10 ott 2016

RECENSIONE: ORANSSI PAZUZU, “VÄRÄHTELIJÄ”




Sotto la superficie di Metal Mirror c'è un universo tempestoso mosso da un caos tremendo che cerchiamo di dominare con tutte le nostre energie intellettuali. I flutti di parole che via via affiorano in modo incontrollato sono solamente la conseguenza delle falle che l'eccessiva pressione che questo universo turbolento (che poi sarebbe il metal nelle sue tre dimensioni temporali: passato, presente e futuro) esercita contro il nostro controllo.

Classifiche, retrospettive, riflessioni, revisioni, riletture: ricorriamo a tutto quanto abbiamo a disposizione per mettere un po' di ordine in questo parapiglia. Ma cerchiamo di scattare anche fotografie al presente per capire dove stiamo andando.

In particolare quest'anno ci siamo chiesti con insistenza quali potessero essere le sorti del nostro genere preferito in un periodo di incertezze, messaggi poco chiari e davvero pochi colpi di scena. Molti sono stati i temi da noi dibattuti, uno su tutti quello della dialettica fra innovazione e contaminazione.

Molte delle nostre riflessioni si rispecchiano nell'ascolto dell'ultimo album dei finlandesi Oranssi Pazuzu, giunti quest'anno alla loro quarto lavoro in studio: lavoro che segna un'altra tacca nell'evoluzione stilistica di questi cinque ragazzi e che si candida indubbiamente fra i migliori album dell'anno in campo estremo.

Punto primo: ha senso parlare ancora di distinzione fra classico ed estremo laddove le migliori energie creative si sono spostate entro i confini trasversali del neo- e del post-? Questo è un dato di fatto: sette uscite degne di nota su dieci sono oggi firmate o da gruppi progressivi (Dream Theater, Fates Warning ecc.) o da gruppi neo-progressivi (Haken, Opeth ecc.) o da geniali estrinsecazioni dell'estremo, come Novembre o questi Oranssi Pazuzu. L'album-classico-bello-bello-bello ha ancora da uscire in questo 2016: il presente non passa dunque dalla canzone, dal ritornello memorabile e soprattutto dai vecchi nomi (vabbe', aspettiamo l'ultimo dei Metallica per dirlo - risate in sottofondo). E tutto questo nel bel mezzo dei festeggiamenti dei trent'anni di carriera dei Neurosis e nell'attesa millenaria che i Tool pubblichino qualcosa di nuovo (ma qui si parla di tempi che son più vicini al Ciclo delle Fondazioni di Asimov che ai nostri giorni).

Oranssi Pazuzu, “Värähtelijä”, 2016. Partiamo da un dato di fatto: l'album dura quasi settanta minuti. E uno si chiede: ma possibile che oggi non è più possibile fare l'album asciutto che dice tutto in tre quarti d'ora (meglio ancora in quaranta minuti - e la mia mente va a "Rust in Peace")? Evidentemente no, ma il problema non è il dato artistico (se ce vojono tutti sti minuti vo' di' che ce vojono), ma quello sociologico: uno oggi ha tempo per dedicare settanta minuti agli Oranssi Pazuzu? Non dico un singolo ascolto (quello sì che ci si fa), ma tanti ascolti, tutti quelli che occorrono per dire "l'album è mio, me ne sono impossessato!". Tanto più che la proposta dei finnici non è semplice e ovunque si raccomanda attenzione e dedizione. Concentrarsi su di loro significa tralasciare tante altre cose (musicali e non), quindi mi chiedo: chi lo fa?

Gli Oranssi Pazuzu, del resto, sono un gruppo recente in un mondo recente dove le dinamiche di fruizione della musica son cambiate. Pochi ascolti, distratti e frammentati ci permettono di intravedere che si tratta di una grande cosa: questo secondo me è il modo di agire del 98% degli energumeni che si definiscono loro conoscitori. Il rimanente 2% è spartito fra studenti fuori corso che studiano con la loro musica di sottofondo (con esiti di rendimento disastrosi) ed agenti di commercio che passano molte ore in macchina e possono ascoltare l'album nella loro interezza (ma con il colpo di sonno, platano compreso, dietro ogni curva). Del resto oggi fa molto più figo ascoltare gruppi come questo che gli onesti parrucconi di una volta…

Il fatto (e questa è la nostra arrogante opinione) è che “Värähtelijä” è un album finto-ostico perché al di là della elevata durata dei brani e lo scheletro black metal che li muove, le sonorità esplorare dai cinque finlandesi di ermetico ed ostico hanno davvero poco, a meno che per voi siano ermetici ed ostici gli Hawkwind, a cui i Nostri guardano con una certa frequenza.

Gli Oranssi Pazuzu sono infatti protagonisti di una collaudata formula che vede flirtare black metal e rock psichedelico, un flusso di suoni allucinogeni che, al classico montare delle chitarre in modalità post-rock, preferisce la dilatazione dei suoni e l'abbandono a fumose strutture ricorsive. C'è quindi in questa musica la lascivia pinkfloydiana, le atmosfere siderali dello space-rock, passaggi più costruiti degni del kraut-rock più subdolo, l'alienazione reiterata degli Swans, il tutto rafforzato da un riffing pastoso in stile stoner e da quella rarefazione sonora che si sposa bene con le evoluzioni ultime del black metal. Un black metal decisamente presente, nella voce di Jun-His, nelle chitarre sfrigolanti, in diverse robuste accelerazioni che non ci saremmo aspettati in un contesto così "liquido".

Di complicato però non c'è molto per chi mastica le sonorità post- del terzo millennio (anzi, mi vien da pensare che l'unico gruppo oggi davvero complicato, per cui vale la famosa frase "si rendono necessari ripetuti ascolti per capire ed apprezzare adeguatamente", siano i Meshuggah). Sotto l'egida del Demone Arancione, invece, tutto scorre alla meraviglia: la sezione ritmica, sempre presente, detta i tempi con scorrevolezza, precludendo ogni possibile deriva verso i territori (quelli si, ostici per davvero) drone & ambient. Le chitarre fantasiose si muovono con disinvoltura sia nei riff belli grassi sabbathiani dalla forte fascinazione seventies, sia nei momenti in cui si fanno tese ed affilate per inseguire le sparate improvvise della batteria. Un bell'uso degli effetti, il magico volteggiare di un organo hammond gettano balsamo sulle poche ferite che questa musica può procurare all'ascoltatore. La voce, usata con parsimonia, è uno screaming secco e deciso (una buona notizia: avremmo sofferto ben di più se ci fossimo imbattuti nei vocalizzi eterei e lontani di un ubriaco) e riconduce il tutto, senza indugi, alla costellazione del post-black metal (in particolare a quello di scuola americana, con Wolves in the Throne Room e Leviathan come riferimenti più evidenti).

Un mix di elementi, questo, innovativo solo nella forma, perché nella sostanza ripercorre esperimenti in atto già da anni (basti pensare ai nostri Ufomammut), fornendo solo nuove sfumature a quell'universo post- che scaturì dal big bang neurosiano (un bel po' di anni fa).

Del resto oggi si procede a piccoli passi, e gli Oranssi Pazuzu ne fanno un altro, dimostrando cultura musicale, ampiezza di vedute, idee chiare, gusto, coerenza e capacità di trasmettere calore. Insomma, tutte caratteristiche che son tipiche del metal di ultima generazione.

Se mi chiedete se questi ragazzi hanno una marcia in più, vi rispondo di sì, perché creano un bell'amalgama dove le varie componenti si sposano alla perfezione in una dialettica vincente fra scorrevolezza e l’evento imprevisto: un modus operandi che fa sì che il livello di attenzione dell'ascoltatore rimanga sempre alto. Perché possono succedere molte cose in “Värähtelijä” e il Demone Arancione sarà il miglior Caronte possibile, il più titolato e competente per traghettarvi fra i miasmi allucinogeni di queste paludi nere. Accomodatevi, prego.