23 ott 2018

DAL GROWL ALLA GIACCA E CRAVATTA: TOBY DRIVER, "THEY ARE THE SHIELD"


Oggi voglio raggiungere il record negativo di cliccate di questo blog: oggi vi voglio parlare di Toby Driver. Chi di voi sa dirmi chi è? 

Piano, fate piano, non azzuffatevi per rispondere, ve lo dico io, purché non vi facciate del male! Toby Driver è stato il leader dei Maudlin of the Well e dirige tuttora, fra mille altre cose, i Kayo Dot. Insomma, per chi conosce ed ama questi gruppi, Driver è un personaggio che ha saputo dir qualcosa di significativo in ambito post-metal, uno che dal berciare in growl si è ritrovato in giacca e cravatta, potremmo dire, considerata la copertina di questo suo ultimo album solista: “They are the Shield”. 

Sulla scia degli Opeth, i Maudlin of the Well avevano brillato sul terreno del death evoluto con audaci invasioni in campo progressive e post-rock. Parti ruvide venivano conservate nel loro sound, il quale però preferiva più che altro indugiare su dolci e colorati passaggi onirici: flauto, tromba clarinetto, archi, contrabbasso, xilofono, voci pulite, maschili e femminili, facevano parte del gioco e non ci vergogniamo ad affermare che “Bath” e “Leaving Your Body Map” (correva l’anno 2001) sono stati fra gli episodi più esaltanti di quella splendida stagione in cui il metal estremo amava togliersi le vesti rozze per farsi gentile. 

I Kayo Dot, che dei Maudlin of the Well costituirono la naturale prosecuzione, avevano già un sapore diverso, muovendosi lungo i confini del post-hardcore per poter deviare facilmente verso l’avanguardia tout-court, la musica da camera, il prog dissonante dei King Crimson, il noise-jazz di John Zorn, gli azzardi intimisti dei Radiohead degli anni zero. Si fece apprezzare l'esordio "Choir of the Eye" del 2003, che presentava tutto sommato ancora un suono possente e denotazioni degne delle migliori band post-metal/post-hardcore. In seguito, tuttavia, la furia destrutturante avrebbe prevalso ed album dopo album il metal sarebbe risultato sempre più piccolo nel riquadro dello specchietto retrovisore.

Come artista fuori dal metal Toby Driver non ha mai convinto fino in fondo: né i metallari, che presto lo avrebbero abbandonato, né i non-metallari, che in quell'usignolo stonato dalla mano pesante e con il pallino per le dissonanze non hanno mai visto un personaggio credibile. Stargli dietro, inoltre, non era facile, considerato che presto l’attività del polistrumentista/cantante si sarebbe diramata in una miriade di direzioni, fra progetti paralleli di diversa estrazione (Piggy Black Cross, Tartar Lamb 1 & 2) e collaborazioni di varia natura (Vaura, Stern, Bloodmist e molte altre ancora). 

Destino volle che il nostro cammino si incrociasse nuovamente con Driver al suo quarto album solista, lavoro che abbiamo accolto prima con diffidenza, poi con interesse crescente ed infine con esaltazione. Basta una parola per intenderci: Ulver. Ma non perché il Nostro somigli più di tanto ai Lupi Norvegesi, quanto per la capacità di sapersi muovere lungo le coordinate di quella ricerca d'autore, mischiata ad orecchiabilità, che è divenuta nel corso del tempo prerogativa di Krystoffer Rygg e compagni. 

La lunga introduzione di archi di “Anamnesis Park” (ma che bel titolo!) fanno venire in mente, non a caso, un lavoro come “Messe I.X-VI.X”, per poi tramutarsi, fra profondi accordi di tastiere e sferzate di fretless bass, in una sorta di drammatico lied à la Peter Gabriel solista. Di chitarre, amici miei, ve be saranno ben poche, ma le variazioni sul tema non mancheranno, rivelandosi l’ascolto vario e gli episodi (sei in tutto) nettamente distinguibili, pur rispecchiandosi a vicenda in un unico e coerente flusso lirico e sonoro. 

Ad un inizio per certi aspetti prevedibile, durante il quale si manifestano i timori per un lavoro pretenzioso e costruito con i luoghi comuni della musica colta, subentra finalmente il Toby Diver che vogliamo: il Toby Driver dispensatore di emozioni che in “Glyph” si avvicina quasi allo spleen giovanilistico di un Simon Le Bon nobilitato da ritmi jazzati. Umori prog e la malinconia irrisolta dei maestri Talk Talk si affacciano in “470 Nanometers”, dove gli onnipresenti archi vengono sostenuti da una robusta base ritmica (l'andamento ricorda quello di "Windowpane" degli Opeth - o sarebbe più opportuno tirare in ballo i Camel?). 

In “Scaffold of Digital Snow” si torna a piangere, forse perché, come era successo in “Glyph”, si manifesta nuovamente il fantasma dei mai dimenticati (almeno dal sottoscritto) Maudlin of the Well: paradossale che l’episodio “più Toby Diver di tutti” non sia nemmeno da lui cantato, bensì benedetto da una sognante voce femminile, evocatrice di quelle prelibatezze oniriche che abbondavano ai tempi di “Bath”/Leaving Your Body Map”. 

In “Smoked-Scented Mycellum” torna in mente Steven Wilson (quello dei Porcupine Tree soft di “Stupid Dream”), mentre in “The Knot”, intensa ballata di piano lacerata da un falsetto commovente, si ha la conferma che il nostro richiamo agli Ulver non sia stato poi così campato in aria. 

L’aver fatto più di un nome, lungo la descrizione dei nemmeno tre quarti d’ora di “They are the Shield”, è tuttavia fuorviante, in quanto Driver, forte della sua esperienza maturata nei campi più disparati, riesce a costruire qualcosa di sensato in cui non solo la sua personalità sopravvive, ma soprattutto vince la sua connaturata capacità di emozionare, che poi è la cosa più importante, a prescindere dal genere suonato…

Voto: 7,5/10

Canzone top: "The Knot"

Momento top: gli intrecci di voce, archi e fiati in "Scaffold of Digital Snow"

Momento flop: la lunga introduzione di archi di "Anamnesis Park"

Dati: anno 2018, 6 canzoni, 43 minuti

Etichetta: Blood Music