20 feb 2018

I MIGLIORI DIECI ALBUM LIVE DEL METAL - "UNLEASHED IN THE EAST" (JUDAS PRIEST)



Capitolo 1: "UNLEASHED IN THE EAST" (1979)

Quando i Judas Priest debuttarono con il loro primo full lenght (il vituperato “Rocka Rolla”, 1974) dovevo ancora nascere. E quindi, per motivi anagrafici, sono stato costretto a conoscerli (loro come tutti gli altri Padri del nostro genere preferito) attraverso una ricostruzione a posteriori della loro discografia. Ricostruzione effettuata in base alle letture su riviste prima, passaparola con amici poi e infine in internet. 

Tutte le mie "fonti" erano concordi: “Unleashed in the east” (1979) è la prima pietra miliare accostabile al nome dei Judas. La prima "cosa da avere" del Prete di Giuda

Ok, nessun problema, direte voi. Giusto così. E invece no: inizialmente questa informazione mi spiazzò se giustapposta ad un'altra. E cioè: come mai, a livello di album in studio, venivano citati come imprescindibili tutti dischi successivi al 1979? “British steel”, “Defenders of the faith”, “Screaming for vengeance”, “Painkiller”: erano questi i quattro vertici del tetraedro priestiano che tutta la critica ha sempre indicato come l’essenza dei JP.
E allora questo come faceva a conciliarsi con quanto detto sopra? Cioè, i migliori Judas come potevano essere quelli di "Unleashed In The East" pur non potendo contare su nessuna delle canzoni del repertorio successivo?

Beh, per chi scrive, anche se giunta a posteriori, la risposta è semplice: perché la parte di carriera settantiana dei Judas è altrettanto valida e importante di quella ottantiana, seppur diversa. Ne è l’imprescindibile corollario per capire il passaggio dall’hard rock all’hard and heavy fino all’heavy metal.

Se album come il già citato debut e lo stesso “Sin after sin” non fossero di certo dei capolavori, è altrettanto vero che l’accoppiata “Sad wings of destiny” & “Killing machine” sono album pazzeschi e già compiutamente heavy (non a caso 9 dei 13 brani del live qui trattato verranno estrapolati da questi due platters).

Ed è proprio per questo che UITE è così decisivo: perché ferma i Judas nel loro primo punto d’arrivo e contestuale punto di partenza. 5 anni erano passati da “Rocka rolla” e la band che era ancora una larva che mischiava rock, blues, un po’ di psichedelia e qualche influenza sabbathiana, album dopo album era giunta ad essere una splendida farfalla made of metal (per dirla à-la-Judas). Unleashed è quindi un puro live di heavy metal perchè anche quei brani che su disco potevano essere intesi come (hard) rock, in queste due date giapponesi, assumono una splendida veste heavy (ascoltare “Tyrant” o la conclusiva “Starbreaker” per avere un’idea).

Si potrebbe anche rispondere soltanto con quanto detto brillantemente nell’Anteprima dal nostro Mementomori, su cosa c'è da ricercare in un disco dal vivo: “il guizzo imprevisto, l’improvvisazione che ti sorprende, la sinergia tra i componenti della band”…si, perché in UITE c’è tutto questo e di più. Glenn Tipton e K.K. Downing mettono in mostra quei duetti che sarebbero diventati (anzi, lo erano già nel 1979!) il loro marchio di fabbrica, improvvisando e sparando assoli al fulmicotone uno più bello dell’altro; Ian Hill è parte integrante del sound con un pulsare del basso sempre rotondo e ben udibile, ideale contrappunto al monumentale lavoro delle due asce; il fortunato Les Binks, (che fece parte della band appena due anni ma in tempo per finire dentro ad UITE!) fa il suo con precisione dietro al drum kit. E Rob? Beh...Rob Halford, con i suoi 28 anni già nel pieno della maturità vocale e artistica, è la punta di diamante del tutto e le sue interpretazioni, ad esempio, di “Tyrant” o “Victim of changes” rimarranno scolpite per sempre nell’immaginario di ogni metalhead.
Come rimarranno scolpite le improvvisazioni che allungano di almeno un paio di minuti “Genocide”, altro highlight del live, che qui assume una nuova veste d’acciaio...o quella della già estesa “Sinner”, al termine della quale troviamo le urla da pelle d'oca, con annessi acuti pazzeschi, di Halford; e se, come si dice, questi siano stati ritoccati/inseriti in studio (posto che Rob, a quanto si racconta, non godeva di ottima salute in quei giorni nipponici)…ebbene, pazienza! Le emozioni sono comunque assicurate!

Lasciamo parlare i detrattori che lo apostrofano ancora come Unleashed in the Studio (certo…gli strilli del pubblico che si elevano a comando in “Tyrant” o “Starbreaker” sono un po’ ridicoli…). Non ce ne curiamo. Qua abbiamo un live album che ancora adesso, a quasi 40 anni dall’uscita, sa colpire diretto in pancia come pochi altri. E spiega perché i Judas saranno per noi tutti sempre e soltanto i METAL GODS!

All hear my warning...never turn your back...ON THE RIPPER!

A cura di Morningrise

(vedi le puntate precedenti)