4 feb 2018

VIAGGIO NEL METAL AFRICANO - TUNISIA: L'IMPORTANZA DEI CAMMELLI CONTRO I RISCHI DELL'OCCIDENTALIZZAZIONE



La Tunisia, dopo quasi sei mesi di viaggio, è il nostro punto di arrivo nell'esplorazione del metal africano, se escludiamo momentaneamente la scena sudafricana, che merita un'indagine a parte.
A questo punto vediamo se riusciamo a prevedere il metal tunisino sulla base degli elementi appresi fino ad ora.

Primo: trovandoci nel Maghreb, e vicino al Marocco, la melodia dovrebbe esserci e in dose massiccia. Addirittura col rischio di cadere nella trappola del jingle arabico, più stucchevole della più stucchevole pop-band svedese.

Secondo: per controbilanciare la melodia con una buona dose di robustezza, la soluzione è tecnicamente il thrash/death melodico, e abbiamo imparato che in quest'ambito gli africani hanno una predisposizione naturale. Lo fanno con precisione teutonica.

Terzo: la versatilità africana rende inizialmente difficile individuare un genere preciso, almeno per quei gruppi che hanno iniziato dopo gli anni '90. Si trovano in questo caso esempi di metal-core africano, in cerca di fortuna commerciale, così come semplicemente realizzazioni di metal “olistico”, che spazia dal death al classico senza troppo imbarazzo nell'ambito di singoli brani.

La predizione è avverata. La Tunisia sforna infatti quella che credo sia la prima band “di livello” discografico-commerciale di oriental-metal. Trattasi dei Myrath. I Myrath suono un melodic-power professionale, ben prodotto e si possono permettere di suonare come headliner in Europa. Mi sono già tradito dicendo “esperimento”, perché la formula vincente di questo gruppo sembra calcolata. Hanno un suono metal con chiare radici ottantiane, hanno una melodia accattivante che fa scivolare gli arrangiamenti come sul velluto. I passaggi arabeggianti sono fin troppo evidenti per i miei gusti, ma non onnipresenti, cosicché il gruppo suona a tratti come un buon gruppo di melodic-power, per la cronaca tunisino.

Quello che mi rode un po' è che tutta l'attenzione per l'oriental-metal, o l'arabic-metal sia stato catalizzata dai Myrath, come se fossero l'avanguardia di un nuovo verbo metal. Ascoltare i Myrath è come mettere all'orecchio una conchiglia marina in cui risuona tutta la tradizione del metal melodico europeo, dagli Scorpions ai Gamma Ray. In quest'ottica, la peculiarità arabica perde molto del suo senso ultimo, perché è soltanto un vezzo e non una componente espressiva. Inoltre, è una specie di percorso opposto a quello dell'ethnic-metal, che cerca di utilizzare il metal come modalità d'espressione rabbiosa ed epica di diverse radici linguistiche, musicali e sonore. Qui si finisce per produrre un metal che più classico non si può “placcato Tunisia”.

I Myrath già sono circondati da esempi commercialmente minori, come i Persona, dal frontman donna. Siamo quindi all'apice dell'emancipazione femminile, molto più di una band di tutte-donne, qui una donna che fa da frontman a dei nerboruti tunisini, vestita da gotica (di velo non se ne parla neanche)....no...fermate le rotative....infatti mi pareva strano....Trattasi di Jelena Dobric, serba trapiantata in Tunisia. Un penoso equivoco che però ribadisce la vocazione internazionalista della Tunisia.

Gruppi che suonano da headliner fuori dall'Africa, serbe che vengono in Tunisia per suonare metal, e infine, l'impensabile. Un gruppo di tunisini veri che gira anche l'Europa per narrare la mitologia vichinga ai nordeuropei. E qui possiamo fermarci a riflettere, perché qualcosa rischia di rovinare per sempre i meravigliosi germi del metal africano che abbiamo esaminato con fatica fino ad ora.
Detto tra noi, l'ultima cosa che vorremmo vedere è un'Africa che suona all'occidentale, o un occidente che incorpora il metal africano. Potete quindi assaporare le trine dei Myrath e la melodia dei Persona, ma poi, come facevano gli antichi romani, vomitate tutto e ricominciate da capo con i Nawather, melodia più originale.

Brood of Hatred, Vielikan e Vomit the hate sono vari esempi di gradazioni death, che ci aspettavamo. Ma anziché compiacerci di metal tecnico e ben suonato, vivace e anche sperimentale, vogliamo raspare nel torbido.

Sivad, autori di un rudimentale death satanico, che prima ci illudono di suonare in maniera scomposta e grezza. Presto però si tradiscono in passaggi più inquadrati e complessi. Laddove i Venom avrebbero buttato in terra gli strumenti e sarebbero andati a bere una birra, per intenderci. Alla fine, death neanche troppo minimale. Che ci conforta di rozzezza ma ci rassicura in determinazione, come essere in Germania.

In quanto a rozzezza, proviamo a incontrare miglior fortuna quindi con i Melmoth, indicati come “undeground black metal”. Intro con tamburello etnico....voce impostata sul timbro black ma trine orientali di chitarra (e di tastiera) che si insinuano saltellanti sotto sotto. Sicuramente una sorpresa, un ennesimo esempio di invenzione e anche di metamorfosi tra generi, visto che alla fine del brano siamo ormai dalle parti del death.

Troviamo finalmente quello che cercavamo, e sapevamo dovesse esserci da qualche parte, negli Ayyur. Si tratta di uno di quei gruppi che si distinguono in primis per i loro percorsi discografici, in questo caso a gambero: nel 2007 un EP tutto loro, poi due split con altri gruppi black, e infine nel 2009...un demo. Tra l'altro deve esistere un legame che ci sfugge tra Tunisia ed ex Yugoslavia, visto che oltre alla frontman serba dei Persona anche gli Ayyur intitolano "Buried in Srebrenica" uno dei loro inimitabili brani. Per intenderci sul grado di lo-fi, si tratta di gente che coverizza i Mutiilation francesi (il che implica aver ricavato prima una bozza di spartito dei Mutiilation, impresa decisamente nebulosa). Tra i brani più recenti, "Among the Ruins parte II e III": secondo il senso della cronologia degli Ayyur, probabilmente la parte I arriverà nella prossima produzione, se ancora esistono.

I Gore Bath cercano di fare casino in tutte le declinazioni stilistiche che lo consentono, dall'hardcore al grind. Potrebbero ricordare i Terrorizer per il rumorismo e l'inclinazione death. Il primo brano si conclude quando il vicino di casa stacca la corrente. Dopo ulteriori 20 minuti di divagazioni casiniste tutto sommato godibili, un inspiegabile break acustico, inconcludente come pochi, sembra chiudere l'album in maniera sognante e mesta. E invece no...seguono altri 30 secondi, con gli ultimi 5 dedicati ad uno spunto melodico, una ciliegina su una torta di cenere. Come dire: se vogliamo suoniamo come il miele, e quindi la nostra brutalità non è necessità, ma virtù. La cosa ricorda un po' il villaggio vacanze in cui soggiornai in Tunisia: bella spiaggia, continuamente percorsa da cammelli e cavalli berberi che cagavano sulla battigia, mantenendo unica e costante la composizione dell'acqua per la gioia dei bagnanti. Come dire: costruite pure tutti i villaggi di lusso che volete in riva al mare, tanto vi ci caghiamo davanti.

La Tunisia rappresenta il pontile verso l'Occidente, con tutti i suoi rischi e i suoi limiti. A noi piace la parte che resta dall'altra parte, che non vuole emigrare, che alimenta il calderone sorprendente del metal africano vero. Quello che dobbiamo andarci a prendere, come abbiamo fatto in questo lungo viaggio. Facendo il bagno dopo il passaggio dei cammelli.

A cura del Dottore