24 feb 2016

RECENSIONE SANCTUARY: "THE YEAR THE SUN DIED"


Quando sono venuto in possesso di questo disco non ci volevo credere: dopo 25 anni un nuovo disco dei Sanctuary?? 25 anni!! Un ellisse temporale enorme!

Ma la sorpresa più grande è stata leggere le notizie su cosa aveva provocato la reunion della fenomenale band di Seattle,  avvenuta nel 2010. Con un parallelismo forse un po’ azzardato, siamo di fronte a un caso di “complesso edipicoal contrario: se possiamo dire senza troppe forzature che i Sanctuary  sono stati i padri e i Nevermore i loro figli, ebbene, il padre, per tornare a vivere, ha ridotto in fin di vita (ancora non usiamo il termine “ucciso”) il figlio.

Si, perché nei Sanctuary sono tornati praticamente tutti: ovviamente il buon Warrell Dane, ma anche la “sua ombra” Jim Sheppard al basso. E poi il funambolico Lenny Rutledge alla chitarra e il tentacolare Dave Budbill alla batteria. Manca solo Blosl alla seconda chitarra, sostituito da Brad Hull.

A cura di Morningrise

Ma dal lato Nevermore cos’è successo? Che Jeff Loomis e Van Williams, dopo appena un anno dalla reunion dei Sanctuary, se ne sono andati. Nel loro comunicato ufficiale si fa riferimento a non meglio precisati contrasti interni e la necessità di seguire ognuno il proprio percorso artistico (viva la fantasia!). Frasi di circostanza, ma lo split di una delle più importanti band del firmamento metal sarebbe mai avvenuto senza la suddetta reunion? Tanti dubbi ci assalgono in merito…

Come dicevo i Nevermore non si sono sciolti ufficialmente: Dane e Sheppard ancora ne fanno parte. Per ora da soli. E non pubblicano nulla con quel monicker dal 2010 (toh, che caso!), quando uscì il discreto “The Obsidian Conspiracy”. Del resto, che i Nevermore fossero da tempo in grande difficoltà era palese: dal capolavoro assoluto “Dead Heart in a Dead World” (2000) in poi, per tutta la prima decade del nuovo millennio, sforneranno discreti o anche buonissimi platter (come ad esempio “This Godless Endeavour”), senza però raggiungere mai più le vette di DHIADW (per approfondimenti in merito leggi le ottime recensioni del nostro Lost In Moments qui e qui).

I principali difetti dei tre dischi del decennio passato furono, a mio modo di vedere, una certa prevedibilità, l’accontentarsi di fare il compitino, riproponendo schemi strutturali già (ab)usati, autoreferenziali, senza riuscire a dare un colpo di reni, una dimostrazione di creatività e classe che, al contrario, aveva caratterizzato la loro discografia dal 1995 (anno della pubblicazione del loro omonimo, bellissimo debut album) al 2000. Tutte opere, in quei sei anni, di inestimabile valore artistico.

Ad ogni modo, torniamo al focus del post: mi approccio con trepidante interesse a questa release, visto che, come abbiamo già visto su MM, i Sanctuary li abbiamo osannati nell’ambito della nostra Rassegna sulle migliori cult band anni ottanta.

Li avevamo lasciati nel 1989 con la pubblicazione del fenomenale “Into The Mirror Black” dove i Nostri avevano intrapreso, rispetto al folgorante debut “Refuge Denied” di due anni prima, una strada ancora più ambiziosa, conferendo al loro particolare sound (un mix di technical thrash e oscuro heavy di stampo classico) una maggiore complessità e teatralità epica. Un approccio che aveva dato luogo a canzoni da infarto: dall’opener “Future Tense”, all’articolata “Eden Lies Obscured”; dalla commovente “The Mirror Black” al solenne finale di “Communion”. E si potrebbe continuare. Un disco che, personalmente, trovai giusto un po’ meno “fresco” e di impatto del suo predecessore (a volte è troppo “cervellotico”) ma che aveva innegabilmente una personalità enorme e un songwriting di caratura nettamente superiore alla media.

Ecco: come prima cosa non aspettatevi un’evoluzione del tutto coerente con ITMB: sono passati 25 anni, il sound, oltre a “beneficiare” (?) dei progressi nell’ingegneria dei suoni, che sanno fottutamente di “terzo millennio”, non poteva risentire dell’ingombrante passato di “suo figlio”, i Nevermore. E, ahinoi, il disco presenta proprio alcuni difetti che presentavano le loro ultime release su menzionate. In primis la prevedibilità. Si, a partire dal cantato di Dane che, comprensibilmente, non presenta più i falsetti tipici degli anni ottanta e che si accontenta, pur nel suo approccio teatrale, di fare la sua parte con sicurezza e “comodità”; per passare poi a certi rallentamenti (soprattutto in corrispondenza dei chorus, come in “Let the Serpent Follow Me” ed “Exitium”), agli arpeggi evocativi (vedi “One final Day”), al sound delle chitarre a tratti troppo compresso, in stile produzione-Andy-Sneap; o ancora nella struttura di carico e rilascio della tensione di molti dei brani, accorgimento già ampiamente sperimentato e collaudato.

Certo, le differenze con i Nevermore ci sono, ci mancherebbe; in particolare Rutledge è, nell’approccio come nell’esecuzione, meno “moderno”, più “umano” di Loomis e questo lo sentiamo in maniera chiara in certi assoli di stampo classico o in alcune scelte stilistiche che rimandano a un passato, peraltro mai nostalgico e sempre comunque “riletto” in chiave attuale.

Esemplificativa l’opener “Arise and Purify”, uno dei brani migliore del lotto, caratterizzata dai classici cambi di ritmo a marchio Sanctuary, ma anche da quelle sfumature nei riff portanti, quegli orditi chitarristici unici, che ci avevano fatto così innamorare in passato di questa band. E a legare il tutto assoli di grandissima classe e tecnica di Rutledge. Purtroppo tutta questa positività non sarà la regola nel prosieguo dell’ascolto…

Attenzione: qua non si discute né la preparazione dei musicisti, o le loro capacità compositive; o ancora la produzione del disco (il marchio Century Media garantisce in tal senso, a partire dalla splendida cover). E’ un disco solido, ben strutturato, a tratti emozionante, soprattutto nella parte conclusiva, dove il trittico finale (“The World Is Wired”, “The Dying Age” e la title track), seppur non perfetto, tira su decisamente la qualità complessiva del platter. Che però non ha, a mio modesto avviso, quel quid in più che aveva marchiato le prime due opere dei Nostri, quella irrequietezza, quella tensione progressiva, quel sublime nervosismo che facevano dei Sanctuary una band sempre tesa in avanti; mentre ora ci pare più timida, raccolta in se stessa. Però…

Però: nonostante tutto, non posso non ammettere che sia sempre affascinante immergersi in quel maelstrom di umori grigi, oscuri, cinici, pessimisti che da sempre contraddistinguono le produzioni di Warrell Dane. Però...

Però cosa avremmo detto se una band all’esordio fosse stata in grado di comporre pezzi come “Question Existence Fading” o “Frozen”?? Credo che avremmo gridato al miracolo, alla “next big thing”…

E non solo: nel complesso, dopo ripetuti ascolti, TYTSD, pur non potendolo considerare, come accennato sopra, una naturale prosecuzione di “Into The Mirror Black”, l’ho apprezzato non poco (sicuramente di più di “The Obsidian Conspiracy”) perché il dischetto cresce, cresce con il passare degli ascolti.

Un album che potremmo alla fin fine definire di assestamento (e forse è inevitabile così, dati gli anni intercorsi da ITMB) nella speranza, fondata, che col prossimo full lenght i Sanctuary riusciranno a migliorarsi. E a stupirci ancora…

Voto: 7,5
Canzone top: “The Year the Sun Died”
Momento top: il primo minuto di “Arise and Purify”
Canzone flop: “One Final Day”
Anno: 2014
Etichetta: Century Media
Dati: 11 canzoni, 49 minuti