8 apr 2016

KING'S X - NATURALMENTE "ALTERNATIVI"



I 10 MIGLIORI ALBUM DELLE CULT BAND (ANNI ’90)

FUORI CONCORSO: i KING’S X

Se c’è una definizione controversa e spiazzante, tra le mille coniate dalla stampa specializzata nel corso degli anni, per indicare un determinato sottogenere metallico, per il sottoscritto questa è senza ombra di dubbio Alternative Metal.

Anche perché il c.d. Alt-Metal è una “categoria” dove dentro ci può stare di tutto e di più. Infatti negli ultimi 25 anni e passa, cioè più o meno da quando si è sviluppato e affermato nel panorama mondiale, sotto questa definizione abbiamo visto inserire dalla critica band che suonavano nel modo più svariato: funk, rock, industrial, noise, rap, nu…bastava aggiungere a questi prefissi il sostantivo “metal” e tutto, ma proprio tutto (ad esempio anche lo stesso “grunge” è considerato come un genere alternative), sembrava poter essere annoverato sotto il grande “cappello” dell’alternative.

A cura di Morningrise

Il numero di gruppi che si possono definire alt-metal, quindi, è talmente elevato che abbiamo deciso di NON considerarne nessuno all’interno della nostra Rassegna sulle cult band anni ’90. 
Magari, chissà, un giorno tireremo fuori una classifica ad hoc anche per loro.

Ci sembrava giusto però, prima di cominciare il nostro Elenco vero e proprio a partire dal 1990, celebrare fuori concorso una band che, se non totalmente rappresentativa dell’alt-metal (e questo proprio per la succitata varietà degli stilemi), ne incarna però lo spirito di contaminazione e sperimentazione, che sta poi alla base del sottogenere stesso.

Il perché di questo post è presto spiegato: la band capitanata dal lungagnone mulatto Doug Pinnick, oggi 55enne, ha saputo spesso e volentieri esprimersi ad altissimi livelli, senza raggiungere mai picchi di notorietà e responso commerciale clamorosi (al contrario di molte altre band alt-metal che hanno davvero sfondato in tal senso come, ad esempio, Jane’s Addiction, Faith No More, Biohazard o Nine Inch Nails).

La scelta per questa Appendice è caduta su di loro anche perché il meglio da un punto di vista compositivo riuscirono ad esprimerlo proprio a cavallo delle due decadi che abbiamo voluto trattare. E quindi, anche se avessimo voluto inserirli nella Rassegna “ufficiale”, sarebbe stato difficile scegliere se farlo nella decade ottantiana oppure in quella successiva.
Si, perché sono stati proprio i primi quattro platter della band, licenziati tra il 1988 e il 1992, ad assegnargli di diritto un posto di primo piano nella Storia dell’Hard Rock/Alt-Metal.

Se l’alternative ha la sua peculiarità nel saper coniugare stilemi diversissimi tra di loro, sperimentando in modo non convenzionale partiture propriamente heavy con svariati elementi mutuati dal vasto mondo del Rock, i King’s X lo rappresentano pienamente e brillantemente.
I primi due dischi infatti (“Out of the Silent Planet” e il loro capolavoro assoluto “Gretchen Goes to Nebraska”) sono senza dubbio da tramandare ai posteri, in particolare per la loro capacità davvero unica di coniugare in uno spiazzante potpourri melodie rock, riffoni hard n heavy, spruzzate soul e funk, un uso sapiente dei cori e una peculiare propensione progressive, riscontrabile in particolar modo in un’intelligente destrutturazione del formato-canzone e nell’utilizzo non conforme dei tempi (grandioso in tal senso il lavoro del batterista Jerry Gaskill). 
Tutti aspetti su cui gravita la calda voce soul di Pinnick, capace però, quando vuole, anche di graffiare.

Onestamente, parlare dei King’s X e non spendere poche righe su "Gretchen Goes To Nebraska" (ma che bel titolo!) sarebbe un delitto. E quindi non possiamo davvero esimerci dal farlo. In realtà ce ne vorrebbero ben più di “due”, di parole…perché descriverlo è davvero difficile e complesso. Nella mia testa me lo rappresento come una sorta di “ossimoro concettuale messo in musica”, visto che nei suoi 52 minuti coabitano in modo fluido parti ricercate e raffinate, altre scanzonate e apparentemente sconclusionate. Ma in ogni caso, ciò che emerge e rimane fisso in mente è sempre un’ispirazione profondissima che ha dato vita a gemme melodiche da urlo, come le emozionanti “Summerland” o la conclusiva “The Burning Down”. Il resto del disco peraltro è un saliscendi di sensazioni: si passa con nonchalance da irresistibili tempi funkeggianti (“Over my head”, “Everybody knows a little bit of something”) a pezzi sognanti, come la meravigliosa “Pleiades”. Brani già di per sé straordinari ma resi ancora più efficaci da un lato dalla versatilità esecutiva del chitarrista Ty Tabor, e dall’altro dalla prestazione monstre dell’ugola di Pinnick. Un capolavoro assoluto dell’hard rock più onirico.

Ma la grande caratteristica della band è stata quella di non sedersi mai sugli allori. E così, entrati negli anni ’90, hanno continuato a sperimentare, non ripetendosi mai pur mantenendo un trademark peculiare sia nel sound che nell’attitudine. 
Ed ecco così spiegata la qualità che contraddistingue anche dischi come “Faith Hope Love” (1990) e “King’s X” (1992), dove i Nostri spaziano dal progressive spinto fino a sconfinare a tratti in territori psichedelici (richiami quest’ultimi portati a maggior compimento in “Please Come Home…Mr. Bulbous” del 2000).

Insomma, ecco perchè ci sembrava corretto dare spazio a questa band che ha fatto della sperimentazione e della contaminazione (cioè i nostri "termini guida" che ci eravamo prefissati di seguire nella nostra Anteprima sulle cult band anni '90) i propri criteri per una credibile ricerca musicale. Dopo 30 anni di carriera, possiamo sicuramente dire che la band statunitense ha lasciato dietro di sè diverse "piastrelle" che sono andate a formare un'ideale strada di raffinata inventiva e geniale creatività. Imperdibili.