18 feb 2018

LEGNO IX: BOLT THROWER



Non ho mai capito in cuor mio se i Bolt Thrower siano un gruppo basilarmente noioso ma con un retrogusto di fascino che lo rende comunque accattivante, oppure un gruppo fondamentalmente affascinante ma con la pecca di essere noioso.

Cioè: prevale in loro il fascino o la noia? Gli elementi positivi o quelli negativi?

Da un punto di vista della storia del death metal hanno sicuramente avuto i loro meriti. Noi stessi di Metal Mirror, che siamo degli snob di merda, siamo tornati su di loro almeno un paio di volte: li abbiamo trattati dal punto di vista "filosofico" e li abbiamo contemplati con "War Master" nella selezione dei dieci top-album di death metal usciti nell'anno delle meraviglie 1991.

Agli albori del death metal, quando si stava configurando la fisionomia di questo "nuovo genere", loro c'erano. E non si fecero un nome solo in qualità del loro status inoppugnabile di primi mover in seno al movimento, ma anche per un sound decisamente personale in un contesto in cui differenziarsi non era scontato.

In tutto questo, tuttavia, non mi vergogno a dire che i Nostri, fra i grandi nomi, sono stati un gruppo di seconda fascia. Se guardo a quegli anni, e soprattutto rifletto sul mio rapporto con il death metal, mi rendo conto che in realtà a me il death metal non piace per le sue caratteristiche stilistiche e concettuali: il death metal è un genere come gli altri, con i suoi pregi e con i suoi difetti, ma se ci sono finito "dentro" è perchè sono stato irretito da un pugno di artisti di caratura superiore (nemmeno poi troppi) come Death, Pestilence, Morbid Angel, Deicide, Obituary, Carcass e pochi altri.

Il fatto è che il death metal è una rete fangosa che, invece di valorizzare, zavorra il talento. Solo in certe circostanze il talento, laddove è forte ed invincibile, riesce ad emergere ed andare oltre le ristrettezze del genere: questo può accadere grazie ad individualità straordinarie come Chuck Schuldiner e Trey Azaghtoth, oppure attraverso collettivi prodigiosi come Pestilence, Cynic ed Atheist.

A proposito, perché ad un certo punto taluni della vecchia scuola si sono contaminati con il jazz? E non, per esempio, con il metal classico, genere sicuramente più vicino?

Perché è l'ortodossia del death-metal originario a provocare questo paradosso. Il death metal nasceva come estremizzazione del thrash metal: in questa estremizzazione vedeva non solo la sua identità, lo scarto stilistico che lo caratterizzava rispetto al resto del metal, ma persino la sua ragion d’essere. Per evolvere non era dunque ammissibile rimescolarsi con i progenitori diretti, ossia “retrocedere” al thrash metal o al metal classico. Di fronte a determinati bivi, si è preferito, piuttosto che fare un "passo indietro" e correre il rischio di perdere l'identità, andare a flirtare con mondi lontanissimi come il jazz e persino come la fusion, dove non vi sarebbe stato il rischio di confondersi.

Solo più tardi (e mi riferisco a chi inizierà il suo percorso negli anni novanta) si avrà la serenità per flirtare con il metal classico, con il doom e con il nascente black. Il death metal originario, invece, per affermarsi e consolidarsi doveva per forza guardare avanti con ostinazione, con il paraocchi. Ma questo paraocchi permetteva una visione esclusivamente frontale che partiva dal terreno sottostante per raggiungere l'orizzonte lontano, ma senza consentire una vista laterale: non era dunque possibile guardarsi intorno o indietro e cedere terreno ai rivali del thrash e del metal classico, che secondo la scala di valori del death, erano su uno scalino inferiore nel "processo evolutivo" in quanto meno violenti.

Fra coloro che hanno sempre guardato al terreno sottostante, e mai più in là, ci sono indubbiamente i Bolt Thrower, che per tutta la loro carriera hanno affermato la loro rigida quanto fiera visione artistica: un death-metal compatto, epico, atmosferico se vogliamo, pervaso da fosche suggestioni belliche.

Un punto a loro favore è che questa atmosfera è stata creata con i soli veicoli espressivi del death metal, non dovendo ricorrere a mezzi straordinari (campionamenti, orchestrazioni ecc.): sono i riff a possedere una certa possente, dolente epicità; sono le ritmiche ad avere l'incidere spietato del carrarmato (il fatto di non andare velocissimi fa pensare anche al passo affaticato del battaglione). Un inafferrabile equilibrio fra trionfo e sconfitta, fra orgoglio e disperazione, emerge così come la vera cifra stilistica di questa band unica nel panorama death metal degli anni ottanta e novanta. Dico unica perché nessuno suona come loro e loro stessi non sono riconducibili in modo esplicito ad altri nomi del settore. Tutti aspetti indubbiamente positivi.

Da un punto di vista tecnico non si può recriminare loro nulla: quello che volevano (o meglio potevano) fare lo hanno fatto perfettamente, in ogni sfumatura. Non si può dire: questo o quello poteva essere fatto meglio o diversamente. Né accusarli di immobilismo e pretendere che ad un certo punto avrebbero dovuto seguire questo o quell'iter evolutivo. Tutti volevano bene ai Bolt Thrower ed ogni volta che usciva un loro nuovo album il coro di consensi era unanime, il verdetto quasi scontato: eccoci innanzi all'ennesimo buon disco dei Bolt Thrower, sebbene nessuno gridasse al miracolo, perché tutto in effetti era come doveva essere. Anche un album più brillante del solito avrebbe intaccato l'aura ferrea di un'identità scolpita fra genio e mediocrità (ma potranno mai convivere questi due tratti?). Mentre un album peggiore del solito sarebbe stata una eventualità impossibile quanto quella di un lavoro che in positivo si distaccasse troppo dai consueti standard.

Come si è visto in altre puntate della nostra rubrica Legno, una visione artistica non è quasi mai una questione di volontà, ma di percezione del mondo: si è così perché si è così e non si può essere altrimenti. Chissà, forse crescendo si poteva essere diversi, ma da un lato la curiosità non c'è stata, dall'altro gli stimoli non sono arrivati (da questo punto di vista l'ambiente del death metal non aiuta). Ed è questo l'aspetto che accomuna un po' tutte queste band di legno: l'immobilità. Anzi, l'ignoranza (nel senso di ignorare che vi sia altro rispetto a quello che già si conosce) o, nei peggiori dei casi, la falsa coscienza che cambiare sia sbagliato, se non addirittura un male.

In certi casi questo insieme di cose si tramuta in spocchia, in altri rimane semplicità. È questo il caso degli onesti ed umili Bolt Thrower. Se vogliamo fare una metafora calcistica, dobbiamo immaginarci il classico ragazzo fisicamente dotato ma limitato nella visione di gioco che alla prima giocata sembra anche valido, ma poi le volte successive, ripetendo sempre le stesse mosse, diventa prevedibile, quindi facilmente neutralizzabile. Per questo dopo tre canzoni dei Bolt Thrower inizi a non poterne più.

Capisco che il purista del death metal vi trovi quel che cerca senza farsi troppe domande, se però usciamo un attimo dai suoi panni, anche qui c'è da chiedersi come mai il black metal è stato capace di varcare i propri confini di competenza attirando l'interesse anche dei non addetti ai lavori, mentre invece il death metal rimane indissolubilmente appannaggio di una cerchia ristretta di ammiratori, anche all'interno del panorama metal. Un motivo potrebbe essere il seguente assunto: le solide certezze che si hanno agendo sempre all'interno di una ben delimitata comfort zone rendono prevedibili, costringono l'atto creativo in anguste geometrie, laddove l'arte è fatta di stupore, di meraviglia, dell'ebrezza dell'imprevisto e del fuori programma. Il black metal, seppur egualmente estremo (se non di più), è stato indubbiamente più audace come genere e questo ardore è stato colto e compreso, anche inconsciamente, da orecchie profane (giovanissimi?, intellettuali?) ma allenate a riconoscere la freschezza e l'effervescenza dell'atto creativo.

Essere legnosi non è solo una condizione esistenziale, ma anche una questione di mera consistenza corporea (nell’arte queste due cose sono ovviamente connesse): essere legnosi significa essere duri, essere contornati da una spessa scorsa che ottunde la percezione e lega i movimenti. Non a caso il pezzo di legno, il più delle volte, è un corpo rigido più propenso a spezzarsi che a piegarsi. Guardiamo invece alla rarefazione sonora che caratterizza il "rivale" black, per esempio: un genere flessuoso, malleabile, duttile, che senza snaturarsi si è fatto post-rock, shoegaze, psichedelia. Il death metal no: è rimasto tale e quale, salvo rinnegare se stesso (passando alla causa del gothic metal o del melodic death metal che molti non considerano più nemmeno death metal) o contaminarsi con il jazz (ma vi rendere conto?).

Il death metal si è dunque spezzato, ma non piegato.  

Fra i tanti difetti che hanno gli artisti di legno, tuttavia, dopo così tante puntate di questa rubrica e così tanta ferocia e tanto disprezzo, grazie agli onesti Bolt Thrower riusciamo a cogliere finalmente un aspetto positivo nell'essere legnosi: la fedeltà, l'aderenza a determinati valori, il rispetto. Vediamo, a tal fine, la motivazione che la band ha fornito ufficialmente per spiegare lo scioglimento, avvenuto nel 2016 all'indomani della morte del loro batterista storico Martin "Kiddie" Kearns:

"I Bolt Thrower sono stati per noi un modo di vivere durato trenta anni, mai guidato da denaro, fama o ego, ma dai nostri valori e principi personali che ci hanno guidato attraverso la vita, e che ci hanno unito come amici ancora prima che i Bolt Thrower venissero fondati".

Onore ai caduti