9 ott 2016

"UNTIL THE LIGHT TAKES US"


Ieri notte non riuscivo a dormire, avevo bisogno di amici e così ho guardato il documentario: "Until The Light Takes Us" dedicato al fenomeno del black metal norvegese. Questo interessante film girato nel 2008 ci porta nei meandri dei protagonisti della scena,  ci permette di ascoltare le parole dei personaggi di quel movimento che sconvolse una parte di Europa poco più di venti anni fa. 

Gli autori Aaron Aites e Audrey Ewell si prendono la briga di andare a trovare alcuni musicisti chiave della scena, a partire da Varg Vikernes nella prigione di Trondheim, per intervistarli e parlare della loro musica, delle chiese incendiate, ma anche dello spirito intellettuale del black metal mescolato alle contraddizioni della società odierna e alla quotidianità consumistica. 

Si entra a casa di Fenriz mentre ci parla di "A Blaze in The Northern Sky" dietro lo stendino con i panni umidi, si discute con il Conte delle sue idee rivoluzionarie, si fissa la pazzia negli occhi di ghiaccio di Frost o si beve qualcosa con Demonaz e Abbath degli Immortal. Nessuno racconta grandi novità, però il documentario attraverso le parole dei protagonisti ripercorre in modo confidenziale le tracce nere del black metal norvegese. 

Le riprese peraltro sono ben montate e con un discreto gusto cinematografico unito ad immagini underground dei vari gruppi (Mayhem su tutti) o foto dalle demotape e, quando si arriva immancabilmente al capitolo Euronymous, l'intervista coinvolge anche lo storico batterista Hellhammer (l'unico che scopa non a pagamento tra tutti nda). 
Le immagini di Dead vivo (scusate il gioco di parole) mi colpiscono, perché sembra un ragazzo strano e mi ricordano quelle immagini di Laura Palmer in "Twin Peaks" dove percepisci che qualcosa non va in quella pellicola e in quella persona. 

A sentire Vikernes parlare della sua vita a Bergen sembra tutto tranne che un pazzo o un assassino, appare lucido e serafico (questo probabilmente dovrebbe essere una spia della sua insanità), ma anche una persona presentabile e forse proprio questa serenità mi colpisce più di tutto.
Racconta di quando andava a sparare da giovanotto alle vetrine del Mc Donalds, si scaglia contro il cristianesimo, gli Stati Uniti e i media bugiardi, dentro di me so che non ha tutti i torti, però mi sento così distante da quegli occhi. Il nichilismo del Conte contro il mondo esterno e il consumismo lo porta a vedere una realtà piena di bugie, dove è stato traviato e ha compiuto degli errori anche a causa di un mondo bacato: "Nella foresta e nelle rocce - dice - è nascosta la verità, ma tutto il resto è contaminato da bugie".

Mentre le immagini della vita di Fenriz restituiscono l'idea di uno che vive ai margini della società, osteggiato dalla gente nel quotidiano per la sua apparenza. Sembra però un ragazzo in grado di divertirsi, perso dietro ad alcol e fumo nelle periferie, ma capace ad esempio di uscire con una ragazza al Rock Café. Vikernes no, Varg sembra fuori dal mondo reale e idealizza o critica una realtà che esiste solo parzialmente dentro la sua prigione e dentro la sua testa. 
Hellhammer invece racconta maggiormente ciò che è stato legato ai Mayhem, come il negozio Helvete o gli album chiave della band, però è un musicista più (scusate la parola) normale rispetto ai due protagonisti.

Fenriz e Vikernes ripercorrono la storia del black metal, ma analizzano anche il loro modo di vedere la vita o la famiglia. Ci parlano tanto, si traccia così il loro carattere nelle pieghe del loro volto, nel disagio di qualche sorriso abbozzato e nel nervosismo di alcuni frangenti. Sembrano dispiaciuti nel constatare che il black metal, senza neanche capire come, sia diventato una moda e sorrido nel vederli accanto in montaggio alternato, sorrido perché è come se vedessi me e mio cugino. 

Mi piacciono inoltre le immagini dei posti dove vivono, mi interessano perché trasmettono la vita scandinava dei personaggi che sono diventati una icona della musica estrema. Apprezzo anche la colonna sonora lontana dal mondo metal, ma densa di elettronica ad effetti ambient che arricchiscono il fascino delle immagini. 

A volte la sensazione è che il fenomeno black metal sia esploso tra le mani di questi uomini senza rendersi conto del motivo, come se si fossero trovati di fronte ad articoli di giornale, tribunali o servizi televisivi senza accorgersene, senza capirne del tutto la ragione. La cosa è andata oltre le loro aspettative ed è diventato un brand, ma erano consci delle loro idee e di quello che volevano nella musica? Soprattutto è necessario esserlo? 

Il passaggio più incredibile è sempre il racconto di Varg dell'omicidio di Euronymous, nel senso che ne parla come se avesse spostato un vaso in giardino o gettato un topo dal terrazzo; ho rivisto più volte questo passaggio, anche mentre Fenriz ne parla o vede la stessa confessione del Conte in televisione (peraltro in un inglese perfetto, altro che Fabio Lione nda)
La sensazione che colpisce è la serenità di come ne parla, anche rivedendo le immagini del processo, porta a pensare che avesse scelto una vita diversa attraverso un omicidio. Il rapporto causa-effetto tra Euronymous era un coglione, perciò l'ho ucciso, mi lascia sempre interdetto. Non per il concetto in sé, ma per la serena consequenzialità, come se dicessi mi metto la felpa perché ho freddo o faccio una doccia perché sono sporco. 

Altra immagine significativa, anche se un po' forzata, è il bambino in aereo seduto accanto a Frost, alle sue enormi borchie e la bocca aperta del bambino a metà tra lo stupito e lo spaventato. A tratti si vuole dare troppo romanticismo o genialità artistica al movimento, ma sapete gli amici a volte esagerano in un modo o in un altro. 

Per questo mi prendo comunque le occhiaie di Fenriz, il ghigno di Frost, gli occhiali da boss mafioso di Abbath, i discorsi del Conte e il fascino di Hellhammer e li porto tutti con me, dentro la mia quotidianità perché ci sono stati per venti anni e ci saranno per sempre.