17 apr 2016

LIFELOVER: LA MISANTROPIA MOLESTA


Se uno si guarda intorno può scorgere ovunque giovanotti che si aggregano con entusiasmo: per ballare, far festa e agitare di fronte al mondo i loro cuori color arcobaleno. Non altro che la gioventù che Leopardi descriveva con rimpianto ne “Il Sabato del Villaggio”.

Poi ci sono i Lifelover: sarà deformazione professionale, ma non riesco a non preferirli. Chiariamo però subito un concetto: quel che è “bello” del depressive black metal non è tanto lo sbandierato messaggio di autodistruzione e disperazione, quanto la voglia di vivere che esso reclama, rivendica. L'ironia del nome è quindi relativa (più sarcasmo che ironia, a dire il vero). Diciamo che se li prendete come dei ragazzetti viziati che cianciano di dolore e morte perché sono annoiati vi sbagliate. Ma se prendete troppo seriamente uno che suona con una sorta di calzino infilato sulla testa secondo me siete ancora fuori strada...

Tutti amiamo la vita, seppur in una maniera molto personale. Anche i misantropi, i pessimisti la amano. Anzi, direi che i pessimisti la amano sicuramente di più, poiché la loro filosofia è una protesta contro la felicità a cui sono affezionati e che almeno in sogno hanno toccato con mano. Ne è un esempio lampante Leopardi, che era incazzato con la natura che lo aveva sfavorito nella ricerca di una vita a cui era decisamente incline.

Se Leopardi si lamentava che a Recanati un povero giovanotto malinconico e ingobbito non poteva che rompersi i coglioni, non aveva mai considerato Stoccolma. Stoccolma è, in una citazione ermetica, tutto e niente in disarmonia”. Non è che non ci provino a divertirsi, i giovani della capitale, ma ci dev'essere qualcosa nell'aria che evidentemente manda tutto a rotoli. Ecco, per esempio, i postumi de “Il Sabato del Villaggio” a Stoccolma: “Cartoni di pizza, lattine di birra, cicche, capelli grassi e dita oleose...Il tentativo di ieri di buttarsi alle spalle ogni problema è miseramente fallito. Il sole splende di nuovo su pavimenti di noia. Insieme al volto spaventoso della consapevolezza, ecco che arriva strisciando anche il rimorso” (da “Domenica”). Che Sabato sera di merda! E questo è quando va bene, perché c'è anche una versione peggiore: “I postumi della sbornia dell'altra notte sono ancor qui, come il vomito sul muro del bagno. Ciondolo come un morto vivente nella monotonia, incontro ogni volta nuove facce e ne provo fastidio. La benda emana odore di fluidi di ferite e pus, eppure non riesco a smettere di annusarla in continuazione. Il vento soffia freddo e vorrei saltar giù in mezzo ai frammenti di ghiaccio. Ti ho mandato una cartolina con scritto Addio.”

Ma forse è l'ottica leopardiana che è morbosa: proviamo dunque da una diversa angolazione. Chi ha studiato Giovanni Pascoli si ricorderà della poetica del fanciullino. Com'è bello riscoprire la radice delle emozioni, delle sensazioni facendo capo all'innocenza espressiva e sensitiva che è in noi da bambini. Chi vede le cose con gli occhi di un bambino mal sopporta tutto l'affastellamento di artefatti che opacano la realtà più sincera, ma può tuttavia uscirne ritagliandosi una sua intimità fanciullesca. I Lifelover quindi trovano rifugio nella loro cameretta, con due amici inseparabili, un gatto di pezza e un orsetto, un teddybear. Il gatto di pezza ha la bocca piena di spaghetti, che forse il nostro cantante-bambino gli ha dato da mangiare per gioco. Mentre il teddybear, animatosi in maniera provvidenziale, gli fa un pompino. Ma purtroppo non basta: il poeta-fanciullino rivolge la pistola contro di sé e si spara al cervello, “mentre il fuoco è pronto a battezzare i bambini”. Il mondo vince sul fanciullino, Pascoli è morto.

Rimarrebbe Ungaretti. Pessimista certo, lamentoso magari, ma sostanzialmente educato. Soffre in sordina: se non lo vuoi sentire che si lamenta nell'appartamento accanto, basta accendere la radio. Invece i Lifelover no: loro vivono al “piano terra del nostro umore” e quando esci per far un giro ti tocca passare davanti alla loro porta, in fondo allo scalone del condominio. E ti devi sentire in colpa... Però non sono come i Carpathian Forest, che se li incontri ti tolgono d'impaccio mandandoti affanculo. I Lifelover sono svedesi, gente garbata, e quindi vorrebbero farlo, ma se lo tengono per sé. Basta che tu sappia (e te lo scrivono magari in un biglietto firmato che poi ti mettono nella cassetta della posta) che ti dovresti sentire tremendamente in colpa perché gli dai proprio fastidio. Sono dei misantropi molesti. 

Peter Steele è ostile, ma conscio che è un suo limite. Gli Impaled Nazarene sono dei misantropi da carnevale, i Carpathian sono disgustosi. Questi invece ce lo fanno pesare. Magari un giorno ti trovi un biglietto che dice “Godetevi le vostre vite schifose, ma non pensate di essere speciali neanche per un secondo”. Oppure: “L'unico senso in cui mi può importare di qualcosa che ti andato bene, o della positività della tua vita quotidiana, è che ti auguro l'esatto contrario”.

"La vita selvatica nella città grigia
tra questi idioti felici
Schiavo della solitudine
pur di evitare chi mi reca fastidio

Sorrisi, sguardi ammiccanti
Saluti cordiali mi danno il vomito
Quell'attenzione che loro invocano così tanto
gli uni dagli altri
non ha alcun significato per me"

“E' così difficile vedere l'odio e il disgusto per voi nei miei occhi?” Si chiede il nostro eroe. Ovviamente no, specie se giri con un calzino imbrattato di nero calato sulla testa. La gente può intuirlo che non gradisci contatti, ma pretendere che ti lascino in pace perché lo hai chiesto nei testi di album che non compra nessuno mi pare un po' troppo...

I Lifelover no, non hanno niente da rimpiangere in senso positivo. I Lifelover in realtà non sono eremiti come vorrebbero far credere: sono misantropi molesti, in quanto infastiditi da ogni cosa che fai. E' chiaro dunque che ogni scusa è buona per venire a protestare e farti capire che gli dai fastidio. Ungaretti almeno dedicava parole di rispetto ai compagni caduti in guerra, alle vittime innocenti. Invece loro, perfino quando muori, come biglietto di condoglianze ci tengono a scrivere questo: “Sei sempre stato morto per me/ adesso sei morto anche per gli altri”. Galateo misantropico o pedanteria misantropica?

L'immagine della città è allegoria dell'assenza di empatia. Attenzione, non incomunicabilità, ma assenza di termini di comunicazione:

"Siedo qui, immobile e in antica disperazione
Il sole tramonta fuori dalla mia finestra sporca
Do un po' di luce ai miei sentimenti repressi che si risvegliano
Li espongo alle fauci fameliche della melanconia
Un chilometro dopo l'altro, in fila, illuminati dalla luce gassosa del sole, edifici di appartamenti
La città presto sarà nel sonno, in attesa di una nuova alba, un nuovo giorno
Io aspetto l'inevitabile"

La città è disperazione perché con le sue strutture fatte per essere abitate ti ricorda inevitabilmente che qualcuno la popola, qualcuno che ti è indifferente. O qualcuno che per un attimo metafisico non ti è stato indifferente e che adesso ti ricorda in maniera bruciante la bugia dell'amore. Quella che segue è sostanzialmente una poesia d'amore in cui non resta nulla se non un semplice “Ti amo”, verbo senza più destinatario e ispirazione, pronunciato contro la prospettiva desolante della periferia di Stoccolma:

"Ieri è stato troppo, non ne voglio più
L'unica cosa che vedo è questa città
fredda come un pavimento di pietra
L'anima di questi corridoi
Un'architettura di carne morente
Sterile alla gioia sotto effetto dell'apatia
Monotono mortifero cemento

Il mio cuore batte appena
La nausea mi assale se tento di muovermi
Un'anima dal color della cenere
Una città, edificio di disperazione
Dispiacere che non finisce.

Ti amo."

Bene, allora magari andiamo a ricontattare la ragazza e convinciamola a tornare insieme al nostro amico. Ma forse è troppo tardi , perché “mi hai lasciato con quaranta ferite nella carne che mi hanno segnato per la vita, senza contare la ferita del cuore, che è ancora completamente aperta. Se mai tornerai, sarò felice di poterti uccidere per vendetta”. Poco a poco anche questa traccia d'amore (e poi d'odio) se ne va e rimane il resto. Come diceva Ungaretti: “Neanche le tombe resistono molto”.

"Fisso fuori dalla finestra, tutto è così sbiadito
Vecchie ferite, sporche e polverose ferite
Devo tenermi tutto dentro
Sterili e lontani edifici, mille maledette strade senza fine
vie verso l'ultimo di questi respiri estorti
Memorie e melanconia, disperazione e depressione
La sala dell'omissione non ha pareti
Al diavolo tutto questo, di cui non mi importa."

Resterebbe infine il compiacimento della sofferenza, l'indugiare e sentirsi grandi nel celebrare la propria sconfitta, perdita, delusione. Ma anche qui i Lifelover si scocciano, perché non dimentichiamo che alla base della loro poetica c'è lo spirito vitale, che non può trovare realizzazione nel cantare la tristezza se davvero non c'è speranza. Per cui il nostro eroe a questo punto si lamenta che perlomeno la sofferenza altrui lo avrebbe intrattenuto, mentre gli altri cercano fastidiosamente di spazzar via la morte e riproporre sempre i loro conati inutili di vita.

"Viaggio sulla sfortunata via della morte
dove molti hanno perso la vita
Se solo i cadaveri smembrati fossero stati lasciati lì
Adornerebbero ora l'asfalto con pinte di sangue
e una teoria di brandelli
Anziché esser portati via
per aver degna sepoltura
Il mio viaggio sarebbe certo molto meno noioso
C'è modo di essere il prossimo a morire?"

A questo punto l'unica soluzione è risolversela fra soli: mettersi alla guida della nave di Caronte e trasportarsi sull'altra riva...

"Il mio animo è freddo e crudo
come una petroliera russa sul mare ghiacciato
di Dicembre
Ogni mia velleità è affondata
Persa nel vento gelido e umido
Sepolta e avvolta dal fango
Da qualche parte qui sotto
Il capitano è l'Ostilità
pieno di disprezzo ordina avanti tutta
verso la secca, in bocca al disastro"

Jonas Bergqvist morì di overdose e la storia dei Lifelover finì lì, in bocca al disastro. Rimane un ultimo indecifrabile biglietto nella cassetta delle lettere di un condominio di Stoccolma:

Se sapeste...cosa si nasconde dietro il mio cranio..
Come io vedo le cose,
E di cosa sono capace...

A cura del Dottore