18 apr 2018

RETROSPETTIVA SUGLI ORPHANED LAND - (Parte II)




Riprendiamo la nostra Retrospettiva sugli Orphaned Land. Nella prima parte abbiamo affrontato i lavori degli anni ‘90 della band. Dopo la lunga interruzione a cavallo del millennio, i Nostri si ripresentano in forma smagliante e dopo essersi “rodati” con una serie di concerti, sono pronti per tornare in studio a dare un seguito al validissimo “El Norra Alila”. E quello che ne uscirà fuori, li consacrerà definitivamente nella Storia del Metal…

Passiamo al “piatto forte”, passiamo a…

3. “Mabool” (2004 – Century Media Rec.)

Mi ci vorrebbe un libro intero per sviscerare esaurientemente i contenuti di quest’opera. Sono in seria difficoltà. E allora parto nel modo più semplice: dalla melodia dell’opener “Birth of the three” che è già leggenda e ci introduce nel migliore dei modi nell’epico racconto del Diluvio. Ciò che risalta alle orecchie del neofita sono sicuramente le melodie e gli umori orientali, mai invadenti o ruffiani e sempre funzionali ad un contesto che rimane un prog-death melodico che rimanda ai capolavori di Opeth e progenie svedese. La canzone è un saliscendi emozionale di infinita bellezza, tra ritmi serrati, aperture melodiche ispiratissime, growl e clean vocals sapientemente alternate: in 7 minuti troviamo già un compendio molto significativo di cosa siano gli Orphaned Land 2.0

Il disco non ha un minimo di cedimenti in oltre 67’ di musica che definire magica è riduttivo. Continuando a descrivere il concept del disco (l’esilio dei Tre Angeli figli di Dio, condannati a combattersi tra loro sulla Terra per aver cercato di unire i loro tre poteri divisi dal Padre) l’album passa senza soluzione di continuità tra umori doom/death, parti marcatamente progressive, heavy metal classico e robusti inserti oriental-folk; sui quali Kobi Farhi spazia con diversi registri. Ma il tratto distintivo di questa sontuosa miscela è il fatto che ogni brano la ricrea. Non vi aspettate quindi una tracklist a compartimenti stagni, ma un continuo e naturale mix attraverso il quale le diverse anime della band si estrinsecano. Probabilmente ne è il miglior esempio la stupefacente “Halo dies” che presenta da un lato le sezioni più marcatamente death del disco e al contempo quelle più heavy classic, con un coro finale di Farhi capace di sciogliere anche un iceberg…

Fondamentale per ricreare spirito dei temi narrati e relativa ambientazione, la ventina circa di coristi arruolati all’uopo e il cui utilizzo risulta decisivo nel dare credibilità allo svolgimento consequenziale dei fatti narrati (vedasi l’incredibile “Building the Ark”). Ma tra tutti i guest musician svetta la straordinaria Shlomit Levi, affascinante singer con la quale i Nostri collaboreranno in maniera continuativa anche negli anni successivi. Alla sua ugola sono affidate le parti più sognanti dei brani, così come gli intermezzi più propriamente folkeggianti (come “A’salk”).

Tra rarefatti momenti ambient (“The calm before the flood”), sezioni sinfoniche e altre che trasudano epicità (la title track in tal senso è emblematica) ogni pezzo brilla di luce propria pur incastonandosi al contempo perfettamente nel quadro d’insieme. Con trasporto e completamente stregati, senza accorgerci del passare del tempo, arriviamo così alle conclusive “The storm still rages inside” (9’ e mezzo di montagne russe emozionali, una vera e propria apoteosi musicale) e la speranzosa strumentale “Rainbow (The resurrection)” che chiude come meglio non si potrebbe quello che, a tutti gli effetti e senza abusare del termine, possiamo definire un capolavoro.

Voto: 9,5

4. “The Never Ending Way Of ORwarriOR” (2010 – Century Media Rec.)

Creare un qualcosa che fosse anche solo lontanamente paragonabile e degno successore di “Mabool” necessitava del suo tempo. Ebbene, gli Orphaned Land riescono nell’impresa! I Nostri si prendono sei anni per pubblicare “The never ending way of ORwarriOR”. La Century Media, rendendosi conto di avere dei fuoriclasse nel suo rooster, non mette fretta e, anzi, dà carta bianca a Farhi&co. che decidono di avvalersi in fase di produzione delle sapienti mani di Steven Wilson. Il folletto inglese dà il suo contributo importante sia dietro al mixer che suonando direttamente le tastiere, e certe soluzioni opethiane (per quanto declinate sempre secondo la visione musicale degli OL), anche grazie al suo apporto, risaltano brillantemente (l’incredibile quarto d’ora di “The path - Part I & II” ne sono un esempio mirabile).

Anche in questo caso, sviscerare un disco del genere in poche righe è impresa titanica, tante e tali sono gli spunti, la ricchezza e le sfumature del sound. Provando a sintetizzare: molto del tutto lo ritroviamo nei primi 10’, dove l’accoppiata “Sappari” - “From broken vessels” (folk metal la prima e prog-death la seconda) è da urlo e pongono subito l’ascoltatore all’interno delle coordinate del mondo musicale della Terra Orfana. Sia nei canonici brani lunghi e articolati (sono ben sette i pezzi che superano i 7’), che in quelli sotto i 3’ che fungono da raccordo tra le diverse sezioni (“Bereft in the abyss”, “Olat Ha’tamid”, “His leaf shall not wither”, “Vayehi Or”) quello che salta subito alle orecchie è un’ispirazione nelle soluzioni melodiche, nonché nella struttura del songwriting, di livello massimo. Un livello che non scema per tutti i 78’ di durata del disco.  

Sul piano lirico, elemento sempre non trascurabile nella visione artistica dei Nostri, ancora una volta gli OL si affidano al formato-concept, guidandoci attraverso il viaggio dell’OrwarriOR (il “guerriero della luce”) e della sua strenua battaglia contro le tenebre spirituali. Battaglia che pare trovare una propria soluzione nella conclusiva, sensazionale, “In the never ending way” quando la saga del guerriero si conclude con queste lungimiranti parole: Go in peace, and find thy faith / evolve thy self and lose all hate / So a heaven you may create.

Pur cercando di essere il più critici e rompicoglioni possibili, niente…non possiamo che inchinarci di fronte a un altro capolavoro…

Voto: 9

5. “All Is One” (2013 – Century Media Rec.)

Rodati da un tour di grandissimo successo nel 2011, immortalato su cd e dvd (l’imperdibile “The road to OR-Shalem”) gli OL si ripresentano in studio, sempre sotto l’egida della Century Media, per provare il terzo “miracolo” consecutivo. Lo diciamo subito: impresa non riuscita…

Affidatisi alle sapienti mani di Jens Bogren (giovane produttore svedese che da 15 anni va per la maggiore in ambito metal) l’album parte col botto: la title track colpisce dritta nel segno, mettendo in evidenza un approccio più sinfonico e meno estremo rispetto al passato. Il brano è, per chi scrive, il migliore del lotto. L’ispirazione delle linee melodiche è massimale e la scelta di aprire e chiudere la song con dei cori lirici innalzano i livelli emozionali al top. L’ecumenico testo è al contempo toccante e mai banale, sincero nel ricordare la radice comune dell’Uomo, al di là delle appartenenze religiose.

Ma a noi interessa la musica: e l’impressione di questi primi, splendidi, 5’ non è altrettanto confermata dalle successive “The simple man” e “Brother” in cui il sound dei Nostri ci si rivela come più raffinato e meno aspro rispetto al passato, ma anche meno ispirato e con meno “mordente”. Rimangono accentuati gli elementi oriental-folk ma all’interno di un songwriting alleggerito, se vogliamo più “patinato”. A livello generale, il minutaggio dei brani si riduce drasticamente (54’ “appena” con solo la conclusiva “Children” che supera i 7’), pur rimanendo fondamentalmente progressivo. L’heavy classico, assieme all’elemento sinfonico-orchestrale, occupa uno spazio maggioritario, a scapito della matrice doom/death riscontrabile nei capitoli precedenti. A parti di livello “solamente buono”, atipico per gli standard del gruppo, si ergono per fortuna episodi splendidi; vogliamo citare a proposito “Fail”, un brano in cui copulano in modo equilibrato influenze di Opeth e Paradise Lost (sarà per il lavoro in cabina di regia di Bogren, collaboratore di entrambi i Mostri Sacri citati), struggente nel suo essere epicamente metal (vi ritroviamo la complessità, la varietà e il genio in fase di scrittura che la band non poteva aver perso nel giro di tre anni) e in cui Farhi, dopo una prima parte parlata, nella seconda si sblocca in un growl mai così caldo e profondo; e poi “Our own messiah”, brano intricatissimo (ancora ottimo Bogren dietro al mixer) dove risaltano le notevoli doti tecniche di ogni membro della band (menzione speciale per il tentacolare drummer Matan Shmuely, le cui doti si apprezzano ancora di più sul dvd live su menzionato). E infine la chiusura della therioniana “Children”, in cui torna predominante l’aspetto prog-sinfonico: un mid tempo ispirato e coinvolgente, degna chiusura di un buonissimo prodotto.

Tirando le conclusioni, forse un disco un po’ “prudente”, in certi frangenti col freno a mano tirato (vedasi il trittico centrale “Freedom”, “Shama’im” e “Ya benaye”, questi ultimi due scritti da altrettanti cantautori israeliani, Yehuda Poliker e Aharon Amram). Ma dove non si faticano a riscontrare perle di rara bellezza in un contesto musicale più snello, diretto (ma senza scadere nell’easy listening) e “semplice” del passato. Del resto apprezziamo la scelta della band, in un’evidente fase di transizione della propria carriera, di cercare qualcosa di nuovo, senza provare a replicare album irreplicabili

Voto: 7+

Ecco, ora siete pronti, e noi con voi, trepidanti di attesa e aspettative, per affrontare il nuovo nato in casa Orphaned Land…

A cura di Morningrise