4 gen 2018

UN COCCODRILLO PER WARREL DANE: NESSUNO USCIRA' VIVO DI QUI



Non conoscevo Warrel Dane. Come per tutti coloro che parlano attraverso la loro arte, non è importante sapere cosa egli pensava nella vita di tutti i giorni. Per me era un personaggio metal dai capelli lunghissimi e lisci, e dalla voce urlante.

Warrel Dane si portava dietro dagli anni '80 una visione escatologica del mondo nata come vezzo e divenuta poi ossessione. Negli anni '80 si giocava a immedesimarsi nella paura dell'olocausto nucleare, nel dramma dell'inquinamento globale, nello sgomento per l'incoscienza del mondo ricco e per l'impotenza di quello povero. Questo sentimento di commozione e rabbia nei confronti del mondo era però edulcorato dal fatto che era un sentimento collettivo e fasullo: tutti insieme ci si preoccupava, si auspicava il disarmo nucleare, si piangeva per la Foresta Amazzonica, ma poi tutti insieme ci si occupava d'altro. Era una stagione di reflusso dal pubblico al privato, dalla piazza alla soap-opera.

Gli anni sono passati, i tempi cambiati ed è stato evidente allora che quella di Warrel Dane non era una tragicità modaiola, ma un sentimento autentico.

La figura del predicatore che annuncia la fine dei tempi (quella di  Repka sulla copertina di "Refuge Denied" dei Sanctuary), gli angeli vendicatori, la resa dei conti contro il Male sono temi che dall'inizio campeggiano nell'immaginario di Dane. Da subito però si insinua un dubbio che avvelena questa prospettiva: il seme della corruzione e della follia coinvolgono anche i buoni, anche i valorosi, anche i pii. Ogni nuova visione del mondo si corrompe da sola con la fede in se stessa.

L'unica divinità stabile, cioè fonte di verità sincera, sembra essere una misteriosa entità femminile (she), forse Madre Natura, assediata da soldati e demoni che lottano tra loro, ma che non riescono mai veramente a seguirne gli insegnamenti.

I vari messia, con particolare riferimento a quello cristiano, sono liquidati con ironia à la De André. In "Die for My Sins" Dane dice ad ogni Gesù che sostiene di essere morto per i suoi peccati: "Ebbene sì, muori per i miei peccati, perché io ho visto la mia fine amara e dolorosa...", e ancora "Nessuno porterà il peso dei tuoi peccati, io ho sopportato la mia vita mortale di dolore".

Al profeta fasullo che promette felicità nell'Aldilà in nome del dolore nell'Aldiqua, l'uomo dice: basto io per salvarmi dai miei peccati, provando a sopportare questo dolore, che poi è l'unica cosa che posso fare nella speranza di ottenere un poco di felicità. Ma alla fine della vita, mentre il profeta può – se proprio ci tiene – portarsi dietro il peso dei peccati del mondo, il comune mortale si accontenterà del peso del dolore patito, scaricando volentieri il peso dei peccati al profeta.

Come non pensare all'analoga ironia amara del personaggio di Tito ne "La buona novella" di De Andrè, quando passa in rassegna i comandamenti e dice "Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano; con un coltello piantato nel fianco gridai la mia pena e il suo nome; ma forse era stanco, forse troppo occupato, e non ascoltò il mio dolore; ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano!".

Beninteso, sempre secondo Dane, non è che l'uomo abbia una sua religione terrena da contrapporre, come per esempio la fede nel progresso. Anche qui, chi vuole sacrificare il passato e il presente ad un futuro migliore, appare come un profeta fasullo e corruttibile: "Chi vedeva in anticipo la verità è stato accecato da qualcosa di sconosciuto".

La tecnologia, che sembrava la riscossa dell'uomo contro Dio, ha avuto il fiato cortissimo. Non ha prodotto l'immortalità, ma al suo posto ci ha regalato l'ipocondria. La figura dell'uomo che non sopravvive a se stesso in "Into the Mirror Black" è un'emblema di questa disperazione. Ma anche se si cambia questo punto di vista sociale, niente cambia. Se si alza lo sguardo in cielo alla ricerca di una risposta, si vedono solo battaglie celesti tra Angeli e Demoni che si contendono il Nulla Sovrumano. Se si abbassa lo sguardo, si vedono invece le proprie miserie. La prima fra tutte, quella dell'amore.

Il mondo di Dane è quindi una trinità di angeli traditori: la religione, l'umanità, l'amore. Tre angeli che a diversi livelli ti portano per mano verso la follia e verso l'odio per il Dio che avevi eretto a tuo protettore, che sia esso la Verità cosmica, il Benessere terreno o la fiducia individuale.

Dane entra in questa ricerca esistenziale con i Sanctuary, in cui perde la fede ma spera nell'amore. Con "Into the Mirror Black" perde anche l'amore e resta l'umanità. Con "The Year the Sun Died" anche l'umanità si allontana. Non che Dane non riesca a immaginare delle ipotetiche riscosse sia da parte dell'amore individuale che sul fronte di quello collettivo. In "Communion" si definisce la condivisione come l'unica crescita spirituale possibile verso una verità più alta ("Communion is evolution of a mind to a higher form or reason") e un tentativo di sfogare la tendenza fondamentale della vita, che è inquietudine in cerca di pace ("Commuion, a resolution, a search for inner peace").

Anche rispetto al destino dell'umanità, pur nel pessimismo di partenza (il disco si intitola "L'anno che il sole morì"), si sceglie come conclusione una speranza in un giorno in cui il sole si spanderà sulla terra. Questo testo, tuttavia, è forse dei Doors e risale ad anni di ottimismo al momento inconcepibile.

Lo spirito doom (in senso lirico) di Dane è quindi evidente nella tematica del passato come quella del futuro impossibile. Sul piano lirico Dane è rimasto simile a se stesso dai Sanctuary ai Nevermore,  passando per la sua carriera solista, fino poi alla seconda incarnazione dei Sanctuary.

Nella dimensione privata prosegue questa preghiera disperata al Protettore Celeste che non è venuto, alla solidarietà umana che non è mai nata e all'amore individuale che ha tradito. L'unica dimensione rispettabile rimane forse la morte, che ti toglie un affetto senza per questo distruggerlo.

E la voce di Dane era adatta a cantare tutto questo: baritonale ma talmente ampia da raggiungere tonalità altissime, stirandole in uno spasmo. In lui si ritrovano la perplessità stralunata di Ozzy, la ieraticità di Halford, la teatralità manierata di Dickinson. Volendo aggiungere a questo trittico una somiglianza minore, potremmo citare Scott Jeffreys dei Confessor.

Non abbiamo dubbi che Dane riposerà in pace. Nel percorso di esplorazione del dolore del mondo, questo è sempre stata l'unica certezza: che dentro la vita pace non ce n'è. E che qualsiasi fede l'uomo produca, che sia in Dio o nel futuro o nell'amore, sarà sempre una fede inquieta e traditrice.

Come diceva anche Jim Morrison: Nessuno uscirà vivo di qui.

A cura del Dottore