’esibizione del 1998 come terzo tenore assieme ai giganti del genere, Placido Domingo e Josè Carreras.

Ritchie invece, a settant’anni suonati da un pezzo, è ancora vestito da menestrello trecentesco, con lo sguardo duro e incazzato a suonare medioeval rock invece che imbracciare la sua Stratocaster e a spaccare il culo ai passeri come sa sicuramente ancora fare.

La nostra speranza e il nostro augurio è che possa ancora tornare a deliziarci le orecchie con la cosa che sa meglio fare: comporre e suonare heavy rock. Prima che venga fagocitato in una notte senza via d'uscita...la Notte di Blackmore...

A cura di Morningrise