31 ago 2016

CONFRONTI IMPOSSIBILI: GIUSY FERRERI E I NOVEMBRE - DUE AUTUNNI, UN SOLO INVERNO







Cosa distingue, nella malinconia, la libertà dalla schiavitù ? Non parliamo della libertà di non soffrire, che non esiste, ma della dimensione spirituale della sofferenza. C'è chi soffre alla fine da solo, e la risolve tra sé e sé, e chi cerca una soluzione dialettica, una risposta dal mondo o dalla persona amata, senza trovarla ovviamente. Il sentimento metal si colloca sul primo versante.

La poetica della solitudine come dimensione fertile, come seme di rinascita, non è socialmente condivisa, perché è una posizione coraggiosa. Meglio pensare che lamentandosi in mezzo ad una strada qualcuno si fermi a soccorrerti, non importa se questo non accade. Meglio reclamare l'amore perduto che cantare la bellezza primigenia della sua assenza, come rito propiziatorio per il suo ritorno. Perché il mondo trovi il coraggio di rinascere senza chiedere aiuto, di rinascere dalla propria morte, ci vorrebbe una qualche apocalisse. Lo dicono i Novembre con queste parole “quando la nuova stella brillerà del nero che è suo, e non ci sarà dove ripararsi, forse capirete chi siamo, e per cosa abbiamo sempre gridato”.

Novembre, sottotitolo “il suo sangue”. Ecco cosa distingue il Novembre dei Novembre da quello di Giusy Ferreri: lei parla in una storia finita, e di come è sopravvissuta, ma sempre rivolgendosi ad un interlocutore immaginario, l'ex che l'ha abbandonata. Nel rievocare la sofferenza ricorda di quando “cercavo invano di addolcire quel retrogusto amaro di una preannunciata fine...”, il contrario di quel che avrebbero fatto i Novembre, che anzi vogliono inasprire il gusto della fine, in spregio titanico a chi li ha destinati alla sofferenza.

Così mentre il Novembre della Ferreri canta del sangue di lei, il Novembre dei Novembre canta del sangue di Novembre. L'individuo non c'è più: romanticamente, come nei quadri di spalle di Fryedryck, si identifica con la natura, l'umanità si è nascosta dentro le viscere del mare, del vento, delle montagne.

La fase dell'odio, in tutta la canzone generalista, è saltata. Si canta il dolore, si canta la rinascita, si canta il biasimo a posteriori, ma l'odio è considerato un momento passeggero che non va neanche nominato, perché inquina spiritualmente. Nella poetica metal non è così: l'odio è un momento di chiarezza (se non altro al pari dell'amore, e forse invece più primitivo, più realistico). “che mi si lasci odiare; mentre il nero copre tutto, mentre il sangue dilaga, mentre ogni amore congela; che mi si lasci odiare”. La Ferreri non ha odiato? Certo, ma non lo include nel testo, e proprio per questo c'è ancora un ponte di comunicazione, un dialogo possibile con l'altra metà del dolore, col suo carnefice.

L'odio crea una frattura, c'è un rapporto con la persona odiata, ma non più un dialogo. E' chiaro che secondo una morale, per esempio, di tipo cristiano questa posizione è sterile, e l'odio è una tentazione da neutralizzare, mentre il perdono fa rinascere.
La questione è che le illusioni da cui, dopo la delusione, ci si deve liberare, traevano forza non dal buio, ma dalla luce. E' nella luce che si fa confusione, mentre nel buio la vista si affina. In “Volevo te” la Ferreri dice infatti: “quando stavo insieme a te, non sapevo che l'amore è un limite oltre cui non puoi andare... (…) ma io volevo te, chiudevo gli occhi per vedere te, aprivo gli occhi per vedere il sole, ma vedevo te”. La maledizione dell'amore è questa: se per vedere la persona amata si chiudono gli occhi, si alimenta un'immagine interiore che poi si sovrapporrà al sole, a occhi aperti. Per guarire non si può guardare il sole, né chiudere gli occhi, apparirebbe sempre l'icona della persona amata, amara e traditrice, o dolce e fasulla. Si deve reiniziare dal buio. Occhi aperti,. al buio di Novembre.

Come diceva Quasimodo: “boia che tristezza, ed è anche tutto finito qui”, scegliendo la seguente resa lirica: Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.

Questa visione provocatoria, sarcastica, può suscitare quella rinascita in sé e per sé, che dalla delusione riporta sulla cresta dell'onda in nome della propria vita, troppo breve per avere un senso definitivo, ma anche troppo breve per non avere ancora senso, finché dura. Ecco la cruna dell'ago del pessimismo totale, che unisce la disperazione alla nuova linfa vitale. Invece nella disperazione condivisa non si arriva mai al superamento, ma alla riproposizione se mai della stessa illusione.

Delle due visioni, vincerà la scelta del pessimismo sociale, intermedio, non coraggioso. E che non paga. La città che ha visto il dolore dell'amore perduto, e che allora si era spenta in un istante, nella canzone della Ferreri dopo un anno si “accende in un istante”, alla ricorrenza di Novembre, ma solo per rivelarsi vuota di emozioni, ancora piena di rimpianti. La mancanza di felicità si fa sentire eccome, sorda e pesante.

Quello che rovina è la mancanza di durezza formale. Se si presta il fianco ad una morbidità stilistica, si finisce per cedere anche alla tentazione di sperare, di attendersi dalla realtà la soluzione. Lo spirito si indebolisce, si finisce a suonare gothic...e a scrivere testi languidi. Insomma, quanti gruppi death hanno fatto questa finaccia?

Sul piano delle sonorità, c'è nella Ferreri, soprattutto nella timbrica, qualcosa di affine a quella cantilenante, dissonante e manierata di Orlando, che è evidente nel cantato pulito, in particolare in “Arte Novecento”. Ma per i Novembre diviene un timbro unico, non è più il pulito che deriva dallo sporco, come in "Sirens in filth", la cicatrice che partorisce nuova pelle, è ormai un lamento a senso unico che cerca in sé stesso una via d'uscita, e non la troverà.
In “Arte Novecento” siamo passati da Novembre a Gennaio ("Pioggia/January Tunes"). E' cambiata la stagione spirituale, e ce ne dispiace. A questo punto suona più pungente il “non ti scordar mai di me” della Ferreri.

La strada successiva dei Novembre, da "Arte Novecento" in poi, sarà quella Ferreriana: “In questo carnevale di luci che non brillano, solo la dissonante risata del pagliaccio”, che deve essere una via di mezzo tra il timbro di Orlando e della Ferreri. In "Homecoming" ci si rivolge all'amata ricordandole “non camminerai più sul profilo del mio cielo, mai più vedrai i miei oceani“, e si scivola quindi ancora un palmo verso il lamento dialettico, si cerca un contatto con l'altro terminale del dolore. Questo regresso spirituale, dalla solitudine grandiosa a quella socialmente condivisa, si accompagna anche ad un mutamento stilistico, dal death metal melodico al gotico.

Nel disco d'esordio dominavano i simboli solitari: il faro, il gabbiano che vola nel cielo (e succhia gli occhi dei marinai morti, grandissima immagine), i sentimenti assoluti come la nostalgia e l'odio. In "Arte Novecento" c'è una risacca verso oggetti piccoli (il carillon, la fotografia) e situazioni sociali (il carnevale). I testi si chiudono con frasi interattive che fanno cadere le braccia, del tipo “mi senti mentre grido dentro?”, “cerchiamo insieme un posto migliore”, “mi rendo conto che ciò che mi manca sei tu”...roba da far storcere il naso anche a Ramazzotti.

Preferiamo ricordare l'animo sofferente per amore che si consolava guardando la maestà del gabbiano dalla finestra di un faro. E che sperava, un giorno, non di trovare ancora l'amore, ma di poter di nuovo sognare vecchie barche in riva al mare al tramonto ("The dream of the old boats"), un sogno bambino, staminale, che tutto può ancora regalare.

A cura del Dottore