2 set 2017

IO POGO: L'ARTE DEL POGARE E LE SUE IMPLICAZIONI PSICO-FISICHE



Non racconterò oggi niente di straordinario, perché quelle di oggi sono storie che abbiamo vissuto tutti noi. Chiunque abbia presenziato ad un concerto metal, piccolo o grande che sia stato, ha assaporato umori, odori, sensazioni che si vivono "under the stage" o, per meglio dire, "under siege".

La pratica del pogo è oramai, insieme all'headbanging o fare le corna, una modalità irrinunciabile dell'essere metallaro ed almeno una volta è stata sperimentata da chiunque. Sta poi alla sensibilità personale decidere se "retrocedere" o rimanere in prima fila.
Questo dipende ovviamente dall'età (invecchiando si tende a divenire più pacifici, per non dire pantofolai), ma anche dalla generazione di appartenenza. Mi è infatti sembrato di assistere, nel corso degli anni, ad un affievolirsi del fenomeno del pogo: una tendenza delle nuove generazioni a volersi godere di più il concerto, fruire della musica senza troppe interferenze e contusioni. Questo non è un male e forse è anche un segnale di intelligenza, se si pensa a quanto costano oggi i biglietti dei concerti e considerando che, pogando, lo spettacolo può seriamente passare in secondo piano.

Personalmente parlando, mi pongo a metà strada, definendomi un "cauto pogatore": non mi piace stare nel cuore del pit, ma nemmeno seduto in tribuna ad applaudire come se fossi in teatro. Diciamo che il contatto con gli altri mi piace e che, se ci riesco, amo collocarmi in quel limbo che sta fra "la fossa dei leoni" (e di tanto in tanto mi capita di respingerne qualcuno dentro) e la fascia di popolazione laddove sopravvive qualche esaltato e la gente ama ancora saltare ed abbracciarsi.  Non amo la violenza e non accetto chi si getta nel pogo solo per sfogarsi o per fare del male agli altri (mi vengono in mente quegli ultras che vanno allo stadio più per cantare i cori e per offendere gli avversari che per godersi la partita), ma capisco che se fatto in modo sano il pogo può essere una buona cosa.

Che funzione ha il pogo? Ai miei occhi è una sorta di "modalità enfatizzatrice" che, se attivata, permette di godere in modo più pieno e fisico della musica. Già la resa live è un qualcosa di più potente rispetto ad una incisione in studio: stare a contatto con gli altri, sentire le vibrazioni che dagli amplificatori si propagano ai corpi e da essi agli altri corpi, cantare, gridare, saltare è indubbiamente una sensazione ancora più potente (se ovviamente non si è dei sociopatici maniaci dell'igiene...). Il pogo è un passo ancora più in là: lo spintone può divenire qualcosa di più intrusivo, violento e finisce che ci si può far male o perdere dei beni personali. A me sono capitate entrambe le cose.

La memoria corre ai primi anni di scuola superiore. Un concerto nel cortile del liceo, un pomeriggio di occupazione: poteva questo essere un buon banco di prova per un giovane metallaro che ancora non aveva assaggiato l'ebrezza del vero pogo. Suonava una band locale emergente, che poi non si sarebbe affermata, ma che all'epoca prometteva bene e si muoveva già su un terreno professionale: i Deliria, fautori di una sorta di thrash/death con testi in italiano. Non male: il tiro era notevole, il problema è che il pubblico non era composto da metallari detentori di quel "codice d'onore" che deve per forza accompagnare la pratica del pogo, ma da cazzoni che avevano solo voglia di far casino. Gente sguaiata, gente scoordinata che della musica si curava fino ad un certo punto. Il risultato fu una testata clamorosa sul mio naso da parte di un cretino (volendo ricordo nome e cognome) che, spinto violentemente, perse l'equilibrio e piombò a peso morto sul mio viso. Niente di rotto, ma lacrime e dolore indicibile.

Il battesimo ideale per avviarmi lungo la retta via del pogo professionista ed adottare quelle accortezze per evitare situazioni dolorose, no? Niente affatto: la stessa scena identica si sarebbe ripetuta qualche anno dopo ad un concerto dei Cradle of Filth, con il risultato che qua il naso iniziò a sanguinare. Se ascoltare "The Forest Whispers My Name" nel cesso del locale mentre si sputa sangue rimane comunque un’esperienza dal discreto fascino (se non altro coerente all'immaginario vampiresco professato dalla band), la cosa non mi esaltò nel complesso e capii che evidentemente c'era qualcosa che sbagliavo nella mia "strategia di pogo".

Mi venne in soccorso la sera stessa un mio amico un po' più grande, più esperto e smaliziato (lui  se ne stette tutto il tempo nelle retrovie con i tappi nelle orecchie minando strani e lenti gesti con le mani, forse gli pareva di suonare una chitarra immaginaria…) che mi rivelò la regola d'oro del pogo: quando poghi, stai sempre con le braccia in avanti per proteggere il viso. Presi alla lettera il consiglio e se da quel giorno nella "fossa" avete visto un coglione che si atteggiava da boxeur sulla difensiva, quello ero io. E' anche vero che all'epoca (fortunatamente) non portavo ancora gli occhiali, che avrebbero cambiato le mie abitudini in ogni ambito della vita, compresa la dimensione del pogo.

Capitolo occhiali. Posso candidamente ammettere di essermi rotto gli occhiali almeno due o tre volte durante il pogo ed addirittura una volta li ho persino smarriti. E' che sono duro di comprendonio, questo lo avrete capito, ed in certe circostanze non solo dimostro scarse capacità deduttive (ossia: ci devo battere il naso - in tutti i sensi- sulle cose per capirle), ma anche di apprendimento.

La prima avvisaglia l’ho avuta ad un concerto degli Iron Maiden, il primo evento metallico veramente importante della mia vita. Qui non si parla di pogo vero e proprio, ma di quella  sorta di tsunami che si genera dalla somma dei piccoli movimenti di migliaia di persone. Con l'ingresso degli Irons sul palco di colpo mi ritrovai cieco, con le lenti completamente appannate per colpa del calore e dell'entusiasmo del pubblico festante. In più, poiché la montatura dei miei occhiali era particolarmente lente, me li ritrovai calati sul naso con il rischio che mi scivolassero via da un momento all'altro per via del sudore, visto che anche io, quanto ad entusiasmo e temperatura corporea, non ero proprio un pezzo di ghiaccio. Tutto questo mentre forze soverchianti mi sballottavano a destra e a sinistra, avanti e indietro, come se fossi un naufrago perduto fra onde tempestose. Attesi un momento di quiete, ma in un concerto degli Iron non c'è praticamente quasi mai un momento di relax, soprattutto nella fase in cui i classici iniziano a susseguirsi uno dopo l'altro. Ricordo senza vergogna che in attesa dello scoppio di "Fear of the Dark" stetti timoroso con la mano sul naso per prevenire che gli occhiali decollassero al momento dell'esplosione del brano.

Il fatto è che il pogo, quello vero, è imprevedibile: basta un movimento brusco di qualche imbranato accanto a te e la tragedia si può compiere (in particolare i colpi che vengono dal dietro, che colpiscono il retro delle asticelle degli occhiali i quali, sempre aiutati dal sudore, schizzano in avanti come se lanciati da una catapulta; oppure la classica manata laterale che te li strappa via con violenza). Almeno un paio di volte mi sono ritrovato a quattro zampe fra i piedi della gente per recuperare gli occhiali (una di esse, figuratevi, era un concerto dei Cathedral, a dimostrazione di come il metallaro si attacchi a tutto pur di pogare), cavandomela con una montatura scassata, ma almeno con le lenti intatte, che sono la parte più costosa.

Scene pietose, ma mai come quella volta che mi ritrovai a fine serata a strisciare per terra come un verme alla ricerca degli occhiali perduti. Che tristezza rovistare nel buio dietro ai divanetti, fra l'indifferenza e lo scherno della gente. Più volte feci il mio umiliante giro, ma gli occhiali non furono mai ritrovati ed alla fine mi toccò tornare a casa nella completa cecità, facendo guidare la mia macchina a mio cugino che ancora oggi se le ride di queste vicende. Momenti che io invece ricordo con gran dispiacere, soprattutto al pensiero della noncuranza e della insensibilità che il "fraterno" popolo del metal sa mostrare in tali circostanze.

Gli occhiali non sono tuttavia l'unica cosa che può danneggiarsi: se siete ad un festival all'aperto e dovete affrontare una maratona metallica di due o tre giorni magari vi capiterà di indossare uno zainetto per tenere cibo ed effetti personali. Evitate però quegli zaini che hanno grandi tasche con cerniere perché nel pogo queste tasche possono essere letteralmente divelte. È stato il caso di quella volta che si era a vedere i Sodom nelle ore pomeridiane di un Gods of Metal, in cui ad un certo punto iniziai a sentire un sospetto puzzo di tonno nell'aria, troppo sospetto per essere il fiato o l'ascella di qualcuno. Avrei scoperto poco dopo che i miei panini (preparati con tanto amore per risparmiare due spiccioli) andarono letteralmente a puttane, schiacciati senza pietà dai piedi ferrati dei pogatori.

Quel concerto fra l'altro fu particolarmente tragico per me, visto che, sempre nel pogo, mi procurai una distorsione alla caviglia: classico piede messo male e giuntura che fra crock per via di qualche energumeno che ti grava sul groppone. Che brutta cosa dover uscire zoppicando dalla mischia con la consapevolezza  di essersi fottuti pranzo e deambulazione durante il primo concerto di due giorni di festival. Niente di drammatico: io la mattina a colazione mangio pane e storte, mi sarò distorto la stessa caviglia almeno una dozzina di volte nel corso della mia vita e nei modi più stupidi ed evitabili.

Per non passare per l'imbranato irrecuperabile, vi racconto quest'altro episodio, che mi vede come divertito testimone e non come protagonista. Perché mi posso spaccare naso, caviglie e perone, potrò rompere o perdere occhiali, ma una cosa l'ho avuta chiara fin dall'inizio: mai ritrovarsi con il drink in mano in punti roventi in cui il fuoco può divampare da un momento all'altro. Grosso errore quello di quel tizio che pretendeva di gustarsi il cuba libre appena comprato prima che iniziassero a suonare i Destruction. Logico che alla prima nota di "Curse the Gods" scattasse il putiferio e il bicchiere con il suo contenuto decollasse per poi smaterializzarsi nel caos furibondo del pogo.

Un episodio invece che mi vede carnefice e non vittima è stato in occasione di un concerto di T. Raumshmiere. In molti non sanno chi sia costui: basti precisare che si tratta di un DJ tedesco che ad un certo punto si è dato al metal, un metal sui generis contaminato da techno e punk. Insomma, un fasullo e come tale è stato trattato: e così, nel momento in cui si è tuffato sul pubblico, è stato per me un enorme piacere fargli la cosiddetta "masa", ossia quella pratica bullistica tanto in voga alle scuole medie e superiori che consiste nello strofinare con forza le nocche della mano sulla testa del malcapitato, che in genere è il coglione della classe.

Tanta fu la soddisfazione di essere tornato a casa con una masa a Raumschmiere sul mio CV, che, mesi dopo, volli alzare l'asticella e replicare l'impresa con Alec Empire (il maestro, in effetti, di quelle sonorità nichiliste e sguaiate sospese fra punk, metal ed elettronica): partii da casa proprio con l'obiettivo di fare la masa ad Alec Empire e tornai soddisfatto: il tedesco fu infatti subito aggredito da noi della "squadra della masa" alla sua prima incursione fra le prime file.

Abbiamo parlato di vittime e di carnefici, di piccoli e di grandi eventi, egualmente letali se ad affrontarli non si è sufficientemente allenati e consapevoli dei pericoli: nel piccolo concerto si rischia di prenderle secche, nel senso che si creano pericolosi spazi vuoti che amplificano l'urto o situazioni in cui si può persino cadere per terra; nel grande evento invece sono le imprevedibili ed ingovernabili scosse telluriche che si propagano attraverso folle oceaniche a costituire una forte minaccia per l'incolumità personale. Fra le due forse temo di più questa seconda circostanza, proprio per l'idea che, una volta dentro, non c'è via d'uscita, a meno che con fatica e buona volontà non ci si improvvisi dei provetti Mosè al cospetto del Mar Rosso.

Una situazione per esempio in cui mi sono sentito particolarmente in trappola fu in occasione degli insospettabili Primal Fear (che a me non piacciono nemmeno, ma che dal vivo spaccano davvero il culo): più per colpa della conformazione del luogo che per l'esibizione in sè (comunque tosta), si creò una situazione di totale paralisi collettiva dove il pogo era impedito dall'eccessiva densità di persone per metro quadrato, cosa che ci rendeva inscatolati come sardine, compressi, impossibilitati a muovere perfino un dito e con la sola facoltà di volgere la bocca al cielo per respirare o gridare aiuto. A peggiorare le cose, la band di Ralf Scheepers in sottofondo che inanellava anthem martellanti a ripetizione (ricordo che alla fine, non so come, riuscii a liberarmi dal giogo mortale montando disperatamente su una transenna, dove, esausto, potetti attendere la fine della esibizione). Ho visto i Deicide, i Cannibal Corpse, i Napalm Death, i Mayhem, gli Impaled Nazarene, ma mai ho temuto per la mia incolumità come quella volta dei Primal Fear! A dimostrazione che a volte il pogo è veramente uno stato mentale collettivo imprevedibile, che dipende più da fattori ambientali che dalla band in sè.

Se tuttavia c'è una band che unisce tutti gli inconvenienti possibili, ossia un pogo violentissimo esteso su vasta scala, questa band sono gli Slayer. Se non avete mai pogato in un concerto degli Slayer non avete mai pogato. Mi ricordo, ai tempi del tour di "God Hates Us All" i momenti di grande tensione che si consumarono durante l'intro cacofonico dell'album. Cioè, la band non era ancora montata sul palco e già nelle prime file c'era la ressa, tanto che mi ricordo ancora un ragazzo che disse, con delizioso accento romagnolo: "Piano ragazzi, sono venuto apposta per farmi i lividi, ma almeno aspettiamo che inizino a suonare...". E questo era solo l'inizio, immaginatevi voi il seguito.

La pericolosità di un concerto degli Slayer non sta solo nell'efferatezza della proposta e nella capacità della band di tirare fuori da chiunque (anche da Suor Germana) gli istinti più primordiali, ma anche e soprattutto in una platea finemente selezionata di personaggi che non vorresti mai incontrare per la strada, figuriamoci ad un concerto degli Slayer: costoro non sono solo poco raccomandabili energumeni dalle imponenti dimensioni e dalle pulsioni particolarmente aggressive, ma individui che spesso amano adornarsi di borchie, collari, braccialetti e orpelli contundenti che possono fare davvero male, soprattutto se entrano a contatto con il bulbo oculare.

La geografia di un concerto degli Slayer si compone quindi da una massa di agnelli sacrificali ondeggiante continuamente scossa da scariche telluriche, con in mezzo, disposte in modo sparso, delle oasi di brutalità: sorta di ring naturali che si formano sul modello della lotta clandestina fra galli, dove il malcapitato di turno (tipo me) avrà il piacere di rimbalzare come una pallina del flipper fra i forti pugni dei fan degli Slayer. In "Raining Blood" (in particolare quando parte il riff carro-armato preceduto dal mitico incipit che funge da vera sirena anti-raid) riconosco il momento di massimo pogo che si può ottenere scientificamente.

A casa ci tornai per davvero con i lividi. Ma contento...