8 ott 2016

CADAVERIA ED IO...




"Ragioni come un iper-testo": non so se questo detto è ancora in voga, ma una volta si utilizzava per apostrofare qualcuno che saltava da un argomento all'altro senza apparenti connessioni logiche, proprio come è possibile fare su un iper-testo (qualcuno si ricorda cos'è?) o, per meglio dire, su internet, "linkando" da una pagina all'altra.

Con lo sviluppo della tecnologia in ambito ITC e il suo utilizzo massivo da parte delle nuove generazioni, penso che oramai oggi questo sia il modo comune di ragionare. In effetti la rete offre possibilità illimitate e in questi giorni proprio sulla rete ho un po' "giocato" con Cadaveria.


Tutto è originato dall'uscita dello split/EP Cadaveria/Necrodeath "Mondoscuro". Forse una volta un'operazione del genere mi avrebbe attirato con maggiore prepotenza (ho sempre avuto un debole per i titoli in italiano…), ma il fatto che entrambe le band non mi avessero mai attirato più di tanto, mi ha solo fatto pensare "toh, vediamo di cosa si tratta...". La lettura delle recensione mi ha però colpito, soprattutto per come questo lavoro è stato strutturato (ho sempre avuto un debole per il lato sistemico delle cose…).

Sei pezzi, tre cada uno. All'inizio le due band si scambiano i brani, nel senso che i Cadaveria interpretano il classicissimo dei Necrodeath "Mater Tenebrarum" e i liguri ricambiano il favore con "Spell" dei colleghi piemontesi. Poi è la volta degli inediti, dove troviamo i cantanti delle due band darsi una mano vicendevolmente: in "Domination of Pain" dei Cadaveria troviamo la voce di Flegias e in "Rise Above" dei Necrodeath quella di Cadaveria stessa. È infine il turno delle cover, la cui scelta mi è sembrata decisamente interessante: "Christian Woman" dei Type O Negative per i Cadaveria (pezzo che personalmente adoro) ed addirittura "Helter Skelter" dei Beatles per i Necrodeath (curioso come abbinamento, no?). Ad aggiungere pepe al tutto, il finale di "Mater Tenebrarum" condito con le note scritte da Keith Emerson che curò la colonna sonora di "Inferno" di Dario Argento e la presenza come guest della corista dei Cradle of Filth Lindsay Schoolcraft (fatto di per sé insignificante, ma che ben sottolinea l'accuratezza con cui questo EP è stato realizzato).

Insomma, senza aver udito una sola nota, mi sono sentito molto attratto da questo "Mondoscuro", per questo ho subito deciso di andare su YouTube per ascoltare qualcosa. Ho così principiato a visionare il video promozionale della release, ma, come spesso mi capita ultimamente, mi son distratto e ho iniziato a pensare ad altro. Posso comunque affermare che quel poco che mi è giunto al cervelletto mi ha confermato tutti quei motivi per cui le due band non mi sono mai piaciute. Mi ripugnano quei suoni, troppo patinati e "perfettini" per due proposte che intenderebbero rovistare nel torbido e che finiscono per trovare l'estremo nell'enfasi un po' artefatta di una cattiveria più che altro ostentata. È il mondo post-cradleoffilthiano, del resto, che mal digerisco: per quanto abbia amato i Cradle of Filth, non ho mai potuto sopportare quello che hanno generato. I Cadaveria, benché propongano una musica ben più estrema della classica gothic-band con voce femminile, non sembrano a mio parere raggiungere mai un equilibrio soddisfacente, girando a vuoto e rimpallando continuamente fra black metal, gothic, groove modernisti e post-cantautorato femminile à la PJ Harvey. I Necrodeath, che hanno una storia alle spalle che va ben oltre l'avvento su questo mondo della creatura di Dani Filth, nella loro versione post-reunion non mi hanno mai convinto, oscillando fra anacronismo e modernità senza anch'essi mai risultare davvero incisivi o all'altezza del loro nome. E dell'alone di insana malvagità dei primi album, loro vero carattere vincente, nemmeno l'ombra.

Su YouTube funziona che ad un video ne segue un altro più o meno collegato, e così iniziano a scorrere sullo schermo una serie di videoclip dei Cadaveria (detto per inciso: ma come saranno brutti i video semi-professionali? Perché li fanno? Non sarebbe meglio caricare una canzone su YouTube con il fermo immagine della copertina dell'album?).

Musicalmente non li continuo a digerire, ma vengo positivamente colpito dalle capacità vocali di Cadaveria, che per amor di sintesi (lei però non sarebbe d'accordo) potrei descrivere oggi come una sorta di Courtney Love decisamente più incazzata. Mi riferisco alla voce, perché come immagine ed attitudine essa si affida al classico armamentario gotico (capelli lisci neri, cerone sul viso, occhi nero-cerchiati, uniforme succinta in pelle nera ecc.), chissà perché me la figuravo più in carne. No, Cadaveria è molto magra, e sebbene non sia una bellezza nel senso classico del termine (non ha gli occhi verdi della divina Anneke, né la bellezza statuaria di Tarja Turunen e neppure il fascino tipicamente italiano che fa impazzire l'America della Scabbia), nonostante tutto questo, non dispiace alla vista e potremmo definirla come una donna sulla quarantina ben tenuta che la divisa gotica e il cuore di metallo ci fanno guardare con maggiore attenzione e gradire di più.

Ma al di là dell'aspetto fisico (su cui fra l'altro essa non sembra aver puntato più di tanto nella carriera, badando semmai alla sua direzione artistica - e questo non può che farle onore), mi chiedo: perché non mi ha mai attirato come personaggio? Eppure si sa, il maschile e bruto mondo dei metallari ha sempre avuto un occhio di riguardo per le (poche) donzelle che via via hanno calcato l'ostile Reame del Metallo: forse prima avvistate con una certa perplessità (strano, no? In un mondo dove i cantanti strillano come eunuchi), poi sempre più accettate e gradite, le donne nel metal si sono riuscite nel tempo a ritagliare significativi spazi, purtroppo anche non solo per meriti artistici (in un mondo un po' gretto come il nostro, l'occhio esige la sua parte - cosa veramente strana se si pensa ad icone come DeMaio ed Udo). Cadaveria no, non mi ha mai incuriosito, cosa tanto più strana (realizzo adesso) se si tiene conto del suo rispettabilissimo CV e del fatto che è stata fra le prime donne, se non la prima, a cimentarsi nello screaming.

E così, tutto ad un tratto, rapito dell'ispirazione di un sentimento fugace, ho iniziato a pensare a Cadaveria, e forse ad innamorarmene un poco, con quella predisposizione che si ha all'innamoramento quando si inizia ad avere una certa età. Si sa, alle scuole medie, alle superiori, piacciono le belle ragazze, invecchiando quelle interessanti. Non sono tuttavia riuscito a recuperare grandi informazioni sul suo conto (evidentemente la Nostra, oltre a non amare la sovraesposizione del suo corpo, non è interessata nemmeno a quella della sua persona), finendo così per imbattermi in una stringata pagina di Wikipedia in lingua spagnola (nemmeno in italiano!) che ci dice poco o nulla: che si chiama Raffaella Rivarolo e che è nata a Torino il 31 maggio del 1973.

Come è tuttavia mio uso e costume, preferisco conoscere un artista per mezzo delle note contenute nella sua musica e tralasciare le note biografiche, pertanto decido di continuare la mia ricerca su YouTube, dove ovviamente mi si offre un mondo. Decido di non perdere tempo e di andare dritto al nocciolo della questione, di andare all'origine del viaggio musicale di Cadaveria: "The Call of the Wood", Opera IX, 1994. Esso fu il debutto discografico della prima band della nostra eroina (all'epoca aveva poco più di venti anni), album che oggi viene riconosciuto come fra le migliori prove della valida ed ancora attiva band piemontese.

C'è una strana moda (non solo nel metal) che è quella di rivalutare ed innalzare a status di capolavoro, o perlomeno di opera seminale, certi album solo perché sono passati venti anni dalla loro uscita, soprattutto se quegli stessi album non hanno riscosso il meritato successo. Io c'ero nel 1994, e pure lo ascoltai "The Call of the Wood, che veniva ben recensito dalle riviste dell'epoca, senza però che si gridasse al miracolo. I Nostri probabilmente pagarono lo scotto di un periodo che non favoriva le formazioni italiane, perché in campo black metal "paganeggiante" non si era credibili se non si era scandinavi e, più in generale, in patria tirava un'aria aspramente esterofila. E forse pure io, lo ammetto, ero vittima di questi pregiudizi, perché oltre a Death SS, Sadist e Novembre seguivo ben poche cose affiorate dal suolo italico.

Fatta questa premessa c'era da dire che, laddove da qualche anno il black metal era padroneggiato con grande professionalità dai maestri norvegesi e svedesi, e qualche mese prima era uscito "The Principle of Evil Made Flesh" con cui i Cradle of Filth avevano ingegnosamente spalancato le porte del gothic al "metallo nero", il prodotto genuinamente artigianale degli Opera IX, per quanto ricco di spunti interessanti, era destinato a rimanere nell'ombra, schiacciato dalla superiorità delle proposte dell'epoca. Lavori come “The Call of the Wood”, a parte gli scherzi, ha più senso ascoltarli oggi: oggi che tutto quello che c'era da ascoltare è stato ascoltato; oggi che i grandi nomi o si sono sciolti o si sono sputtanati; oggi che il "vintage fa figo" e che fa comodo ritornare al "fantastico laboratorio degli anni novanta" per carpire lo spirito originario del movimento.

E proprio con questa predisposizione mi sono riavvicinato a "The Call of the Wood", che ho rivalutato ampiamente rispetto al ricordo sbiadito che conservavo. Suoni ruvidi e deliziosamente mal equalizzati spalmati in mega-suite (solo cinque brani per quasi un'ora di durata del platter) dove accade un po' di tutto: l'opener "Alone in the Dark" (18:13), la titletrack (11:06) e la conclusiva "In Sepulcro" (13:40) sono saggi di un "metal onnicomprensivo" che in tempi non sospetti iniziava a spaziare su schemi liberi inglobando partiture di pianoforte, calate doom, assoli elaborati, stacchi veloci e quelle atmosfere rituali che varranno alla band il titolo di "occult black metal". Non vi troviamo dentro la classe, l'eleganza, la fluidità, gli slanci consapevolmente progressivi e psichedelici degli In the Woods..., ma la propensione ad ammassare idee con una certa coerenza (cosa che diverrà la regola nell'epoca del post black - almeno dieci anni dopo, questo va riconosciuto) c'è già tutta. E questa attitudine un po' free, mischiata allo spiccato interesse per le culture e i riti pagani ed all'alone di oscurità che pervade l'intera opera, ci fa perdonare le varie sbavature che una produzione non professionale non ha saputo correggere.

In tutto questo svetta la voce di Cadaveria, che canta come un uomo ed offre una interpretazione agghiacciante (nel senso positivo del termine), in tempi in cui le donne dietro al microfono non erano così frequenti in ambiti estremi (a dirla tutta non mi vengono in mente, laddove le pioniere Kari Rueslatten, Anneke Van Giersbergen, Liv Kristine Espenaes, nel medesimo periodo, traghettavano con le loro angeliche voci i vari The Third and the Mortal, The Gathering e Theatre of Tragedy verso un gothic metal dal flavour sfacciatamente melodico).

Un punto a favore per la nostra Raffaella, che oggi guarda con indulgenza e tenerezza alle ingenuità commesse ad inizio carriera, una fase che era però infinitamente più geniale e verace di quella da lei incarnata oggi.