23 feb 2016

DIECI CANZONI (PIU' UNA) PER CAPIRE DANZIG (parte seconda)




Dieci brani, se non i migliori, i più significativi: quelli che secondo noi raccontano l’epopea solista del grande ex frontman dei Misfits nelle sue varie sfaccettature. Dal blues del Mississipi, al metal plumbeo dei Black Sabbath, passando dal rock’n’roll di Elvis e a quello granitico dei Led Zeppelin e degli AC/DC, il tutto spruzzato da suggestioni morrisoniane ed atmosfere dark: un bel “pasticcio” l’affair Danzig! Andiamolo dunque a riscoprire insieme nella nostra classifica-lampo!

10) “Twist of Cain” (Danzig, 1988)
Danzig, si sa, è stato indicato più volte dai Metallica come una delle loro più importanti fonti di ispirazione. Non solo grazie al materiale prodotto insieme ai Misfits (in “Garage Days” vengono coverizzati ben due loro brani, “Last Caress” e "Green Hell”), ma anche al repertorio rilasciato da solista. E non è un caso che, in una delle storiche foto scattate ai Four Horsemen, Jason Newsted indossasse proprio una T-shirt che riproduceva la scarna copertina (teschiaccio bianco di bufalo su sfondo nero) del debutto targato Danzig. Perché parlarvi di tutto questo? Perché a guardar bene, il “Black Album” sembra tributare in più di una circostanza le atmosfere cupe di quel monolite di metal/blues degli Inferi che fu in grado di architettare Danzig nella sua opera prima. E l'opener, la qui presente “Twist of Cain”, con un po’ di immaginazione può ricordare le movenze della celeberrima “Enter Sandman”, la quale (tre anni dopo) ovviamente suonerà più tonica e potente. “Twist of Cain”, piuttosto, procede spossata, fiacca, come se i Danzig fossero una specie di AC/DC senza arti né spina dorsale: passo cadenzato, riff sabbathiano e strilla ossianiche, per un hard-rock fascinoso e dal retrogusto biblico che non sa rinunciare ad un ritornello anthemico che porta con sé ancora gli strascichi del punk sguaiato dei Misfits. Il finale con tanto di campanacci che suonano a morto sembra invece preso pari pari da “For Whom the Bell Tolls”, in un simbolico scambio di favori con i Four Horsemen!

9) “How the Gods Kill” ("Danzig III: How the Gods Kill”, 1992)
Rispetto ai trascorsi goliardici nei Misfits, una delle novità più gustose della carriera solista di Danzig è la presenza nei suoi album di grandi momenti di introspezione. "How the Gods Kill" è una semi-ballad visionaria che citiamo per sottolineare il lato più dark ed atmosferico del suo canzoniere. Il brano si fregia di un bellissimo arpeggio, sul quale l'ugola vellutata del Nostro tesse un affascinante crooning da fine del mondo. Da sottolineare il fatto che, a differenza di altre imperdibili ballate come "Blood and Tears", "Sistinas", "Cantspeak" o "Let Be Catpured", questa mini-suite di quasi sei minuti riluce di un insolito spirito progressivo che si inasprisce nelle sconquassanti esplosioni di chitarra del ritornello: ritornello che verrà puntualmente ammorbato dalle urla strazianti di un Danzig-angelo caduto al top delle sue capacità espressive. Standing ovation

8) "Until You Call on the Dark" ("Danzig 4", 1994)
Se si è detto (si dice e si dirà sempre!) che il sound dei primi Danzig può essere definito come un brillante incrocio fra The Doors e Black Sabbath, di certo ascoltare "Until You Call on the Dark" è un buon modo per capirlo. Il singolo di lancio del quarto album della carriera solista del Nostro si ammanta di deflagrazioni soniche ed inediti suoni sporchi presi in prestito dal mondo del rock e del metal alternativo, in forte voga all'epoca. Ma contrariamente a quello che accadrà successivamente, la poetica  della band rimane integra, guadagnando punti in freschezza laddove con il terzo capitolo discografico un certo tipo di sound poteva essere divenuto una ingessatura per l'istrionico cantante. E così il brano in questione è una lenta e suadente marcia apocalittica, dove un ossessivo riff sabbathiano si fa largo fra la polvere del deserto per fare da palcoscenico al visionario crooning del corpulento singer, per l'occasione armato di voce effettata. Da ascoltare rigorosamente visionando il videoclip del brano, ricettacolo dell'immaginario del Danzig-pensiero calato in scenari degni della saga fantascientifica di Mad Max. 

7) “Snakes of Christ” (“Danzig II: Lucifuge”, 1992)
Si torna a rockeggiare con i Serpenti di Cristo e lo si fa alla grande con una delle miglior incarnazioni hard-rock del repertorio solista di Danzig. Una sezione ritmica in palla e uno dei riff più riusciti di Christ sono il teatro ideale per la solita calata negli Inferi condotta dal nostro Cantore delle Tenebre. Jimi Hendrix, Black Sabbath, Led Zeppelin ed AC/DC si incrociano virtuosamente in un baccanale dove tutto è al posto giusto. E nel quale, soprattutto, emerge imponente uno dei ritornelli più riusciti della carriera del Nostro, fra cori demoniaci e strilla strappa-tonsille. Non altro da aggiungere per descrivere un brano che si posizionerà sistematicamente nelle parti "alte" delle scalette dei brani riproposti dal vivo! 
 
6) “Am I Demon” (“Danzig”, 1988)
L’iperclassicoAm I Demon” mostra il lato più feroce della band, sebbene la sezione ritmica risulti un po' spompata e il suono della chitarra poco potente. Ma è anche questo il bello del rock sconsolato e maledetto di Danzig, che punta a sonorità scarne, ma che entrano subito in testa. I Black Sabbath sono ancora il punto di riferimento principe, ma questa volta sono le galoppate della chitarra di Tony Iommi in stile “Children of the Grave” a costituire l’ossatura di un brano dal grande groove e dal ritornello ancora una volta anthemico: ennesimo centro del Danzig edificatore di oscuri rituali rock. Inutile dire che anche da qui attingeranno a piene mani i Metallica.

5) “Long Way Back from Hell” (“Danzig II: Lucifuge”, 1990)
Lucifuge” è il capolavoro formale della band, dove le incertezze del debutto vengono superate grazie ad un sound maestoso e gradevolmente reazionario, a metà strada fra Led Zeppelin e The Doors, peraltro sfacciatamente richiamati dalla copertina che ritrae i componenti del gruppo. In quell’album la band decide di esplorare in lungo e il largo il vasto mondo del rock e del metal (approdando al blues tout court di “I’m the One” e della formidabile “777”, zeppeliniana fino al midollo!). Che l’opera in questione possieda una marcia in più, lo si capisce fin dalle prime note della terremotante opener, che abbiamo appunto scelto per aprire la nostra top-five. Fra i più coinvolgenti brani di Danzig, “Long Way Back from Hell” è adrenalina allo stato puro, coinvolgente quanto una “Break on Through (To the Other Side)”, elevata però all’ennesima potenza. La sezione ritmica è travolgente, il riff portante ispirato, il canto inimitabile Danzig fa il resto.

4) “Going Down to Die” (“Danzig 4”, 1994)
Brano struggente che affonda le radici nel blues più nero, “Going Down to Die” è un inspirato ballatone elettrico che saprà regalare più di un brivido lungo la schiena dell’ascoltatore: al centro di tutto, un’interpretazione ricca di pathos da parte del solito immenso Danzig, sospeso fra soffusi vocalizzi e i soliti ritornelli urlati. Ma nella loro semplicità, anche i suoi colleghi si rivelano ancora una volta i comprimari perfetti per il carismatico singer, coadiuvato da un drumming dolente ed epiche bordate di chitarra.

3) “Dirty Black Summer” (“Danzig III: How the Gods Kill”, 1992)
How the Gods Kill” (ottima la copertina a firma H.R. Giger) è sicuramente il meno ispirato dei primi tre capitoli della saga Danzig, rivelandosi, dopo due buone prove, un po’ stanco e di maniera nel portare avanti un discorso che era stato abbondantemente affrontato in precedenza. Tuttavia quest’album è ancora in grado di consegnarci un pezzo da urlo, non a caso scelto come singolo per il lancio dell’album, con tanto di videoclip passato in rigorosa “nightly rotation” dalle emittenti musicali dell’epoca. Contraddistinto da un riff di chitarra che si stampa subito nel cervello (forse il migliore dell’intera produzione discografica), “Dirty Black Summer” è una traversata coraggiosa fra deserti pietrosi e falò appiccati nella notte. Un luogo fantastico dove però, questa volta, torna davvero tutto: riff portante, ritmiche minacciose, strofa, pre-chorus, ritornello e persino l’assolo (decisamente pregevole, cosa da non dare per scontata, visto che John Christ non è da considerarsi proprio un virtuoso). Da ascoltare e riascoltare, perché se Danzig ha un pregio, è quello che quando azzecca la canzone, essa non annoia mai. Ma proprio mai.   

2) “Devil’s Plaything” (“Danzig II: Lucifuge”, 1990)
Il Gocattolo del Diavolo mostra il lato più oscuro di Danzig ed è sicuramente uno dei brani più accattivanti del suo repertorio. Esso parte a mo’ di evocativa ballad, in cui il canto vellutato di Danzig (che in questo caso ricorda molto i vagiti di Ian Iastbury dei Cult) si sposa alla perfezione con l’arpeggio ipnotico della chitarra pulita. “Devil’s Plaything” si tramuterà presto in un robusto hard-rock di marca AC/DC fatto di riff secchi e decisi, ammorbati as usual dall’ugola nera come la pece del Nostro. Il ritornello è come al solito possente e virile, elemento che è solo una faccia della medaglia dell’anima bidimensionale di Danzig: l’altra parte, il volto più emaciato e intriso di dannazione del cantante, è invece rappresentato delle urla squarcianti che vanno ad affettare con violenza i caciaroni cori da stadio (con spalti pieni di demoni!) che si erano manifestati nell’intermezzo e che ci accompagneranno nel sublime finale. 

1) “Mother” (“Danzig”, 1988)
E al primo posto della nostra classifica, vincitrice della palma del miglior pezzo, non potevamo non trovare “Mother”, classico dei classici. Brano obbligatoriamente posto in chiusura in tutte le set-list dei concerti del Nostro, “Mother” è di una semplicità disarmante, ma rapisce subito, senza annoiare nemmeno al milionesimo ascolto. Un riff ripetuto con caparbia ostinazione, un crescendo di intensità fino all’impedibile ritornello: un hard-rock d’autore in cui si erge a protagonista, con le sue modulazioni, con le sue sfumature, l’ugola dannata di Danzig, temibile cattivo maestro, nonché inimitabile bellimbusto del rock!

Mother
Tell your children not to walk my way
Tell your children not to hear my words
What they mean
What they say
Mother...

Mother
Can you keep them in the dark for life
Can you hide them from the waiting world
Oh mother

Father
Gonna take your daughter out tonight
Gonna show her my world
Oh father
 
Not about to see you light
But if you want to find hell with me
I can show you what it’s like
Till you’re bleeding

Not about to see you light
And if you want to find hell with me
I can show you what it’s like


(vedi prima parte)