22 dic 2016

RECENSIONE "JUMALTEN AIKA" (MOONSORROW)


Aaaahhh, finalmente! Sapevo che prima o poi sarebbe dovuto accadere! Mica potevano continuare così, a sfornare album meravigliosi uno dietro l’altro! Manco fossero gli Opeth…(per i quali abbiamo dovuto aspettare addirittura il nono album, "Watershed", per averne uno soltanto “buono”).

Che poi i Moonsorrow non mi stanno neppure troppo simpatici. Sarà per sta mania di suonare dal vivo sempre con il volto e il corpo irrorato da succo di pomodoro (dai ragazzi, siamo nel 2017…basta con sti effetti da quattro soldi! Vi rendete ridicoli...); o sarà per la consuetudine di Ville Sorvali di cantare a torso nudo non avendo il phisyque du rôle per farlo, con quella panza da bevitore di birre e le spalle cadenti (certe cose, Ville, lasciale fare a gente come Matthew Barlow che è meglio). O ancora per l'atteggiamento dello stesso Ville poco rispettoso nelle video-interviste che ho visto in rete, nelle quali si presenta davanti al giornalista di turno ostentando lattine di birra e ingollandosele senza ritegno mentre l'interlocutore gli parla (come se non potesse aspettare dieci minuti per bersele…).

A cura di Morningrise

Ecco, a parte queste cazzate, tra me e i Moonsorrow è stato amore a primo riff. Da subito mi hanno stregato, conseguentemente catturato e non mi hanno mai deluso, tanto da farne una delle mie band metalliche preferite di questo terzo millennio.

Piccola parentesi per chi fosse vissuto negli ultimi 15 anni su Marte e non li conoscesse ancora: a costoro possiamo dire che la formula vincente dei cuginetti Sorvali (Ville e Henri) è alquanto semplice. Si parte da spunti e spirito bathoryiano, lo si intinge per benino nelle elettrificate lezioni “circolari” impartite da Burzum, e si completa il tutto con quelle corpose venature folk che ai finlandesi piacciono tanto (e che li rende così diversi, e immediatamente riconoscibili, dagli altri vicini scandinavi).

Il sound dei Nostri quindi procede per accumulo di sezioni: ne parte una, poi viene intervallata da momenti ambient/folk, oppure da partiture da colonna sonora cinematografica, o ancora da arpeggi riflessivi su un sottofondo di rumori “naturalistici”, fino all’incedere circolare della sezione successiva. Sezioni che a volte riprendono stilemi black, altre volte epic/viking, altre ancora classicamente heavy. Facile capire come si faccia presto a sforare i 10-12 minuti per canzone, in cui il muro delle chitarre, corpose ma taglienti assieme, sono accompagnate da una sezione ritmica potente e caracollante e che rendono il tutto più “rotondo” e maestoso.

Semplici e complessi, diretti e progressivi, malinconici e trascinanti, sempre maledettamente epici e con un’aura tragica soverchiante, per chi scrive i Moonsorrow non hanno mai suonato viking/pagan metal tout court (nonostante quello che si legge in rete sui siti specializzati). Forse solo nella loro prima accoppiata iniziale, “Suden Uni” e “Vojmasta Ja Kunniasta” possiamo prendere per buona questo "incasellamento". Perché dal loro terzo full-lenght in poi, l’enorme “Kivenkantaja”, hanno inanellato una serie di carichi da 90 davvero incredibili e sfaccettati e  per questo difficilmente etichettabili. Quattro capolavori in fila, tutti fottutamente marchiati col su descritto moonsorrow-style, ma uno diverso dall’altro, ognuno riconoscibile per un atmosfera peculiare. E che, elemento non trascurabile, crescevano enormemente con il numero dei giri nel lettore. Non è un caso che spesso, dopo i primi due/tre ascolti, mi dicessi: hmmm, questa volta non mi emozionano…questa volta hanno mezzo toppato. Poi la voglia di schiacciare "play" ed ascoltarli di nuovo non mancava. Anzi, era quasi un’impellenza. E alla fine, cogliendo le diverse sfumature, i particolari degli arrangiamenti, l’emozionalità del tutto, dovevo ammettere che di nuovo avessero tirato fuori un album straordinario. Mi è successo così, ad esempio, per “Verisäkeet” (2005) e per “Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa” (2011).

E speravo succedesse così anche per “Jumalten Aika” (2016), ultimo nato in casa Moonsorrow e settimo studio-album della band, il primo per il colosso Century Media (i precedenti sei erano stati licenziati per l’ottima etichetta finlandese Spinefarm).
Come prima cosa va detto che il concept che vi sta dietro appare un po’ stantio: è la “solita” storia per la quale, agli inizi del Tempo, gli Dei crearono gli Uomini ma, nel momento in cui quest’ultimi impararono a scrivere e a raccontare storie, inventarono a loro volta gli Dei finendo poi per rigettarli e fare a meno di loro. Ma la ricchezza e il progresso  raggiunti, simboleggiati da Ferro e Oro, porteranno a Fuoco e Morte e alla conseguente fine dell'Età dell'Uomo. A questo punto il ciclo ricomincia…carina l'idea per carità, ma poco originale.
Ma il problema non è questo: sul versante musicale, dopo ripetuti e ripetuti ascolti, ho dovuto ammettere a me stesso che qualcosa non funziona, che alcune parti sono un po’ stanche; che gli epici cori di ”Ihmisen Aika”, o i suggestivi intermezzi cinematografici a-là-UltimodeiMohicani di “Ruttolehto” (peraltro bellissima) sono tutto sommato prevedibili; così come il grezzo mid-tempo viking di “Suden tunti” è privo di quello scatto di reni imprevedibile che in passato mi aveva sempre spiazzato. 

Attenzione, non voglio assolutamente dire che la band si sia adagiata sugli allori. Perchè se così fosse, gli sarebbe bastato fare mosse più commerciali, comporre pezzi di 6-7 minuti, passare alla lingua inglese (e invece il tutto è cantato rigorosamente in finnico) e poco più. 
No, i Moonsorrow non si sono mai “venduti”, non hanno mai optato per l’opzione più semplice. Sono sempre quelli che, dopo due botti come i già citati “Kivenkantaja” e “Verisäkeet”, a quel punto potendo davvero "rilassarsi" un attimo, se ne sono usciti al contrario con un disco complesso, coraggiosissimo e anti-commerciale come “Viides Luku – Hävitetty” (2007), composto da appena due-dico-due canzoni per 56 minuti di durata (per chi scrive, peraltro, il loro disco più riuscito).

"Semplicemente" qua siamo davanti a un disco che, seppur senza pecche evidenti, appare leggermente meno ispirato del solito; che ripropone, rimescolandoli, tutte le caratteristiche del loro sound (con una strizzata d’occhio maggiore per quello degli esordi rivisitato con una produzione più moderna), come detto in maniera prevedibile, forse un po’ troppo “calcolata”, senza avere quel quid (che fosse di epicità o di sofferenza; di spirito guerriero o di tragica melanconia) che avevano segnato, rendendoli unici, i dischi del passato.

Insomma, date retta a Metal Mirror: questo è senza ombra di dubbio il peggior disco di sempre dei Moonsorrow.

Nonchè una delle migliori uscite del 2016


Voto: 7,5

Canzone top: “Mimisbrunn”

Momento top: l’epica coda di “Jumalten Aika”

Canzone flop: nessuna

Etichetta: Century Media

Dati: 5 canzoni, 67’