3 ago 2016

QUALE FUTURO PER IL METAL? (appendice) VEDIAMO COSA CI RACCONTANO GLI INTER ARMA...




Se devo dare un nome a questo 2016 in merito al mio rapporto con il metal direi "l'anno in cui mi chiedo dove diavolo va il metal". Mi aggiro in maniera furtiva, butto un orecchio sulle novità che mi sembrano più interessanti, cerco di carpire tendenze, scosto un attimo il tappeto e guardo sotto casomai vi fossero tracce dell’avvenire del metal, poi scendo in strada ed appena vedo un tipo sospetto lo prendo per il bavero e gli chiedo: "Quale sarà il fottuto futuro del metal?"

Domande oziose, perché è un po' come guardarsi allo specchio ogni santa mattina e cercare di scorgere i segni dell'invecchiamento, di cogliere le differenze rispetto al giorno prima. Impossibile, anzi inutile. Eppure quest'anno mi è presa così e per questo mi avventuro in mari sconosciuti alla ricerca del vascello che ci può condurre oltre le Colonne d'Ercole della nostra epoca. Mari, vascelli, ok: solo degli artifici retorici per introdurre, ricollegandomi alla scena ritratta nella copertina dell'album, "Paradise Gallows ", rilasciato uno o due mesi fa dagli Inter Arma. Però la premessa rimane valida: vediamo che risposte ci danno gli Inter Arma relativamente alle sorti del nostro genere preferito.

Americani, relativamente giovani, giungono alla loro quarta prova in studio dopo gli album "Sundown" (2010) e "Skyburial" (2013) e l'elefantiaco Ep "The Cavern" (2014): un solo brano di oltre quaranta minuti. Siamo dalle parti di "una delle tante possibili variazioni sul tema Neurosis" e gli Inter Arma, per differenziarsi, scelgono i Pink Floyd, la psichedelia e lo stoner. Non è che questa sia la via più originale, ma i Nostri la battono con onestà ed ispirazione, e quindi non starei a fare troppo il difficile, anche perché la formula funziona. Sopratutto alla luce delle origini della band, che nasceva sì nel pentolone del post-hardcore/sludge, ma mantenendo importanti collegamenti con i retaggi del death e del black metal, cosa non così frequente nell'ambito. Retaggi che la band non ha deciso di disconoscere nell'ultima fatica discografica, conservando, fra le varie cose, ritmiche impastate in stile Morbid Angel, sfuriate con tanto di blast-beat, un growl profondo e luciferino, e persino un orripilante (nel senso positivo del termine) screaming: pennellate che danno inedite sfumature al post-hardcore di vocazione settantiana dei Nostri.

Attenzione però: stiamo parlando ancora di sfumature, perché non è questa la peculiarità degli Inter Arma, i quali, superando sia i Mastodon che i Baroness (ma guardando ad entrambi), approdano ai Pink Floyd, dilatando la loro musica (l'album dura più di settanta minuti!) e condendola con ispirati assolo di marca gilmouriana. Se gli ascoltatori più smaliziati non faranno di certo un salto dalla sedia, gli intellettualmente onesti perlomeno dovranno ammettere che come amalgama quello degli Inter Arma non è male. Si fossero portati su un'impostazione acida e settantiana, magari sacrificando il growl, i ragazzi sarebbero stati più scontati e sicuramente meno interessanti ai nostri occhi. L'essersi invece ben posizionati su un solido baricentro fatto di Neurosis vecchia maniera (con tanto di ritmi tribali) e l'aver conservato persino le reminiscenze black/death, rende più audace la commistione con il lato più dolce e sognante della band di Waters e Gilmour.

Anche perché nella sua praticamente ventennale vita il post-hardcore ha finito quasi per dimenticarsi di dover descrivere la furia degli elementi, di rappresentare montagne che crollano, vulcani che eruttano, fiumi impetuosi che travolgono gli argini: il post-hardcore sembra essersi dimenticato di tutto questo per spostarsi su lidi più intimi e minimali, sposando a volte la causa del cantautorato americano (con egregi risultato, peraltro). Gli Inter Arma ci riportano invece a quella bella concezione di una volta di un post-hardcore titanico, grandioso, magniloquente. E Lo fanno compiendo un passo indietro (non rinnegando certe prerogative del metal estremo), uno in avanti (concedendo considerevoli spazi alla psichedelia spaziale dei Pink Floyd) ed uno laterale (in direzione stoner: uno slancio che conferisce fascino senza appiattire il tutto nella solita sagra del "come si stava bene negli anni settanta!”).

Vediamo infine i momenti più significativi del platter: "Nomini" è una strumentale di due minuti e mezzo che apre l'album con un assolo iper-melodico che in effetti spiazza. "Transfiguration", già in rete da qualche tempo, è forse un brano che a prima vista può sembrare scontato, con il suo riffing ossessivo e le ritmiche tribali, eppure con il trascorrere degli ascolti diverrà letteralmente irresistibile, esprimendo in modo semplice e diretto la freschezza e la verve di una band che non ha nemmeno dieci anni di vita. La componente più spiccatamente "prog" degli Inter Arma viene invece perfettamente descritta dalla sensazionale accoppiata composta da "Potomac" e dalla title-track: la prima è un altro coinvolgente brano strumentale con tanto di incipt di pianoforte, la seconda un viaggio psycho-rock di quasi dodici minuti che parte lento per tramutarsi presto in un saliscendi emotivo che ben esplicita le potenzialità del combo americano. Concludono la faccenda i toni distesi e crepuscolari della ballad "Where the Earth Meets the Sky", fra folk apocalittico, spaghetti-western e Von Till e Kelly solisti.

Se questa doveva essere una recensione (ma non lo era), essa finisce qui. Torniamo invece alla questione iniziale, tracciando qualche conclusione di carattere generale. Gli Inter Arma rappresentano un metal che si muove circospetto in una fase di assestamento: la band ha ampie vedute e nel suo operato, senza compiere prodigi, tiene fede alle aspettative che si possono nutrire nei confronti di una creatura di ultima generazione. Non vi è tuttavia il coraggio che è necessario per lanciarsi in quella fuga in avanti che stiamo cercando con tanto ardore (beninteso, se questa fuga in avanti avesse comportato l'approdo ad un rock psichedelico tout court, non avremmo nemmeno considerato l'album in questione, perché per noi la sfida è far evolvere il metal, non abbandonarlo). È come se vi fosse un timore di fondo che trattiene i Nostri dallo "sbracarsi": quando ciò avviene, succedono cose clamorose, ma per il resto del tempo dobbiamo accontentarci di ordinario post-hardcore.

È un peccato, perché a conti fatti gli Inter Arma, a queste condizioni, non possono far altro che ambire allo status di "interessante variante dei Neurosis", con l'aggravante però che la "tribù" di Oakland erigeva le fondamenta del genere più di venti anni fa. Il paradosso è dunque il seguente: ci si lamenta che oggi tutto è più veloce e frenetico, che non c'è tempo per far sì che un genere possa attecchire, e poi consideriamo ancora fresca la musica di una band che propone post-hardcore: un genere che, dopo vent'anni, pare non sia ancora andato a male.

Strano, no? Nel "bel mondo antico", dove tutto era "statico", "inamovibile", "eterno", il thrash metal nella sua forma classica (una delle rivoluzioni nel metal più importanti) non resse dieci anni, scavalcato già ad inizio anni novanta dal "metal pimpante" dei vari Pantera, Sepultura e Machine Head, che al thrash avrebbero cambiato i connotati per sempre.

E dunque? Siamo alle solite: è come mettere un bambino al muro ogni santo giorno e fare una tacca per vedere quanto è cresciuto in altezza. Primo: i progressi non si vedono giorno per giorno. Secondo: evidentemente sta cambiando il concetto di evoluzione. Come nella scienza si vive per anni con una certa concezione delle cose e poi, all'improvviso, una teoria che fino ad un secondo prima sembrava un errore, o addirittura una eresia, diventa di colpo la regina di un nuovo paradigma, così evidentemente il metal vive la sua fase di stallo, rimescolando gli elementi di cui è fatto: una composizione che da più o meno venti anni vede dentro di sé il ricollocarsi senza posa degli stessi ingredienti, con qualche inevitabile pizzico di novità qua e là, che non basta per stravolgere gli scenari. Ma ciò non vuol dire che il metal sia morto. Forse non vive il suo periodo migliore, ma c'è del movimento dietro a questo stato di cose: è un equilibrio dinamico alimentato da un brulicare di energie che si attorcigliano più o meno felicemente, ma da cui non si dipana nessun guizzo dalla gittata degna di nota.

In questo rimescolio gli Inter Arma sono degli onesti, con la sola sfortuna che non si è creato un hype intorno a loro (maledetto marketing!) o, più semplicemente, per un discorso di infelice e sfortunata intempestività (essendo arrivati un cicinino in ritardo, e senza novità rilevanti, difficilmente si potranno creare un varco per inserirsi nella fascia di "quelli che contano"). Ma se per ascoltare serenamente il metal in questo 2016 non bisogna essere pungolati dalla necessità di imbattersi nella nuova next big thing, allora ben venga anche questo "Paradise Gallows", che certo non vi negherà delle belle sensazioni. Ascoltatelo.