1 gen 2016

LEMMY: BORN TO LOSE, LIVE TO WIN, DIE TO BE IMMORTAL!




Ancora due parole su mister Ian Fraser Kilmister.

Il 29 dicembre 2015 è stato un giorno di lutto mondiale. Perché allora aprire il nuovo anno evocando un triste evento? Perché il decesso di Lemmy, almeno dal punto di vista del diretto interessato, non deve essere necessariamente visto come un triste evento: lui stesso lo gridava in “Ace of Spades”: “I don’t wanna live forever”! Scherzo del destino: Lemmy diverrà immortale!

Quanto a me, rimango fatalista sui temi della vita e della morte. Personalmente parlando, ci farei la firma a vivere e a morire come è vissuto e morto il grande leader dei Motorhead. Settant'anni e qualche giorno vissuti intensamente, giorno per giorno, tutti al massimo, fino al quart’ultimo. Con tre giorni di “passione” in fondo, che ci potevano e dovevano stare: un miserrimo conto da pagare che vale sicuramente il prezzo di un’inutile vecchiaia fatta di terapie e limitazioni, che sicuramente il Nostro non avrebbe gradito.

Mi hanno colpito le parole di Todd Singerman, manager della band:

“Sono stato con lui 25 anni ed era mezzo gallone di Jack Daniel’s ogni giorno, due o tre pacchetti di sigarette e altre cose che gli piacevano, ogni giorno. Recentemente aveva cambiato con la vodka e arancia, perché sembrava più sano.
Ricordo sempre una grande citazione: Lemmy dei Motorhead fa sembrare Keith Richards dei Rolling Stones una Golden Girl.
Questo ragazzo ha vissuto ogni giorno, senza fermarsi mai.
Era l'ultima vera rock star rimasta.”

Ecco il punto: Lemmy non è stato un Mick Jagger, un Keith Richards, pensionati d’oro (Jagger persino fatto Baronetto dalla Regina d’Inghilterra!), gente che oramai (e comprensibilmente!) fa un tour ogni cinque anni, pubblica un album ogni dieci. Fino all'ultimo Lemmy è stato sul palco, decine di date a botta, in occasione di festival in stadi gremiti come in piccoli locali con qualche centinaia di persone. Ha rilasciato dischi a scadenza biennale, ha vissuto una “normalità” fatta di eccessi. E' questa la sua straordinarietà, e non è un caso che ad un certo punto sia iniziata a correre la voce sulla possibilità di analizzare il suo fisico per carpire i segreti dell'”immortalità”. Pare uno scherzo del destino che il cancro abbia attaccato proprio il cervello: la parte del suo corpo che probabilmente Lemmy ha utilizzato di meno e che forse aveva già compromesso ai tempi degli Hawkwind.

Viene in ogni caso da ridere al pensiero di certi rocker di provincia, gente che ho conosciuto e che conosco tutt’ora, personaggi che a quarant’anni vanno a giro conciati come sedicenni, chi con la bandana, chi con il capello lungo e la pelata dietro. E che però hanno le intolleranze alimentari, il dolore alla cervicale, addirittura mi capitò di vederne uno che una sera si astenne dal bere perché aveva preso gli antibiotici.

Lemmy saliva sul palco con la naturalezza con cui io potrei la mattina sedermi alla scrivania ed accendere il mio PC. Fra una canzone e l’altra beveva Jack Daniel’s per schiarirsi la voce, altro che antibiotici ed intolleranze alimentari! Mi ricordo di quella volta (Gods 2004?) che senza troppi preamboli (ma quando mai ci sono stati?) entrò silenziosamente in scena con il suo basso al collo, si avvicinò all’asta, aggiustò il microfono e come da copione (ma è sempre una magia!) disse: “We’re Motorhead and we’re gonna kick your ass”. E partì per l’appunto l’incipit di basso dell’eccellente “We are Motorhead”, brano superlativo (forse l’ultimo della carriera?) di un album non indispensabile. 

Sull'artista è un altro paio di maniche. Conosco gente che ha adorato Lemmy a tal punto di assomigliarli, basette e baffi inclusi. Ma di un’adorazione dimessa, non fanatica, che rispecchiava l’atteggiamento sornione del Nostro. Quanto a me, non mi posso certo ritenere un fan sfegatato dei Motorhead: raramente arrivo alla fine di un loro album e se mi va di ascoltarli, magari mi metto un “No Sleep ‘til Hammersmith”, faccio prima. Posseggo tuttavia una decina di loro album e li ho visti dal vivo svariate volte, non potendo fare a meno di spellarmi le mani dagli applausi ogni singola fottuta volta. Rimango legato agli album della mia generazione, “1916”, “Bastards”, non necessariamente i migliori. Ma quando una band lascia dietro di sé un solco di quarant’anni nella storia della musica ed incrocia il passaggio di diverse generazioni, ogni fan è legittimato a rivendicare il suo pezzetto della faccenda.  Per questo io, tre giorni fa, come tanti altri, ho tributato i Motorhead, ma a modo mio, sparando nell’aria quella “Born to Raise Hell” (mi sembrava appropriata alla circostanza!) che forse è il pezzo più commerciale rilasciato dalla band nella sua lunga carriera.

A: Who’d win in a wrestling match, Lemmy or God?
B: Lemmy
B:…God?
C: Wrong dickhead, trick question. Lemmy IS God!

Vi ricordate il siparietto? Era un estratto dal film “Airheads – Una band da lanciare”(trascurabile commedia a sfondo rock) che era collocato proprio alla fine del videoclip di “Born to Raise Hell”, versione con Ice T. Ice T? Un rapper alla corte del “Bombardiere”?!?  Non ci sconvolgiamo, non è esistito nel metal, forse nel rock, un fenomeno più trasversale dei Motorhead, capaci di mettere d'accordo il fan più intransigente del death metal e il rocker più scanzonato. E se vi capita di passare per Londra, non vi stupite se vi imbatterete in orde di punk, con tanto di anfibi, creste verdi e maglietta con la ghigna dello “Snaggletooth”, il cagnaccio cinghialoide che era la mascotte della band.

Musica dura, viva, energia fumante, roba per tutti i palati. E' incommensurabile il contributo che questa band ha dato al mondo della musica ed in particolare, visto che di metal si parla, alla sfera dell’Estremo. Il growl viene dalla raucedine di Lemmy, la rivoluzione thrash parte da quelle ritmiche serrate, dalle bordate sonore che hanno saputo dispensare i Motorhead in anni in cui l'heavy metal, così come lo conosciamo oggi, non esisteva neppure.

Di tutta questa importanza Lemmy non se ne sembrava curare. Ricordo ancora, in una sua intervista, una serie di battute sprezzanti rivolte un po’ a tutto l’universo metal (e mi raccomando non vi azzardate a dire a Lemmy che i Motorhead suonano metal!): Cronos, quel cretino che mi ha copiato e suona il basso in maniera incomprensibile? Glenn Benton, quello scemo con la croce tatuata in fronte? I Sepultura di “Orgasmatron”, quelli che non hanno capito un cazzo di come doveva suonare la mia canzone? Ha vissuto “fregandosene” Lemmy, figuriamoci se la morte lo ha scalfito.

Semmai la tristezza è tutta nostra, di chi rimane, come in ogni lutto. La notizia, personalmente, mi ha colpito profondamente: Lemmy c’è sempre stato, ora che non c’è più la cosa mi sembra perlomeno strana. La sua presenza, spesso data per scontata, mi si è palesata in tutta la sua forza proprio nel momento in cui egli è venuto a mancare. Ricordo la morte di Freddy Mercury, passai la notte a guardare videoclip dei Queen sull’emittente musicale dell’epoca (Videomusic?): non vi sarebbero più stati nuovi video della Regina. Ricordo la notizia relativa suicidio di Kurt Cobain, anch’essa mi turbò, ma in qualche modo mi trovai emotivamente e psicologicamente preparato all’evento: la sua disgregazione era già iniziata da tempo. Ricordo infine la prematura scomparsa del grande Chuck Schuldiner, l’addio più doloroso, egoisticamente parlando, pensando a quello che il leader dei Death avrebbe ancora potuto produrre nella sua feconda vita artistica.

Lemmy da anni non aveva più niente di nuovo da dire, ma francamente non c’è più niente da dire. Per i Motorhead valeva la regola d’oro degli AC/DC, autori sempiterni della loro splendida “Canzone”: comunque andrà sarà un successo! Se non mi preoccupa oltremodo l’idea che non vi saranno più album dei Motorhead, mi conforta il fatto che ve ne siano fin troppi a giro: Lemmy non è stato avaro e ci lascia con un patrimonio imponente che rimane in eterno a nostro beneficio.

Se la sfida era “nati perdenti, vincere vivendo”, tenendo conto che già in vita costui aveva guadagnato lo status della Leggenda, e che con la morte ha conquistato definitivamente l’immoralità, possiamo lecitamente pensare che Lemmy se ne sia andato soddisfatto. Che ci sia d’insegnamento: vivere ogni singolo fottuto giorno della nostra vita.

Buon 2016 a tutti!