6 mar 2016

XXV ANNIVERSARIO DEL DEATH: AUTOPSY "MENTAL FUNERAL"


CLASSIFICA DEI DIECI MIGLIORI ALBUM DEATH METAL USCITI NEL 1991

10° CLASSIFICATO: "MENTAL FUNERAL" (AUTOPSY)


Se la spiritualità nichilistica (o la dimensione iperborea) di certo black metal riconosce come paesaggio naturale i fiordi deserti, le distese ghiacciate e i boschi infestati dai lupi, la spiritualità del disfacimento propria del death metal cresce rigogliosa nell'umidità.

 Il death può essere veloce, ma è una musica che si stanca, che deve riprendere fiato. Il rallentamento death-doom è diverso da quello black, che è ossessivo, monocorde, minimalista. Il rallentameno death è sincopato, riproduce un momento di patologico impaccio, pesantezza, ma è contemporaneamente un processo, cioè qualcosa che procede e lo fa sentire. Il rallentamento black è fuori dal tempo, come del resto la velocità black. Entrambe puntano verso il vuoto. Il black con il sogno del suo superamento. Il death con la curiosità per la progressiva decomposizione della vita.

I tempi del death sono la rappresentazione della sequenza "battitura/poltiglia" (o "battitura/tritatura" nella variante death-grind). La riduzione della materia è il senso che il death deve dare, per una via o per l'altra.

Musicalmente, "Mental Funeral" è un album death-doom. Ci sono dentro echi di Slayer come di Candlemass e di Black Sabbath. Non è accostabile ai Death della prima ora, nonostante Chris Reifert, leader della band, fosse stato in passato il batterista di "Scream Bloody Gore". Per inciso: in quegli anni c'erano due esseri dediti al death che riuscivano a tenere la batteria e contemporaneamente il cantato: Reifert degli Autopsy e Browning dei Nocturnus.

Che il death metal parli di morte per riflettere sulla vita, una musica delle macerie, è ormai cosa risaputa, almeno per i lettori di Metal Mirror.

Prendete "Twisted Mass of Burnt Decay" (una “massa deforme di scorie bruciacchiate”): tratta il soggetto della pioggia acida che corrode un uomo, per puro spregio. L'apice della poesia si tocca quando l'acido corrode le budella da fuori, aprendo il varco ad uno zampillio di merda fumante. Questo filone sarà adeguatamente sviluppato dagli Autopsy nel programmatico "Shitfun". Qui invece la morale emerge con l'immagine dell'aria avvelenata che corrode la donna incinta, con conseguente espulsione del feto come un rifiuto in terra: “Uomini e donne piangono, per loro stessi e per i loro piccoli, un monumento deformato della sconfitta umana”.

Il grottesco è il registro che gli Autopsy manterrano: seriamente infatuati dell'orrido, ma anche del suo valore simbolico, con il gusto dello splatter, ovvero della ridicolizzazione dell'orrido.
Prendiamo "In The Grip of Winter" (“Nella morsa dell'Inverno”), titolo che non stonerebbe in un album black metal: in essa si racconta la triste e gratuita storiella di un tipo che, sul punto di morire per assideramento, giunge finalmente ad un fuoco, ma per scaldarsi è costretto a bruciarsi. Questo raccontino della buonanotte è un'allegoria dell'amore: per fuggire dall'assideramento della solitudine l'uomo non ha soluzioni intermedie, deve gettarsi tra le fiamme dell'amore e quindi preferire una morte calda ad una fredda. Perché? La morte fredda lascia il corpo intatto, lo glacia, mentre quella calda permette il disfacimento e quindi la rivelazione compiuta della vita che consiste nel progressivo spellamento, nella consunzione e nella riduzione a scoria dell'essere umano.

Dalla culla alla tomba, il percorso della vita è una via crucis di disfacimento, materiale e spirituale. “Strappato dal ventre a morire in questa tomba”... La tomba non è il luogo del cadavere, ma è la metafora della vita, in cui l'uomo nasce e quindi svolge il suo destino di decadimento e morte. La vita è una bara, la morte solo il coperchio. E comunque la morte non è la fine della vita, ma l'inizio della decomposizione post-mortem, che chiude il ciclo: “Morto, rigido e gelido, nella tua cassetta, pronto a decomporsi. Morto” (il testo ungarettiano di "Dead").

Questo peraltro non è una visione degli Autopsy, è la catena alimentare come la insegnano alle scuole elementari (la rileggevo ieri nel far ripetere la lezione di scienze ai miei bambini). L'erbivoro mangia la pianta, il carnivoro l'erbivoro, il supercarnivoro il carnivoro (tema di "Slaughterday"), la flora cadaverica mangia il cadavere del supercarnivoro e nutre con i suoi escrementi le piante della terra. Ci sono poi anche canzoni decisamente non per bambini, come quella sulla necrofilia, in cui i nostri spiegano quale sia l'elemento eccitante del sesso coi cadaveri: premendo il proprio corpo contro il cadavere ci sta che che attraverso i tessuti lacerati o putrefatti schizzi fuori il sangue come il ketchup da un panino schiacciato. Questo spurgo sanguinolento è il nettare che racchiude “la forza dei morti” e alimenta l'anima de vivi. Non è il far sesso coi cadaveri, ma farci l'amore, come precisano giustamente gli Autopsy, indignati per questa tendenza a equivocare la necrofilia come una sordida perversione.

Dal taglio comico si passa di nuovo a quello serioso di “Hole in the Head”, dove si racconta, probabilmente, il decorso di una malattia infettiva cerebrale, in cui i microrganismi mangiano la materia grigia e producono dei veri e propri buchi di materia riempiti di macerie organiche. Visto che le manifestazioni mentali sono deliri e allucinazioni, dovrebbe trattarsi della sifilide nel cosiddetto stadio terziario.

Si nota già qui una certa insistenza sull'elemento fecale, che nel brutal diverrà padrone della scena. A parte gli accenni precedenti, gli Autopsy si sfogano in un'orgia finale di sangue ed escrementi contro le religioni, minacciando di tagliare le teste a ogni predicatore e cagare sui cadaveri. Lontani dalle finezze teologiche dei Deicide, per gli Autopsy il tema religioso rimarrà un pretesto come un altro per coprire di sterco qualche malcapitato protagonista delle loro canzoni.


A cura del Dottore

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