9 dic 2016

NATURA "MATRIGNA": MOONSORROW E LEOPARDI A CONFRONTO...



Passi di un uomo su un terreno ghiacciato. Respiro affannoso, dolorante, provato. In sottofondo rumore di un vento, che immaginiamo gelido. Il calpestio aumenta il ritmo per poi fermarsi. Ancora una breve corsa, il respiro si fa più veloce, più sofferto. 
Poi un tonfo: l’uomo si è inginocchiato, probabilmente davanti a una distesa d’acqua (si sente un lieve sciacquio, come di onde marine).
Un attimo di pausa e poi un urlo. Un urlo agghiacciante, da brividi lungo la schiena. Un suono che ha poco di umano e che sembra provenire dal fondo di un’anima devastata che pare trovarsi di fronte all’irreparabile. 

E’ l’uomo senza speranza, solo. 

Di fronte alla morte. Di fronte al Nulla.

A cura di Morningrise

Ho provato a descrivere i 95” di "Kuolleille", sesta traccia del sesto studio album dei finlandesi Moonsorrow, “Varjoina Kuljemme Kulloeiden Maassa”. Scioglilingua impronunciabile che sta a significare "Come ombre camminiamo nella terra dei morti".

“Kuolleille” è un intermezzo, non una canzone. Gli intermezzi sono spesso usati dalla band di Helsinki e in VKKM ve ne sono tre, alternati ai quattro brani veri e propri (pezzi uno più bello dell’altro, che vanno dagli 11 ai 16 minuti di durata).
Non a caso “Kuolleille” che vuol dire “Ai morti”, è posizionato dopo “Huuto”, l’Urlo, appunto.

Non è scopo di questo post discutere della musica della band dei cugini Sorvali, tema enorme per il quale non basterebbero dieci post dedicati. Forse un giorno lo faremo, ma non oggi.

Oggi ci soffermiamo su quell’Urlo, quel grido straziato che mi ha colpito dritto nello stomaco. In maniera forte, potente. E mi ha portato ad una considerazione generale sulla poetica di questa grande band. In particolare sul rapporto tra Uomo e Natura.

Da sempre il black/pagan metal è fortemente relazionato alla celebrazione della Natura, della sua bellezza e della sua purezza. Del resto la Scandinavia, dove il genere è nato e si è sviluppato, ben si presta a questo tipo di riflessioni.
Ora: in realtà i Moonsorrow, nonostante quello che si scrive in rete, non suonano né black né pagan/viking metal. Ma qualcosa di molto di più e difficilmente definibile (cosa che peraltro poco ci interessa fare). Ma è indubbio che, come tanti altri gruppi di sottogenere e provenienza affine, anche i Moonsorrow nelle loro opere abbiano espresso interessanti ragionamenti sulla Natura; una Natura sì bella e maestosa, come tante volte l’abbiamo sentita descrivere dai gruppi black scandinavi, ma, a differenza di molti di questi, essa non è Madre amorevole verso la quale ricercare un’armonia e una convivenza oramai perduta e alla quale si anela. Nella visione dei Moonsorrow, almeno come codificata in capolavori come “Verisäkeet” e il citato VKKM, non c’è spazio per la contemplazione e celebrazione della Natura e dei paesaggi del “Grande Nord”, cui essi stessi appartengono.

E’ a questo punto che gli studi liceali mi tornano in mente e in particolare il tema del Pessimismo Cosmico del nostro Giacomo Leopardi, locuzione con cui si intende, sintetizzando al massimo, come l'infelicità sia indissolubilmente connaturata all'esistenza stessa dell'uomo, il cui destino, fondamentalmente, si rivela essere pura sofferenza. Al centro di questa visione, Leopardi pone al centro la Natura, vista come “matrigna”, al contempo crudele e indifferente. Crudele perché ha creato l’uomo con un insopprimibile desiderio di felicità inappagabile; e indifferente in quanto totalmente incurante del dolore umano; uomo che è totalmente impotente nei confronti delle leggi inesorabili e meccaniche che fanno andare avanti il Mondo.

Ne “La ginestra”, opera della maturità del 1836, Leopardi certifica in maniera definitiva questo pensiero definendo la Natura in modo drammaticamente sprezzante Madre è di parto e di voler matrigna. Una conclusione i cui prodromi il poeta aveva in realtà già espresso in “A Silvia”, la celeberrima lirica del 1828 in cui si rivolgeva implorante ad essa con queste parole: O natura, o natura / Perchè non rendi poi / quel che prometti allor? / Perché di tanto / inganni i figli tuoi?

Ovviamente i Sorvali non sono Leopardi, e quindi nella loro visione non si raggiungono i livelli di profondità e di riflessione del pensatore marchigiano. Ma il senso di epicità, di dolore e cattiveria che raggiungono le loro composizioni quando trattano il tema è parimenti potente.
L’essere matrigna della Natura è un qualcosa, rispetto al Pessimismo Cosmico leopardiano, di più basico, fisico, materialistico. In essa non c’è spazio per l’Uomo; ed è qui la grande differenza con tante altre band scandinave che trattano la Natura. Nella visione dei Moonsorrow l’armonia tra Uomo e Natura infatti sparisce. Le foreste, i fiumi, le montagne diventano luoghi inospitali, dove è pericoloso addentrarsi e dove l’uomo non è ben accetto. E’ così, ad esempio, che tra gli alberi di una foresta l’incauto viaggiatore verrà ghermito dagli artigli di un orso e lasciato per terra a marcire. Gli animali sono gli unici ammessi, capaci di sopravvivere all'interno di questi ambienti che non offrono riparo ad altri esseri viventi e chi prova a inoltrarvisi farà una brutta fine e il sangue della sua carogna ne macchierà il manto innevato.

E dove non ci sono le foreste, troviamo a dominare imponenti paesaggi di roccia e ghiaccio. Un ghiaccio anch'esso "nemico" che acceca la vista e che lavora all’unisono con un vento infuriato, che sferza le montagne e spacca la pelle gelata. A nulla varrà pregare: le invocazioni di salvezza dell’Uomo saranno inascoltate e i cieli verso cui salgono sono senza stelle, bui, senza pietà.

Vi sono molteplici brani in cui i Moonsorrow ci parlano di queste cose (peraltro rigorosamente in finlandese…). Ma probabilmente il pezzo emblematico è la splendida “Pimeä”, il Buio, top-song di "Verisäkeet", in cui i finlandesi esprimono il tutto con queste parole (usiamo per l'occasione ovviamente la traduzione in inglese): Under the branches of dead trees / You sit and listen to dead birds / Your body shivers from the cold / And you won’t find your way back / when your eyes get used to the dark.

In VKKM, essendo questo un concept-album ambientato in uno scenario post-apocalittico (con testi e ambientazioni che rimandano molto al quasi-coevo film del 2009 “The Road”) questi temi sono ancor più estremizzati. Il mondo è privo di vita, i fiumi inquinati, le foreste spoglie. E la conclusione dei Moonsorrow è davvero pessimista in modo cosmico, estrinsecandosi in modo plastico con “Kuolleille”: il sospiro di un uomo che si trascina esausto e che cade in ginocchio davanti alla desolazione della fine della Terra.

Quell’urlo, quell’urlo… Ma esso, come detto, non riceverà pietà o soccorso, rimanendo inascoltato.

Alla fine in sottofondo rimane solo il rumore delle onde, continuo, uguale a se stesso. Indifferente alla sorte degli uomini, a ricordarci che...come ombre camminiamo nella terra dei morti