10 feb 2018

PILLOLE DI OSCURITA': NORTT, UNO DI NOI


Oggi percepite qualcosa di strano nell'aria? Gli uccellini cinguettano e volteggiano nel cielo terso in modo oltraggioso? La gente vi sorride e tutto vi sembra contagiato da un'incontenibile quanto stucchevole voglia di vivere? Bene, allora chiudete gli occhi, lasciate la luce fuori ed immergetevi nel vostro mondo di oscurità interiore.
La nostra prima pillola di oscurità non poteva che riguardare un artista che definisce la propria musica "pure depressive black funeral doom metal": signore e signori, dalla Danimarca, ecco a voi Nortt!

Esistono tre livelli di ascolto per approcciarsi all'arte di questo misteriosa one-man band.
In apparenza gli album di Nortt appaiono bellissimi, ma l'ascolto deve essere distratto, incurante dei dettagli (che poi a guardar bene non esistono). Il modus operandi del Nostro sembra basarsi sull'inconsistenza di un sound che potremmo definire nebbioso. Suoni confusi e rarefatti, una scorza di echi e riverberi che coprono scarse capacità di scrittura, prima ancora che esecutive (che in effetti rimangono piuttosto scarse).
I supporter del progetto potranno dire che Nortt non intende fare musica, ma creare atmosfera, e in effetti quella non manca. Se dunque lasciamo scivolare queste note nel sottofondo mentre facciamo altro, oppure (ahinoi) ci stiamo per addormentare, l'insieme non mancherà di fare il suo porco effetto. Se però vorremo scendere un tantino in profondità, non tarderemo a renderci conto dei limiti, voluti o meno, di questa musica.
Laddove altri alfieri dell'area depressive hanno dimostrato non solo la volontà di portare avanti una personale ricerca stilistica, ma anche una apprezzabile evoluzione album dopo album (penso a Xasthur, Leviathan, ma ci butterei dentro, piaccia o meno, anche quel pagliaccio di Kvarforth e i suoi Shining), Nortt, nell'arco di un cammino più che ventennale, ha mostrato un immobilismo ed una povertà di intuizioni davvero disarmanti. Capisco che se si intende parlare di morte, tristezza, solitudine, depressione e suicidio, la tavolozza a disposizione non contemplerà molti colori, ma da album di tal risma almeno un arpeggio ispirato me lo aspetto.
Nortt invece continua ad operare il suo scavo esistenziale con elementari giri di tastiera e pianoforte, mentre i riff di chitarra non si scostano dalle solite due linee melodiche. Completano il quadro battiti stralenti di drum-machine e screaming/growl disarticolati ed estremamente incomprensibili (si dice che il Nostro canti in danese e che vi siano persino dei testi…).
Questa scarsa inventiva, spacciata per cifra stilistica o intransigenza, diviene così il limite principale della proposta, in particolare alle orecchie di chi ambirebbe ad ascoltare questi album per intero, analizzando i singoli passaggi. Certo, se l'obiettivo era creare un'atmosfera malsana e deprimente, il nostro Nortt fa decisamente centro, ma lo fa imboccando la via più facile. Il modus operandi in fondo è lo stesso di quello della pornografia, che ottiene l’eccitazione dello spettatore con la manifestazione esplicita del sesso: come un regista di un film porno sa raggiungere i propri intenti senza una grande sceneggiatura, né grandi attori, né un accurato lavoro di riprese e montaggio, così Nortt edifica un'atmosfera d'angoscia esasperata ricorrendo alla pioggia, alle campane che suonano a morto, alla mancanza di variazioni, all’abuso di vocalità artefatte, grottesche e grondanti una disperazione fin troppo sopra le righe: in questo modo trasmettere sensazioni negative diviene un fatto più chimico che artistico.
Già la stessa copertina di "Galgenfrist" (che ritrae un oscuro figuro con un cappio in mano che si incammina in una foresta con chiari intenti) implica un immaginario di stereotipi slegato dalla realtà delle cose (è un dato di fatto, per esempio, che il suicidio non sia, nella maggior parte dei casi, un impeto necessariamente generato da situazioni lugubri – ed infatti le statistiche indicano chiaramente un incremento dei suicidi nella stagione estiva). La musica, coerentemente, è una passerella di cliché, una fin troppo razionale, ordinata e prevedibile disposizione degli elementi del dolore che rivela una collocazione del disagio ad un livello superficiale della creazione artistica.
Quella di Nortt non è l’agonia del vero depresso, dell’aspirante suicida, non è l’espressione di un reale disagio, nemmeno di quello mediocremente borghese. Sembrerebbe piuttosto il frutto dello svago che può concedersi nei ritagli di tempo un personaggio ordinario che conduce una vita ordinaria: Nortt, uno di noi.
Eccoci al terzo approccio, quello che ci porta ad una inaspettata rivalutazione del progetto artistico. Nessuna attività concertistica, quattro album pubblicati in più venti anni di carriera, ma soprattutto una evoluzione artistica praticamente nulla. Il discorso è chiaro: questa non può essere la vita di chi campa di musica. Non vi è l'ambizione a crescere né la necessità di farlo in quanto Nortt non ha bisogno dei proventi della sua arte e quindi da essa non può essere ricattato: per questo si può permettere di essere estremo e di non piacere ai più.
È lecito infatti pensare che il buon Nortt sia uno stimabile cittadino che conduce la sua vita ordinata svolgendo una attività a tempo pieno (un postino, un impiegato statale, un addetto al call-center, più probabilmente un informatico, un ingegnere, uno che magari non deve stare al pubblico). C'è chi gioca a calcetto il martedì sera, chi attacca la chitarra al Mac e, armato di cuffie, compone la propria musica non disturbando il resto della famiglia. E poi, ogni tot anni, racimolati tre quarti d'ora di musica (al netto, un quarto d'ora di idee nuove, visto che tutto viene reiterato fino allo sfinimento e poi allungato con effetti ambientali e persino con porzioni di silenzio), ci si presenta in studio e si fa un album. Ma così, per sfizio, per vanagloria, come quelli che, pur di veder pubblicato un libro con il proprio nome in copertina, stringono quegli infami patti editoriali secondo i quali sono vincolati ad acquistare in anticipo centinaia di copie.
Per questo motivo non bisogna pretendere troppo da Nortt, che non è una rock star, ma uno di noi. Per questo è degno del nostro rispetto.
Fate attenzione, però: la prossima volta che pagate una bolletta all'ufficio postale o vi chiedono il biglietto in treno o vi consegnano una pizza a domicilio: quell'impiegato, quel controllore, quel pizza express potrebbero essere degli insospettabili paladini del pure depressive black funeral doom metal...