8 set 2018

CIAO AMORE CIAO, CI VEDIAMO A BLASHYRKH - I MONDI PARALLELI DI TENCO E DEMONAZ



La cosa che più mi colpì della spiegazione che Demonaz dava del mondo di Blashyrkh era che si trattava di un luogo dell'anima. Si rifiutava di scendere in dettagli verbali, immaginifici, perché sarebbe stato pleonastico rispetto a ciò che già esisteva, cioè la sua descrizione sonora. Blashyrkh era il luogo descritto mediante quelle note, di cui si può anche ricavare qualcosa di iconico qua e là nei caotici testi degli Immortal, ma non un granché. 

Sostanzialmente, dopo aver passato in rassegna questi testi, il concetto è che fa un freddo boia e non si vede una sega dalla nebbia (poco male, perché tanto è buio pesto...). 

Ricordo per esempio che quando si studiava l'"Infinito" di Leopardi, nelle note dell'antologia era riportato che il famoso “ermo colle” di cui parla Leopardi non fosse altro che il monte Tabor, cioè un luogo vicino a casa sua che poteva corrispondere a quella descrizione. Ma quale caspita di descrizione? Avete mai visto un colle con una siepe in cima? E chi era il giardiniere poi? Si trattava invero di un luogo simbolico: un'altura, una barriera e qualcosa al di là che era infinito, non perché lo fosse, ma perché tale era nell'emozione di Leopardi. Probabilmente, se era qualcosa, era la siepe che separava la villa da quella del vicino, mentre l'altura era uno stato di elevazione del Leopardi stesso, che quindi immaginava specularmente una grandiosità al di là dei limiti che lo separavano dalla sua realizzazione come uomo. 

Demonaz, analogamente, quando parla di Blashyrkh non vi sta indicando un luogo, né è interessante sapere se si tratta di un luogo dalle fattezze “fiordiche” o nordiche in generale. Blashyrkh è un luogo di fuga, e in questo non è un luogo leopardiano. L'Infinito di Leopardi pare essere un luogo di riconciliazione, un “dolce naufragio” che fa trovare compiutezza, appagamento, unione con il mondo. C'è qualcosa di non-solitario nell'Infinito leopardiano. Blashyrkh è un luogo di fuga, simbolicamente incuneato in fondo a qualcosa, come se fosse sulla parete di un monte, in fondo ad una valle, insomma un luogo da cui (volendo) si può tornare indietro, ma oltre cui non c'è nulla. Un avamposto verso una vita impossibile, il più distante possibile dal dolore della vita vera. Un luogo in cui non si trova pace, ma non si è soli. I venti della tempesta riempiono l'anima e le porte della guerra si aprono a Blashyrkh, eppure tutto ciò è in qualche modo un balsamo spirituale. 

La cosa che più ricorda Blashyrkh è semmai il concetto di distopia cantato da Luigi Tenco nella canzone che coincise con il suo suicidio, ovvero “Ciao amore ciao”. Al Festival di Sanremo non si entrava senza schiaffare nella canzone parole di mascheramento tipo amore, sole, cuore, dopo di che se la giuria non era attenta magari si poteva anche far passare un brano più cupo e introspettivo, più pessimistico o provocatorio del solito. Così fu per "Ciao amore ciao", cantata in coppia da Tenco e Dalidà

Il brano raccontava di un uomo che lasciava il lavoro dei campi per andare in città, a far l'operaio probabilmente. Prima fregatura. Forse un lavoro più sicuro, sì, ma la città è alienante, le prospettive sono comunque quelle di metter due lire da parte non si sa per cosa e le relazioni umane non sono esaltanti. 

“E poi mille strade grigie come il fumo 
In un mondo di luci sentirsi nessuno” 

E allora l'operaio, ex contadino, ancora più amareggiato di prima, si sfoga nuovamente dicendo “ciao amore ciao”, ma stavolta non a chi lascia in paese, ma forse è un addio alla vita, o all'illusione che ci sia un modo felice di vivere. Alla Al Festival, Dalidà cerco di cantarla come Abbath: ovviamente il testo era quello, ma dette al brano un'enfasi più standard, epica e grintosa. Buon lavoro di mascheramento, ma niente di speciale. Tenco invece insisteva nel volerla interpretare come diceva lui: una litania gentile ma grave. E poi nel ritornello trasmettere un sapore agrodolce inconfondibile, sarcastico, senza un barlume di speranza. Chiaro che la giuria se ne accorse e prima la escluse, poi lasciò che perdesse anche in sede di ripescaggio. Lui si uccise lasciando un biglietto in cui si arrabbiava con la giuria. In realtà il problema era suo, ossia che nella città dei fiori portava un brano che anticipava di decenni il discorso di Demonaz. 

Cantare Blashyrkh a Sanremo è già un'impresa, non si poteva andare oltre. Sanremo era appunto quel “mondo di luci” da cui fuggire, per sentirsi qualcuno. E infatti a Blashyrkh le orde demoniache celebrate da Demonaz si radunano sulle alture aspettando il segno della battaglia al momento del “bestiale sorgere del sole”. Ed è lì, dai cancelli di Blashyrkh, che voltandosi indietro la vita brilla di nero, anziché essere in ombra dietro alle luci. 

Così come Tenco che, quando canta il suo brano con trasporto, non vede il pubblico, ma un grande macchia nera, mentre le luci dei riflettori fanno brillare il suo smoking

A cura del Dottore