12 set 2017

JOURNEY, UN...VIAGGIO OLTRE FRONTIERA


I 10 MIGLIORI ALBUM A.O.R.

CAPITOLO 6: JOURNEY - "FRONTIERS" (1983)


Se mettiamo una in fila all’altro i termini musica-1983-band-San Francisco anche il lettore metallico più sprovveduto li declinerà in maniera automatica in thrash metal-Kill’em all-Metallica-Bay Area. Niente di più corretto.

Ma prima di quel fatidico 25 luglio, appena cinque mesi prima del debut album dei Four Horsemen, San Francisco aveva dato i natali ad uno dei dischi rock che si rivelerà come uno dei più importanti non solo di quell’annata. Un disco che passerà alla storia, tanto da essere inserito nei migliori 500 dischi rock/metal di sempre dalla prestigiosa rivista Rock Hard, e considerato da tanta critica come il “disco AOR per antonomasia”.

Parliamo di “Frontiers” dei Journey, con il quale “scolliniamo” nella seconda parte della nostra Rassegna sui migliori dieci album AOR.

Lo ammetto: i Journey li conosco di “riflesso”. E questo grazie ai Dream Theater. Prima di ascoltare “A change of seasons” infatti i Journey non sapevo chi fossero. Poi quella cover di Petrucci&co, “Lovin’, touchin’, squeezin’”…e l’interesse che monta. E da lì ad avere tra le mani “Frontiers” il passo è stato breve.

In realtà il Teatro dei Sogni è andato a pescare nella discografia della band californiana una canzone tratta da un disco, "Evolution" (1979), non tra i più acclamati della band californiana. Il vero successo per i Journey arriverà infatti un paio d’anni più tardi, quando verrà dato alle stampe “Escape”, disco trainato dal singolone “Don’t stop believin'”. Un’altra di quelle canzoni del mondo AOR che conoscono anche i muri, pur magari non sapendo chi ne è l’autore. Ma, nonostante "Escape" fosse già un ottimo disco, a livello qualitativo è con “Frontiers” che i nostri fecero il botto definitivo.

Guidato dalla verve creativa del duo formato da Neil Schon (chitarrista dotatissimo che aveva suonato in passato con Santana) e Jonathan Cain (tastiere) "Frontiers" è un disco semplicemente perfetto. I due strumenti portanti di ogni album AOR che si rispetti fanno il bello e il cattivo tempo, alternandosi e fondendosi nel guidare i dieci brani che non conoscono cedimenti. E l’opener, la pluriacclamata “Separate ways (Worlds apart)”, con un intro di tastiere siderali che, data anche la copertina del disco, ci immergono immediatamente in un clima “spaziale”,  è il miglior biglietto da visita per abbattere le nostre “frontiere” mentali ed entrare nella dimensione del...journey!

Gli elementi dell’album oriented rock ci sono tutti: dal formato-canzone ideato per la rotazione radiofonica alla produzione cristallina; dai cori da arena all’inserimento delle immancabili power ballad da cantare nella dimensione live muniti di accendino (“Send her my love” e la celeberrima “Faithfully”).

Ma solo all’apparenza siamo di fronte a un disco “facile”. A leggere sotto le righe traspare tutta l’immensa classe dei compositori che, guidati da un’intesa alchemica che si percepisce al primo ascolto, sono capaci di lavorare di fino, sfornando per ogni track melodie ricercate ed emozionanti, capaci di trasmettere ora malinconia (la gemma “Troubled child” ne è una lampante testimonianza), ora intelligente leggerezza (penso a “Chain reaction”) e persino grande potenza (ascoltate “Edge of the blade” o la conclusiva “Rubicon” e fatevi un’idea). Non rinunciando anche a una vena progressiva, retaggio di influenze della prima parte di carriera che escono fuori soprattutto nelle parti con atmosfere più “fantascientifiche” (la title track ne è un ottimo esempio).

Ma è difficile pensare che i Journey abbiano potuto avere un successo così grande senza abbinare alla musica la voce di Steve Perry. Dolce e potente assieme, con quel retrogusto “sabbioso” che fa delle sue corde vocali un trademark distinguibile tra mille. Fenomeno del microfono, oltrechè polistrumentista, Perry diede quel tocco “pop” ai Journey che consentì alla band di raggiungere la definitiva consacrazione, facendoli entrare nell’immaginario collettivo. Frase eccessiva? Lo potrebbe sembrare ma in realtà è proprio il risultato raggiunto dalla band grazie al fatto che molte sue canzoni furono usate come colonne sonore di film, telefilm e addirittura videogame. Oltre agli omaggi e alle numerose rivisitazioni di illustri colleghi (dalle pop star Mariah Carey e Celine Dion, ai rockers Kip Winger e Steel Panther, fino ad arrivare a cover metal dei Jorn e, appunto, Dream Theater).

Nient'altro da aggiungere ad un disco fondamentale.

A cura di Morningrise