9 ott 2018

I MIGLIORI DIECI BRANI DEGLI IRON MAIDEN DAL 1990 AD OGGI - PARTE PRIMA: DA "NO PRAYER FOR THE DYING" A "VIRTUAL XI"


Esiste uno spartiacque ben preciso nella carriera degli Iron Maiden che, almeno da un punto di vista simbolico, divide gli anni in cui Steve Harris e soci hanno fatto la Storia dagli anni della decadenza e del manierismo. Si può affermare con serenità che con “Seventh Son of a Seventh Son” si conclude la fase storica, classica, seminale della band. Da “No Prayer for the Dying”, ottavo album in studio, qualcosa si ruppe nel processo creativo della Vergine e da quel momento, in un certo senso, la band iniziò a campare di rendita. 

Se ne era andato, in quel frangente, Adrian Smith, ma non pensiamo che la colpa sia tutta del sostituto Janick Gers. Accanirsi prima contro Gers e poi contro lo sfortunato Blaze Bayley diviene poco sensato nel momento in cui si ha presente che con il ritorno di Bruce Dickinson ed Adrian Smith, successivamente, non si è tornati ai livelli di qualità pre-crisi. Forse è stata solo una questione culturale, di gusti dei giovani che sono cambiati, di fatica nel seguire una band che, proprio perché iconica, ha dovuto mantenere una coerenza stilistica anche troppo ferrea. 

A dirla tutta, non siamo neppure convinti che vi sia una differenza così netta fra il prima e il dopo: non è infatti da considerare tutto oro ciò che è stato prodotto nei tanto blasonati anni ottanta, come del resto non è tutto da buttare quello che è uscito dopo. Vediamo, in dieci brani-simbolo, cosa di buono hanno combinato Steve Harris e soci dal 1990 ad oggi! 

“No Prayer for the Dying” (da “No Prayer for the Dying”, 1990) 
Con tutta la buona volontà, abbiamo veramente faticato a trovare qualcosa da salvare in questo album che sancì il cambio di staffetta fra l’amato Adrian Smith e il mai troppo apprezzato Jenick Gers. Quest’ultimo, che nello stesso anno aveva suonato la chitarra nel debutto solista di Dickinson, ha forse iniettato una dose ulteriore di hard-rock nel sound degli Iron, ma in realtà è più lecito pensare che quella sia stata la direzione artistica voluta dal padre-padrone Steve Harris, ossia dirigersi verso brani più diretti e dall’appeal maggiormente radiofonico. Dettagli stilistici a parte, “No Prayer for the Dying” è un album proprio bruttino, composto da tracce brevi e tutt’altro che memorabili. Ci sarebbe piaciuto indicare una “Mother Russia” che con i suoi cinque minuti e mezzo costituisce l’episodio più complesso ed affascinante del lotto, ma le manca un ritornello all’altezza delle gloriose suite del passato per renderla davvero degna di essere ricordata. Abbiamo dunque optato per i toni grevi e soffusi della title-track: una pseudo-ballad dagli umori dark con una prima parte soft, dominata da struggenti melodie di chitarra ed un Bruce meditabondo decisamente ispirato, ed una seconda invece più movimentata, scossa da assoli funambolici e conclusa dalla classica trottata nel finale. Insomma, tutto secondo copione, ma tanto ci basta, a questo giro, per smarcare uno dei momenti più deludenti della carriera della Vergine.

“Fear of the Dark” (da “Fear of the Dark”, 1992) 
Per "Fear of the Dark", l'album, la scelta è stata invece scontata, visto che le title-track entrerà di diritto nel novero dei classici immortali degli Iron, unico esempio riscontrato nel vasto repertorio post-Seventh Son. Inutile dilungarsi su questo brano-capolavoro che ogni metal-head conosce a memoria: incipit solenne, proverbiale giro di basso, prima porzione dimessa e poi il botto, l’esplosione del riff e quella cavalcata travolgente, con tanto di ritornello anthemico, che farà puntualmente agitare folle immense di fan nei concerti dei decenni a venire. Un colpo di coda (il brano era posto alla fine dell'album) che alza le quotazioni di un episodio discografico che, a guardare bene, non è tanto meglio del predecessore. Anche questa volta le maggiori colpe ricadono su quel flavour hard-rock e su quella scrittura sempliciotta che mai si sono sposate con il sound della Vergine e che sono sempre andate a svilire la caratteristica verve epica della band: verve che sopravvive, non a caso, nei pochi episodi da salvare come “Afraid to Shoot Strangers” e “Childhood’s End”. 

“Sign of the Cross” (da “The X Factor, 1995) 
Ci vogliono solo tre anni a Harris per completare il passaggio più traumatico della storia dell’Iron: la dipartita dello storico singer Dickinson e la sua sostituzione con Blaze Bayley, non un cattivo cantante, ma molto diverso nella timbrica e nello stile dal suo predecessore. Per questo motivo “The X Factor” fu all’epoca criticato aprioristicamente, più per l'effetto novità che altro. Riascoltato oggi con la dovuta calma, invece, non è da considerare affatto un brutto album (in ogni caso decisamente migliore delle prove appena precedenti): pervaso da umori cupi e illuminato da lampi progressivi, l'opera porta con sé un certo fascino e soluzioni inedite, andando così ad anticipare, nel bene o nel male, i tratti salienti del corso artistico che la Vergine avrebbe intrapreso nel nuovo millennio. Diversi sono i brani interessanti e di certo vanno citate le oscure “Fortunes of War”, “The Aftermath” e “Blood on the World’s Hands”, ma la nostra scelta ricade sulla superba “Sign of the Cross”, suite di undici minuti che apre con coraggio l’album. Ispirata liricamente a “Il nome della rosa” del nostro Umberto Eco, essa muove i primi passi fra inquietanti cori gregoriani, per poi dipanarsi attraverso tempi nervosi ed un ritornello che entra subito nella testa. Ma il meglio deve ancora giungere, con un suggestivo intermezzo ed un inquieto crescendo destinato a sfociare in una accelerazione da manuale. Scroscio di applausi, infine, per il reprise acustico del ritornello, ciliegina sulla torta per uno dei brani più coinvolgenti nella storia (tutta) dei Maiden. E non a caso “Sign of the Cross” sopravvivrà nelle scalette dei concerti a venire, impreziosita ulteriormente dalla impareggiabile interpretazione di Dickinson. 

“The Clansman” (da “Virtual XI”, 1998) 
Se a “The X Factor” potevamo scusare il fatto che la nuova formazione aveva bisogno di rodarsi intorno alla voce della new entry, per questo secondo (ed ultimo...) capitolo della saga Bayley non vi sono più attenuanti e purtroppo esso segnerà una ulteriore tacca verso il basso nel percorso dei Maiden, forse costituendo l'anello più debole di un’intera carriera. Blaze, in effetti, conferma la sua inadeguatezza (in particolare nel muoversi sulle note alte), ma qua sono le canzoni a non funzionare, a partire dal singolo apri-pista “The Angel and the Gambler”, insipido esperimento rock protratto inutilmente per quasi dieci minuti. Fra le “macerie” di quelli che furono gli Iron Maiden (perché l’obiettivo dell’album era proprio quello di guardare al passato e giocare sul sicuro), la scelta per noi si fa facile e va ovviamente a coincidere con “The Clansman”, anch’essa sopravvissuta sulle assi del palcoscenico. Altro brano lungo, altra perlustrazione storica (questa volta lo scenario sono le Highlands scozzesi), per ricordare a tutti i giovanissimi (che magari da poco avevano conosciuto la band) chi sono i veri Iron Maiden: nove minuti di scorribande epiche fra immaginifici giri di basso, continui scambi di favori fra le due asce e un ritornello semplice quanto efficace (quel freedoooom ripetuto allo sfinimento sembra in effetti fatto a posta per essere cantato dal pubblico durante i concerti). Seppur animato da uno sviluppo iper-prevedibile, “The Clansman” dimostra che gli Iron vincono quando decidono di essere gli Iron, epici e battaglieri: nessuno, del resto, a questo punto gli chiede altro. 

Vediamo dunque se la sperata rappacificazione con Dickinson, avvenuta l’anno successivo, e realizzatosi nel 2000 con “Brave New World”, saprà risollevare le sorti di una band che oramai era stata data, più o meno da tutti, per spacciata.