10 dic 2017

"VEX" (CHELSEA WOLFE): IL MIGLIORE BRANO "METAL" DEL 2017


Chelsea Wolfe, ancora lei. Le abbiamo già sostanzialmente dedicato un articolo, sebbene il tema fosse "Il metal fuori dal metal" e si parlasse, in generale, di quegli artisti non-metal che ad un certo punto della loro carriera hanno deciso di accogliere stilemi metal nella loro visione artistica.
Torniamo a lei perché lo scorso settembre è uscito il suo ultimo album, "Hiss Spun", che tuttavia non recensiremo.

Non ci interessa recensirlo perché sostanzialmente il suo ascolto non ci ha suscitato delle riflessioni degne di essere condivise, in quanto il discorso è in definitiva non dissimile da quello fatto per il precedente "Abyss".
Ed alla domanda se l'adozione di sonorità heavy metal fosse stata una sbandata solo temporanea in seguito alla quale magari la Nostra sarebbe prontamente tornata alla sua originaria dimensione cantautoriale, la risposta è: no. Chelsea, almeno per il momento, decide di portare avanti la causa del metallo, con convinzione, aggiungiamo noi, visto che il prodotto è pregevole anche questa volta.
Manca certamente l'effetto sorpresa, ma "Hiss Spun" convince ed assurge perfettamente al ruolo di "album di assestamento", indispensabile per consolidare un'identità flessuosa ed in perenne mutazione. E poi Chelsea ci piace: ci piace la sua voce, ci piace la musica che scrive, anche se in questa fase di consolidamento identitario la troviamo a tratti un po' manierata. Ma non vogliamo oggi parlare dell'album, si diceva, bensì di un brano in particolare: "Vex", la terza traccia.
Sebbene l'album presenti una forte omogeneità per quanto riguarda umori e sonorità, questo brano si distacca in qualche modo dal trend generale e, in particolare, si distingue per un ingrediente che però vorremo svelare successivamente.
“Vex” anzitutto è più ritmata, maggiormente dinamica, laddove il verbo sabbathiano aveva dominato prima, con i due bei brani iniziali, e dominerà dopo, visto che, salvo qualche dettaglio, l'album scivolerà nuovamente in paludi doom.
Le ritmiche pulsanti invece la rendono fin dall'inizio irresistibile, più vicina all'universo goth-rock. Ciò non equivale a dire che stiamo parlando della classica hit orecchiabile da lanciare sulle piste da ballo di qualche locale alterativo, anche perché il brano evita ritornelli ruffiani e persino il formato canzone (che invece è molto presente nel resto del platter).
Ma se si vuole proprio utilizzare il termine post-rock (non del tutto pertinente), non bisogna intenderlo alla maniera introspettiva e carezzevole dei Mogwai, ma semmai avere in mente l'attitudine dissonante ed in-your-face degli Slint, pionieri del genere ed ancora legati a dinamiche hardcore.
Consiglio l'ascolto del brano, perché in esso vi troviamo dei preziosismi, delle finezze negli arrangiamenti, una ricercatezza nel disporre i vari tasselli che non riscontreremo negli altri episodi. "Vex" è un susseguirsi turbinante di pieni e di vuoti, di stop & go, di sussurri e di deflagrazioni: un procedere per addizione di elementi e stratificazioni che generano una tensione crescente nell'ascoltatore, nonché la sensazione che tutto stia precipitando. Una tensione destinata a trovare sfogo nella parte finale del brano dove grassi riff di chitarra esplodono magmatici ai limiti dello stoner (e non a caso dietro alle sei corde troviamo Troy Van Leeuwen, dal 2002 in forza nei Queens of the Stone Age).
Il tutto impreziosito dall'intervento di un altro guest di lusso che solo noi metallari possiamo apprezzare adeguatamente: mi riferisco al grandissimo Aaron Turner, leader indimenticato dei disciolti Isis, che al brano presta il suo growl corpulento.
Non abbiamo mancato altrove di sottolineare come per noi il suo canto monolitico fosse il punto debole del magniloquente ed elaborato post-metal della band americana. Eppure, sarà che non lo sentivo dai tempi dello scioglimento degli Isis, ma mi sono commosso nel sentire nuovamente la sua voce, pastosa come la ricordavo, ma anche potente, devastante, chiamata a fare da eco ai sospiri da usignolo stregato della Wolfe. Quel growl catastrofico, che porta con sé la forza della tempesta, il rumore delle tegole che volano via, il fastidio della polvere negli occhi, è la classica ciliegina sulla torta in un brano già di per sé perfetto: in appena tre minuti viene descritta una apocalisse che, da intima, personale, si fa universale ("Then come, destroyer, then come, destroyer", recita il testo nel suo momento più forte).
Per tutti questi motivi, "Vex" è però anche una traccia ingannevole, perché, posta al terzo posto, dà l'impressione che nell'album accadrà di tutto, ma non è così: gli altri brani, per lo più pregevoli, sono marchiati dall'infausto timbro della prevedibilità, essendo canzoni e giocando quasi esclusivamente sul contrasto fra le nenie paranoiche della Wolfe e la pesantezza inedita (ma per quanto ancora?) delle chitarre.
Ed allora limitiamoci a dire: "Vex" è il miglior brano metal dell'anno. Sì, avete capito bene: brano metal. Metal per le chitarre, addirittura extreme-metal per il growl di Turner: indubbiamente "Vex" è un brano metal, fatto paradossalmente da chi metal non è.
Stranezze del mondo moderno...