I Lorna Shore sono l’esempio quasi didattico di cosa succede quando una band impara troppo bene il linguaggio dell’estremo e lo usa come una lingua morta: corretta, riconoscibile, ma incapace di produrre pensiero. Non vedo evoluzione vera, solo sbornia da intelligenza artificiale. È un problema mio lo riconosco visto il successo e alcuni meriti della band, ma fatico a digerirli.
Ogni disco aggiunge strati con
poche idee e il risultato è un deathcore che funziona come un gesto automatico
o un tic ripetuto.
Per la mia visione parziale non
serve una discografia completa, mi bastano tre brani, in tre momenti diversi,
come tre capitoli dello stesso errore.
E bastano tre canzoni per seguirne la traiettoria forse con superficialità, anzi certamente con giudizi affrettati, ma vorrei fissare il momento per essere smentito dai fatti in un futuro prossimo.
La prima canzone che vorrei
affrontare è "Immortal", la title-track del terzo album che esce
nel gennaio 2020, al principio della pandemia. È un brano che si comporta come
un trattato ben impaginato: introduzione solenne, sviluppo, conclusione
prevista. Ogni passaggio sembra deciso prima di essere scritto, come se la band
stesse compilando un modulo. Il riffing non apre possibilità, le chiude. La
batteria non guida, conferma. L’effetto è simile a leggere un romanzo storico
che rispetta tutte le fonti ma non prende posizione su nulla. Viene in mente il
Manzoni peggiore, quello scolastico, ridotto a schema morale.
"Immortal" non sbaglia mai, e non rischia mai (neanche nel titolo). È
deathcore come atto amministrativo: corretto, ripetibile, archiviabile.
"To the Hellfire”, poi, dall'EP "...And I Return to Nothingness" (primo parto discografico con Will Ramos dietro al microfono), è diventata virale non perché sia una
grande canzone ma perché è un evento: un video, un circo da shock costruito
intorno alla performance vocale di Will Ramos. Ed è proprio qui che nasce il
problema principale: la canzone esiste solo come dimostrazione atletica, non
come composizione.
Dal punto di vista strutturale, il brano è sorprendentemente povero. Riff intercambiabili, progressioni già sentite mille volte nel deathcore moderno, breakdown prevedibili piazzati come checkpoint obbligatori. Non c’è sviluppo tematico, non c’è tensione narrativa: si procede per accumulo di pesantezza, senza mai costruire davvero qualcosa che valga la pena distruggere. La produzione ultra-compressa, inoltre, appiattisce tutto. Ogni strumento è enorme, quindi nulla risulta davvero incisivo. La batteria sembra programmata più che suonata, le chitarre sono una muraglia indistinta di palm mute standardizzati, il basso è praticamente ornamentale. È il classico sound “cinematografico” del deathcore contemporaneo: imponente, sì, ma sterile.
E poi arriviamo al vero protagonista: le vocals. Will Ramos
è tecnicamente impressionante, su questo non si discute. I tunnel throat, i pig
squeal, i growl abissali dell’outro sono una prodezza fisica notevole. Ma il
problema è che la tecnica diventa il fine, non il mezzo. L’outro non è
catartico, è esibizionistico. Non serve la canzone: serve il clip da 30 secondi
da condividere su TikTok e YouTube.
Arriviamo a "Pain Remains I: Dancing Like Flames" e sorvolo sulla scontata gestione del titolo (evidentemente indicata dal loro algoritmo) che dovrebbe aprire un arco narrativo ampio e invece l'errore si ripete. Qui i Lorna Shore provano a scrivere un capitolo invece di una scena, ma confondono la durata con la profondità. L’emozione è dichiarata fin dall’inizio, senza passaggi intermedi. Non viene messa in dubbio, non si trasforma, non si incrina. È una sofferenza lineare, sempre uguale a se stessa. Il riferimento letterario più onesto sarebbe Dostoevskij non nella sua complessità, ma una sua riduzione tematica: il dolore come valore privo di contraddizioni. Un po’ come leggere "Memorie dal sottosuolo" eliminando l’ironia, l’ambiguità e l’auto-sabotaggio. Resta il tono, ma non il pensiero.
Queste tre canzoni non rappresentano deviazioni, ma chiarimenti. "Immortal" mostra il difetto strutturale, "To the Hellfire" quello spettacolare, "Pain Remains I" quello emotivo. Dopo, la band non evolve: ribadisce.
Il problema dei Lorna Shore non è
l’eccesso, ma la prevedibilità dell’eccesso. Quando l’estremo diventa una
procedura, smette di interrogare e inizia a decorare.
E il metal, quando si limita a questo, somiglia più a una bibliografia ben compilata che a un libro necessario.
