22 feb 2018

RECENSIONE: "WINTER" (FEN)



Pare che gli Yupik, l’indigena popolazione eschimese che vive lungo le coste dell’Alaska occidentale, abbiano qualcosa come un centinaio di parole per definire l'elemento naturale con cui sono più a contatto: il ghiaccio. Per noi mediterranei il ghiaccio è ghiaccio, non ci stiamo a chiedere quel ghiaccio che tipologia di ghiaccio sia…

Per gli inglesi, definire la palude dev’essere una cosa non troppo lontana dal ghiaccio degli Yupik. Ho cercato la parola “fen” sul mio vocabolario di inglese delle superiori e ho appreso che vuol dire appunto palude. Ma nella parte italiano-inglese, il termine palude viene tradotto in tanti altri modi: swamp, marsh, bog, morass, quagmire, slough, mire

E’ probabile che ognuno di essi indichi una tipologia particolare di “palude”. E quindi non so a che tipo di palude si riferissero i Fen quando si sono formati più di dieci anni fa ormai (anche se il debut album, “The malediction fields”, è del 2009) e si sono dati quel nome. Quello che mi sono comunque immaginato, ascoltando "Winter", la loro ultima fatica uscita nel 2017, è che dovesse essere una palude del tipo di quella descritte nel mitico film del 1987 “La storia fantastica”. I due protagonisti (ve li ricordate Bottondoro e Westley, alias Il Pirata Roberts?) dovevano attraversare La Palude del Fuoco, tra le temibilissime insidie della quale vi erano le sabbie mobili inghiottitrici

Provo a spiegare questo ardito parallelismo.

I Fen, in “Winter”, si fanno ottimi portatori di quella tendenza che nel nuovo millennio si è affermata come una delle vie maggiormente battute del “nuovo metal”. E cioè quelle del black “evoluto”, contaminato dal rock, melodico, evocativo, malinconico (del resto che il black metal sia il genere metallico più “aperto” e onnivoro ormai l’abbiamo capito da tempo; sta bene con tutto, come l’aceto balsamico in cucina). “Winter” è quindi un connubio tra il black atmosferico portato alla ribalta dai Wolves In The Throne Room, massicce dosi di post-metal di origine isis-iana, e tanto, tanto sano post-rock. Tutti generi prolissi, dilatati ed è quindi facile comprendere come le composizioni arrivino tutte a minutaggi davvero elevati (l’album conta appena 6 canzoni per 75’) ma senza mai tediare. E questo perchè ogni canzone è come fosse formata da diverse canzoni; o meglio, diverse sezioni che si alternano e si compenetrano rendendo vario e fluente il tutto. Idealtipica di quanto descritto è sicuramente l’opener “I - Pathway”, 17’ di saliscendi emozionali in cui i Nostri danno il meglio di sé.

Ma attenzione: la “palude inghiottitrice” dei Fen non si limita ai tre filoni principali succitati, perché nel corso dell’album i rimandi ad altri sottogeneri metallici saranno ben presenti, a partire da alcune soluzioni opethiane e melo-death di matrice svedese (in particolare i Dark Tranquillity sono chiaramente richiamati nella sezione iniziale dell’ottima “V - Death”). C’è della Svezia anche nella rotondità delle chitarre: la loro corposità è lontana dagli stilemi zanzarosi dei norvegesi (anche se le sezioni in tremolo non mancano) mentre la natia Inghilterra è ben rappresentata da alcune soluzioni dark/doom, elementi che fanno capolino di tanto in tanto.

Ma non vi preoccupate: siamo lontani da scopiazzature degli anni novanta e/o da meri revival aggiornati al Terzo Milllennio. I Fen si muovono su binari propri, con una personalità e una padronanza di mezzi totale, supportati da una produzione perfetta che mette in risalto ogni strumento (da urlo il lavoro del basso) e le parti vocali. I tre inglesi è come se avessero raccolto tutte queste influenze rock/metal che abbiamo elencato, le avessero fagocitate, portandole giù nella palude inghiottitrice, e avessero infine portato alla luce un prodotto che magari non ci colpirà per la sua originalità, ma che sicuramente raggiunge pienamente l’obiettivo ultimo della musica: emozionare (e se dopo 65’ non ne sarete ancora convinti, ci penseranno gli ultimi 10’ della conclusiva “VI - Sight” a convincervi).

Insomma, Metal Mirror chiede venia per non averlo inserito nella classifica/top ten del 2017 e non può che consigliarvi questo “Winter” (già che siamo nel periodo dell’anno giusto…).

Anche una palude, a volte, può essere un posto gradevolissimo dove trascorrere un’ora della propria vita da soli con le proprie emozioni…

Voto: 8

Canzone top: “I – Pathway”

Momento top: il crescendo post-rock dei primi minuti di “IV - Interment”

Canzone flop: nessuna

Etichetta: Code666 Rec.

Dati: 2017, 6 canzoni, 75’

A cura di Morningrise