24 feb 2019

VIAGGIO NEL METAL ASIATICO: METAL E PETROLIO III - LA GIUNZIONE ASIATICO-MEDIORIENTALE DEL KUWAIT



Terzo e ultimo capitolo del metal petrolifero: Kuwait. Riallacciandoci al capitolo sull’Iraq, i due Stati litigarono per una diatriba simile a quella di Zio Paperone e Rockerduck in “L’isola tira-e-molla”: uno dei due scova un giacimento sottomarino e compra un terreno su un’isola per trivellare. Allora l’altro compra il pezzo di mare più qualche palmo di terra adiacente, e trivella anche lui. Paperone sposta l’isola iniettando sapone nel sottosuolo e tirando la base con una nave, e così fa in modo che le trivelle del rivale vadano a cadere nel suo terreno. L’altro fa la stessa cosa tirando nella direzione opposta, e così via, finché dai pozzi non uscirà che sapone in bolle.

Dopo l’invasione lampo del Kuwait e l’intervento internazionale, gli iraqeni si ritirarono con la ripicca pittoresca della “terra bruciata”, dando fuoco ai giacimenti kuwaitiani che abbandonavano.

A parte la storia e le analogie fumettistiche, il metal in Kuwait non ci sembra attinga allo stesso giacimento dell’Iraq. Metallicamente parlando, si può utilizzare questo confine per distinguere l’area araba-internazionale da quella mesopotamica.

Innanzitutto, smaltiamo il plancton metalcore che tanto poco ci ha entusiasmato anche in altri paesi. Black13Angelz potrebbero essere classificati come metalcore, vista l’unione di forme semplici con elementi estremi e furiosi. Almeno in un brano, “Addiction”, mi ricordano gli esperimenti di thrash a voce pulita di gruppi techno thrash come Toxik, o techno doom/death come Confessor. Ma è un caso, per lo più sono un valido gruppo metalcore. Potete ribadire con gli Eyeresist, e con i Positive Poison, ma è un accanimento contro se stessi che avrebbe poco senso.

I Voice of the Soul spiegano la storia del gruppo in un'intervista. Talmente avvincente che al secondo minuto sono passato a sentirne la musica. Un death tecnico un po’ “sul posto”, ovvero con quelle ritmiche tamburellanti che non danno l’idea di un movimento circolare, con il rischio di passare dall’ipnotico al monotono.

I Depth si spostano verso territori più interessanti, death melodico sicuramente debitore della tradizione ma convincente soprattutto per la corposità delle chitarre, che “cotonano” un po’ le ritmiche groovy con un buon effetto di scorrevolezza.

L’apice della complessità tecnica è raggiunto dalla coppia Benevolent - Divine Disorder. Trattasi di un massiccio progressive metal dalle sfaccettature più o meno melodiche, più o meno ruvide, anche per l’alternarsi di timbriche pulite e growl. In particolare, il contrappunto voce chiara/sporca nei Benevolent ha dei momenti di discreta efficacia.

I Divine Disorder hanno tutto: nome intrigante, titolo alla Dimmu Borgir ("Garden of Dystopia"), e una soluzione progressiva che spazia poi da un genere metal classico ad uno death, soprattutto per le timbriche vocali. Sicuramente un gruppo ambizioso sia nelle tematiche che nell’orchestrazione, ma che a mio avviso, come spesso accade in questo tipo di progetti, si sfilaccia sul piano dell’intensità emotiva, almeno per lo standard dei cuori metallici. Personalmente quindi ritengo i Benevolent più semplici e ficcanti. Per chi volesse atmosfere più eteree, c’è anche la versione atmosferica, fino all’impalpabilità, con i Bader Nana. Il respiro di questo metal è effettivamente ampio, ma dà un po’ l’angoscia di quei viaggi astrali tipo Starblazers o Capitan Harlock, in cui viaggi, viaggi, ma sai che non potrai mai far ritorno al tuo pianeta.

Ma la vera sorpresa del Kuwait a mio avviso sono i rocciosi e normali Earsplit. Power-epic di vecchia fattura, inspiegabilmente nato in terra mediorientale, ma fedele allo stile ruvido e muscolare del metal delle origini, assolutamente in direzione contraria rispetto alla polifonia progressive dei due gruppi precedenti. Su titoli come “Biohazardous disease” e “Dungeons and dragons” è facile cadere nel ridicolo o nel soporifero, ed è questa la sfida di un vero gruppo power/classic: quello di saper gestire ancora, nel 2019, temi per niente nuovi e stuzzicanti, cliché che non farebbero presa neanche su un dodicenne ai suoi primi dischi. Eppure, la maestria artigiana della vecchia scuola permette di emozionare con titoli del genere, così come i Judas Priest sono riusciti a farlo con "Firepower".

In definitiva, la giunzione mediorientale del metal, che passa dal confine della guerra Iraq-Kuwait, è lo spartiacque tra un metal più crudo e misterioso, ed un altro più ibrido, che sia metalcore o progressive death, di respiro internazionale, apolide se si vuole. 

Due mondi diversi, separati da una linea di pozzi di petrolio dati alle fiamme. Di là, si sprofonda nel passato. Di qua, si fluttua in un presente indefinito.

A cura del Dottore