16 dic 2016

"URLA NORVEGESI": E. MUNCH E I DARKTHRONE






Il carattere distintivo della Norvegia è come l’avvertenza nella parte posteriore di un autobus: ti indica la distanza di sicurezza da tenere (Gylve Nagell – alias Fenriz)

Nel bellissimo documentario sul Black Metal norvegese “Until the light takes us”, di cui Metal Mirror ha già trattato grazie al nostro Lost In Moments, veniamo a conoscenza di un personaggio che, ad oggi, è considerato il più importante artista contemporaneo norvegese: Bjarne Melgaard.

Classe ’67, Bjarne è un cittadino del mondo: nato in Australia da genitori norvegesi, è cresciuto ad Oslo ma il suo lavoro l’ha portato a fare esperienze, di vita e di lavoro, in mezza Europa e negli Stati Uniti, dove attualmente risiede.

A cura di Morningrise

Melgaard non è né un pittore né uno scultore ma una sorta di “artista a tutto tondo”, essendo le sue opere un mix di disegni, quadri e installazioni in cui ha spazio anche la parola scritta, il tutto approcciato con un gusto e un punto di vista fortemente provocatorio.
Tra i diversi temi affrontati nella sua carriera, un posto di spicco lo hanno avuto il sesso (soprattutto nella sua forma sadomasochistica) e la musica. Ed essendo norvegese, ma soprattutto interessandosi alle sottoculture sociali alternative, non poteva che accostarsi da vicino al Black e fare la conoscenza di chi quel genere l’ha forgiato.

Il perché Melgaard sia stato così affascinato da Darkthrone, Immortal, Burzum e compagnia satanica, ce lo spiega lui stesso, confrontandoli (e dandoci quindi lo spunto per questo post) nientepopodimeno che al norvegese più celebre della storia recente: Edvard Munch (1863 - 1944): 
Mi sono fermato a pensare cosa fosse il vero fenomeno culturale in Norvegia, e non riuscivo a trovarlo. La Norvegia è piena di fenomeni culturali mediocri e se ve ne sono di importanti, sono completamente ignorati. Cosa succede con il Black Metal qua in Norvegia? Quello che mi interessava di più in esso era l’estetica spettacolare, lo stereotipo del corpse-paint. Assomiglia a qualcosa che avevamo visto in passato, ma non è la stessa cosa. Se confronti la foto di “Transilvanian Hunger” con “L’urlo” di Munch vi sono molte similitudini. Non credo che sia un riferimento forzato, come dicono alcuni. Munch sapeva che c‘era da aver paura dell’eccesso di emozioniun contenuto emozionale che ho rilevato soltanto nel Black Metal norvegese”.

101 anni: tanti sono passati da quello che è senza dubbio uno dei più celebri dipinti della Storia dell’Arte ("L'Urlo"- 1893, appunto) dal più importante album black, "Transilvanian Hunger" (1994) dei Darkthrone.
Melgaard, come suriportato, dà una bellissima chiave di lettura per questo parallelismo che può apparire azzardato ma che a me ha fatto tornare in mente le splendide parole scritte dal nostro Mementomori nel momento in cui descriveva proprio TH e la sua copertina: “[…] fino ad arrivare a un bianco/nero (quasi si trattasse di un quadro astratto o neo-impressionista) di un losco figuro urlante e con un candelabro in mano appena distinguibile nell’oscurità”.

Come racconta lo stesso Munch, l’ispirazione per il quadro nasce da una visione di un tramonto su un fiordo in cui l’autore dichiara di avvertire una vertigine; in cui la Natura che lo circonda pare essere attraversata da un urlo dolente e potentissimo, tale da provocargli appunto un senso di vertigine insopportabile. In quella figura priva di capelli, quasi senza scheletro, che pare fusa direttamente con l’ambiente circostante, ognuno di noi vi può vedere quello che più sente e che l’immagine gli fa avvertire nell’animo.
Di certo, ciò che suscita l’Urlo attiene alla rabbia, al dolore, alla paura e l’angoscia. Per l’esistenza limitata dell’Uomo? Per la consapevolezza della fuggevolezza dell’esistenza? Per la falsità dei rapporti umani? Dai critici abbiamo letto di tutto. E ogni interpretazione è ovviamente valida.

Seguendo il filo del nostro ragionamento comparativo, possiamo dire a questo punto che, a differenza de “L’Urlo”, opera pittorica che rimane di fatto “sorda e muta”, TH si può, per nostra fortuna, anche ascoltare con il senso dell’udito. E il riff che ci accoglie una volta schiacciato “play” è probabilmente il riff più celebre della storia del Black, quello della title track
Qualche tempo fa, in riferimento ad esso, il nostro Dottore mi disse: “è un riff che ti prende e ti trascina giù”. Poche parole, ma così efficaci e adeguate. Forse è proprio in questo concetto, in quel "ti trascina giù", che vedo il trait d’union tra Munch e i Darkthrone, tra “L’Urlo” e TH, link individuato anche da Melgaard. E cioè che sono entrambe opere che ti afferrano nello stomaco, ti avvolgono e ti obbligano a scavare nei recessi del tuo animo a porti le domande sul senso della vita e, in definitiva sulla sua limitatezza e tragicità. Il tutto dominato da un senso di Morte di una potenza mai vista e udita.

Lo capiamo più a fondo ancora una volta grazie alle parole di Mementomori: “[…] melodie che corrono alla velocità della luce, scavano, penetrano nella carne e nelle ossa, perforano la materia fino a trascendere il Reale. […] Quel che ci insegnano i Darkthrone è che il Black Metal è un genere che tende all’Assoluto, un movimento, uno slancio artistico che […] trova la sua forma più autentica, la perfezione, man mano che si approssima a quel luogo posto oltre l’Infinito”.
Impossibile dirlo meglio. Impossibile specificarlo in maniera più efficace.

Due capolavori assoluti quindi che veicolano, con strumenti diversi e con uguale grandezza artistica, la tragica piccolezza della Natura umana.

Due opere che ci fanno capire il perché, come ci diceva Fenriz all’inizio del nostro scritto, bisogna stare attenti a non avvicinarsi troppo alla personalità della Norvegia