7 dic 2016

DOPO IL CAPOLAVORO: PANTERA E DREAM THEATER CONTRO SE STESSI




Non c'è compito più arduo per un musicista che quello di dover dare alla luce il successore a quel capolavoro che gli ha conferito successo immediato, notorietà, fama ed un posto garantito nella storia della musica. E' come trovarsi in un vicolo cieco: se fai qualcosa di diverso probabilmente scontenterai chi si aspettava un altro capolavoro sulla linea del precedente; se fai un album fotocopia come minimo ti dicono che ti sei seduto sugli allori. Un album, figuriamoci una carriera…

Da questo punto di vista a Kurt Cobain è andata pure bene, visto che si è tolto il pensiero togliendosi la vita. Se con "Nevermind" (1991) "cambiò il mondo", con "In Utero" (1993) riuscì a fare l'album che voleva, nonostante il fiato sul collo di pubblico, critica e casa discografica, nonostante si trovasse allora sul tetto del mondo, innalzato ad idolo generazionale, con tutte le pressioni che ne conseguono.

Non è un segreto che Cobain avesse in parte ripudiato quel "Nevermind" che lo rese un Mito, in quanto visto come un prodotto troppo commerciale e che per giunta non lo rispecchiava completamente come artista. Eppure non si potrà negare che l'album sia particolarmente riuscito, inanellando una serie di classici (almeno la metà dei brani posti in scaletta) che rimarranno scolpiti negli annali del rock: melodie azzeccate, riff e ritornelli memorabili, una interpretazione perfettamente bilanciata fra nevrosi e comunicabilità. Cobain dica quello che gli pare, ma "Nevermind" rimane il suo capolavoro, perché un'ispirazione così non la si troverà altrove nella sua scarna discografia.

"In Utero", tuttavia, ha i suoi innegabili pregi, in quanto lavoro coraggioso e decisamente riuscito anch'esso: sotto l'ala protettiva del grande Steve Albini, Cobain si riappropriò delle sue radici indie ed underground, sfornando brani dai ritornelli trascurabili e dalle forti distorsioni e dissonanze, flirtando con il noise rock, ma soprattutto dando libero sfogo alle proprie paranoie. Secondo la critica, questa era il capolavoro autoriale di Cobain, ma per molti fan fu una vera delusione. E per un certo verso lo fu per davvero, visto che non ci trovammo canzoni all'altezza di "Smells like Teen Spirit", "Come as You Are" o "Lithium".

Questo era solo un esempio di come grandi lavori possano essere oscurati da quelle opere emblematiche che brillarono di un successo clamoroso di pubblico e critica. Guardando al metal, mi vengono in mente due band che hanno vissuto una situazione simile, senza, fortunatamente, vivere il medesimo tragico epilogo che ha riguardato Cobain, distrutto dal dilemma di dover essere o apparire. Queste band sono Pantera e Dream Theater, che abbiamo indicato, per motivi diversi e per certi aspetti opposti, fra le più importanti ed influenti degli anni novanta, e che non a caso abbiamo inserito rispettivamente fra coloro che sconvolsero il metal (i Pantera) e coloro che, in un era di sconvolgimenti, tentarono un approccio più costruttivo (i Dream Theater). Entrambe le partite si sono giocate in contemporanea, primo tempo nel 1992 e ripresa nel 1994.

Capitolo Pantera: stiamo parlando di "Vulgar Display of Power" e "Far Beyond Driven". Chi ha vissuto quell'epoca si può benissimo ricordare come l'uscita di "Far Beyond Driven" fosse preceduta da aspettative altissime. Il fatto è che con quel nuovo album gli elementi di successo di "Vulgar Display of Power" vennero in parte messi da parte, trasfigurati in un medium più complesso e violento che faceva di "Far Beyond Driven" un prodotto assai più difficilmente digeribile del suo predecessore, che invece si era imposto per immediatezza e, se vogliamo, orecchiabilità. Onore ai quattro Cowboys from hell che, invece di ammorbidirsi e cedere alle logiche del mercato, decisero di rincarare la dose, flirtare persino con il death metal, con lo sludge, tralasciare le melodie e farsi portatori di un sound sporco, compresso e privo di compromessi.

Il Mito dei Pantera era già così potente che le recensioni ne incensavano ancora le gesta: si apprezzava il coraggio, la violenza, l'intransigenza, ma nel cuore continuava ad albergare "Vulgar Display of Power", che aveva una verve, una freschezza, una carica innovativa che lo avrebbe reso, già nel corso degli anni novanta, uno degli album più seminali dell'intera storia del metal. Il fatto è che nel nuovo lavoro i brani erano meno anthemici, i ritornelli meno memorabili, i riff meno incisivi e persino il groove (la vera "invenzione" dei Pantera) cedeva spazio alla velocità o, di contro, a fangosi rallentamenti.

In conclusione piaceva l'attitudine, ma brani come "I'm Broken" e "5 Minutes Alone" non potevano rivaleggiare con le vecchie "Mouth of War", "Walk", "Fucking Hostile" o "This Love". In "Far Beyond Driven" non c'era nemmeno l'"immancabile ballata" dei Pantera (una bella tradizione inaugurata con "Cemetary Gates" in "Cowboys from Hell"), sebbene la cover di "Planet Caravan" dei Black Sabbath, fra quieta psichedelia e polvere sudista, al termine di questo putiferio ci stesse come il cacio sui maccheroni.

Insomma, a denti stretti e senza proclamarlo ad alta voce, si rimase un po' delusi da "Far Beyond Driven", che nei fatti era il miglior album possibile che i Pantera potessero allora sfornare. E che da un punto di vista concettuale era persino superiore e più maturo del più spontaneo ed impulsivo "Vulgar Display of Power". Questa è la dimostrazione che il Mito, una convinzione radicata nella sfera più profonda del cuore dei fan, è un qualcosa di veramente difficile da abbattere.

Stesso destino toccò ai Dream Theater con "Awake", sebbene il terzo full-lenght licenziato dagli americani non si possa definire proprio una delusione. Eppure i commenti al vetriolo di certi fanatici dell'epoca li ricordo. E se tu in buona fede pensavi che questi detrattori fossero dei retrivi dalle orecchie di velluto e che il loro disappunto originasse dal groove modernista e dal riff pesantissimo di "The Mirror" (già, a proposito, nel frattempo il mondo si era panterizzato...), loro ti dicevano che no, che non era quel pezzo il problema, ma il fatto è che si era perso qualcosa rispetto ad "Images and Words", qualcosa che un comune mortale non può capire, tipo la plettrata in contropelo di Petrucci, che difettava in classe e personalità. I Dream Theater si erano appiattiti e il fatto che Moore avesse abbandonato la formazione prima ancora dell'uscita dell'album rinforzava i sospetti e rinvigoriva le tesi di costoro.

Che dire a mente fredda: "Awake" è un album formalmente impeccabile, pieno di novità, ma senza quell'armonia, quell'ispirazione, quella luce interiore che animava le composizioni di "Images and Words", come se i Dream Theater avessero già principiato ad avviarsi verso un modo di suonare più ragionato, se non addirittura manieristico, consapevoli di essere i garanti di una formula inedita (e gradita!) nel metal a base di prog e virtuosismo esasperato. E non è un caso che l'album, pur caratterizzato da una media qualitativa altissima, non consegni ai posteri brani memorabili (perché "Lie" e "Scarred", per quanto immancabilmente riproposte dal vivo ancora oggi, non lo sono, per lo meno in confronto a gioielli come "Pull Me Under", "Take the Time", “Metropolis - part 1" o "Learning to Live").

Ma dal punto di vista delle intenzioni, come i Pantera, i Dream Theater non sbagliarono nulla: modernizzarono il loro sound (operando una drastica riduzione dei momenti più mielosi e degli "episodi pop" che a molti non andavano giù), amplificarono i loro punti di forza, aggiunsero complessità, collegarono brani diversi con temi ricorrenti, intrisero il tutto di una patina di inedita inquietudine e sofferto intimismo, incupirono l'atmosfera generale e, per andare sul sicuro, allungarono il brodo e buttarono in copertina tante allegorie che non si trovavano in un dipinto del Seicento.

Come nel caso dei Pantera, tuttavia, Petrucci e compagni dovettero affrontare loro stessi, il fantasma di un album inarrivabile che non solo aveva goduto di una ispirazione irripetibile, ma che aveva delineato nuovi standard nel concepire e suonare il metal.

Innanzi ad una sfida di tale portata, a mio parere entrambi vinsero, sebbene il mio cuore mi porti a preferire i due capolavori del 1992. Ma come si sa il cuore spesso non è il miglior critico musicale. Oppure lo è e sa vedere dove l'intelletto non arriva perché distratto da futili ragioni. "Far Beyond Driven" ed "Awake", considerato anche lo svantaggio iniziale (prima le due band avevano poco da perdere e tutto da guadagnare; dopo l'esatto contrario), sono persino superiori ai loro predecessori, per ricerca e capacità di trovare un "post" credibile ad una carriera sì lanciata ma anche ferma ad un bivio. "Vulgar Display of Power" ed "Images and Words" erano invece animati dal sacro fuoco dell'ispirazione che quando trova il giusto contenitore dà origine a prodigi.

Giudicare quale sia il migliore non è facile, perché bisogna valutarli in un ostico terreno dove si consuma la sempiterna lotta fra ragione e sentimento: e voi da che parte state?