14 apr 2018

I MIGLIORI "BUCHI NELL'ACQUA" DEL METAL - GLI EVOL E LA CHIAVE NON TROVATA



Che cos'è l'horror metal? Dico, che cos'è rispetto a tutta la componente orrorifica del metal? E' qualcosa di pascoliano, la poetica “del fanciullino”. Roba da psicopatici, e infatti ne abbiamo già parlato a proposito di Lifelover, Death e chissà quanti altri. Con questo termine, di gusto un po' pederasta, a scuola ci spiegano cosa fosse secondo Pascoli il vero sguardo poetico alla realtà, che permette di rappresentarla ritornando ad una visione in cui sensazioni, pensieri e forme sgorgano insieme, e senza riflessioni, da un cervello ancora ingenuo. Per Pascoli insomma, bisognava recuperare quella morbosità e ingenuità che, insieme, solo sono possibili nel cervello di un bambino.

Un adulto può essere ingenuo - e allora è deficiente - oppure morboso - ma allora è malizioso. Il fanciullino allo stesso tempo scopre cosa gli piace e lo sperimenta, in presa diretta. Scopre il desiderio e lo indirizza, scopre le paure e ne fugge. Naif, se vogliamo. Il naif che è reso benissimo nelle atmosfere dei primi film di Dario Argento, con gli assassini psicopatici “fermi” ad un trauma infantile. E poi c'è la sinestesia, cioè la sovrapposizione delle sensazioni, per cui il rosso è insieme un colore e anche una forma, il “tondo” può suggerire il giallo o corrispondere a un suono, e così via.

Tutto questo per finire a parlare degli Evol. Ci informa il solito “Centro culturale San Giorgio” che Evol è niente di meno che Love scritto al contrario, insidiosamente. Noi, che all'epoca comprammo il cd di esordio solo e soltanto per questa trovata grezza ma efficace, non ci curiamo di loro ma passiamo oltre. Gli Evol campeggiavano nel banco dei CD usati per quella loro copertina dal disegno bambinesco, pre-fumettistico, che ben si conciliava con le atmosfere “antiche” suggerite dai titoli. Si tratta di una vicenda ambientata in un passato immaginario, ma fondamentalmente senza tempo. Il preludio recitato ci narra, con precisione incerta tipica del bambino che ci mette il cuore, di un'età presente squallida e brulla, e di un passato glorioso da rievocare. Il passato e il futuro, ciclicamente, coincidono nel ritorno di una figura che possa ispirare e motivare le anime nere, bandite dalla società e condannate alla solitudine. Un Satana arcaico, archetipico, a metà tra il demone bestioide e il cavaliere nero.

La poesia di questo disco è comunque per me indiscussa, pari a quella dell'esordio dei Death SS. Si parte con un “canto della strega” che, per certi versi, ricorda i Goblin della colonna sonora di "Suspiria" (in cui appunto c'è un brano intitolato "Witch"). Si susseguono melodie popolari e atmosfere funeree, che hanno nel loro complesso un sapore agreste, da campagna italiana. Pagano in senso etimologico.

Il bello di questo disco, appunto è che, nonostante la premessa intellettualeggiante, è in realtà una rappresentazione molto naif ed essenziale di un satanismo panico, contadino, popolano. Le anime nere intellettuali che vanno a ricercare la radice pagana nella natura campestre, boschiva, palustre. Intorno ad un fuoco, ai margini di una cascina, in una radura. Lì il “re cornuto” a cui è dedicato il disco si rivelerà, e lo farà in gioia anziché nel dolore cristiano. La “Saga del re cornuto” ("The Saga of the Horned King" - 1995) è una favola con la struttura delle fiabe per bambini. Scorre leggera, con passaggi strumentali che sono momenti del racconto stesso.

Da qui gli Evol proseguono con un progetto ambizioso, e cioè la resa musicale dell'universo onirico dei racconti di Lovecraft, quelli della prima stagione per essere precisi, che culminano poi con il racconto lungo “The Dream Quest of the Unknown Kadath”. L'idea di raccontare questo mondo del sogno condiviso, con personaggi e luoghi fissi e un percorso ideale da compiere, è affascinante. L'opera rimane però una ricerca in sé stessa, sospesa tra una traduzione musicale dei racconti di Lovecraft e una rilettura in chiave personale degli elementi del suo mondo, che culmina nel brano parlato “Il castello evitato”.

L'oscurità degli Evol nasconde un'illuminazione e un equilibrio interiore che si lotta per conquistare, preziosi ma spaventosi ad un primo impatto. In Lovecraft ciò che sembra malefico lo è, l'occulto è da evitare davvero, e la scoperta della serenità interiore avviene quasi per sbaglio, in tappe intermedie di un percorso che rimane misterioso. Diciamo che gli Evol rileggono in chiave satanica Lovecraft, e fin qui niente di male. Musicalmente invece ci si smarrisce in qualche bosco o radura delle terre fantastiche, e si vaga a vuoto. Stavolta gli intermezzi musicali non fanno riprendere la rotta, e non si incastrano fluidamente. Mancano le caratterizzazioni immediate, che ci si sarebbero aspettate per meglio fissare i vari capitoli.

Lo stesso limite prosegue nei dischi successivi, in cui si intuisce sempre la buona intenzione di realizzare un disco concettuale. Eppure, qualcosa non funziona. Da adulti, gli Evol hanno un sapore indefinito. All'esordio il sapore era acerbo, ma accattivante. Fanno venire in mente quelle ragazze di cui ti eri innamorato quando andavi alle elementari, alle medie, che poi, riviste a distanza di tempo, si sono perse nella normalità. Agli Evol è mancato un altro disco-bambino. Sono cresciuti troppo in fretta. E questo li ha tagliati fuori per il momento dal vero mondo del sogno lovecraftiano.

Nella novella “The Silver Key” un giovane cerca, angosciosamente, notte dopo notte, il modo per evitare di risvegliarsi, così da rimanere per sempre in quel mondo di sogno in cui si orienta e trova la propria strada meglio che nella realtà. Così crede di scoprire che il segreto sta nell'entrare in un cancello che separa una dimensione “di transizione” da una che è definitivamente onirica, senza ritorno. Si tratta del cancello della sua casa d'infanzia, e cercando bene riesce finalmente a scovare la chiave d'argento, con cui varcherà il limite e scomparirà al mondo della veglia. Seguendo così lo stesso destino di altri esploratori del sogno, come i protagonisti di Azathoth, Oltre il muro del sonno, Celephais etc.

Forse perché il mondo dei sogni, coerentemente al modello letterario di Lovecraft, non si può davvero descrivere, ma solo accennare, suggerire, sospettare. Sono orizzonti, profili di città, colori del cielo, ma non c'è mai una compiutezza geografica o una dimensionalità precisa. Forse davvero la migliore rappresentazione del sogno è quella che si fa da immaturi, da ingenui, da “fanciullini” pascoliani.

Il che è un po' una metafora del metal: cantare l'immaturità e le sue speranze prima che ci si trovi a non riconoscerle più, come la fidanzatina dell'infanzia.

A cura del Dottore